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    Predefinito Catechesi del Cardinale Dionigi Tettamanzi

    Il 15 febbraio si è tenuta la prima catechesi quaresimale dell’Arcivescovo su Telenova e Circuito Marconi

    COSÌ L’UOMO CHIEDE PERDONO A DIO

    Si è tenuta martedì 15 febbraio la prima catechesi quaresimale dell’Arcivescovo dal titolo «Se tu conoscessi il dono di Dio!»
    sul tema della messa. Nell’intervento dal titolo generale «Signore,
    io non sono degno» il cardinale Dionigi Tettamanzi ha riflettuto sui riti di introduzione della liturgia eucaristica e sull’atto penitenziale; ha poi rivolto alcune domande per avviare il lavoro
    dei “gruppi di ascolto” radunati nelle case.


    di Luisa Bove

    Si è tenuta martedì 15 febbraio la prima catechesi quaresimale dell’Arcivescovo dal titolo «Se tu conoscessi il dono di Dio!» sul tema della messa. Nella prima riflessione («Signore, io non sono degno ») il cardinale Dionigi Tettamanzi ha riflettuto sul “rito di introduzione” e sull’“atto penitenziale”. Per spiegare ai fedeli, in ascolto di radio e tv, l’Arcivescovo di Milano ha preso spunto dal profeta Isaia, perché è colui che ha capito la sproporzione che esiste tra la grandezza di Dio e il proprio peccato dell’uomo, una «dimensione che è sempre presente anche nella dinamica della celebrazione liturgica e, in particolare, nella messa», ha detto l’Arcivescovo.

    Ma che cosa significa riunirsi in assemblea liturgica e qual è il significato profondo dell’atto penitenziale?, si è chiesto il Cardinale. «L’assemblea liturgica non è una riunione qualsiasi, ma una riunione che esprime la realtà della Chiesa - ha risposto -. Chi chiama e invita a radunarsi è Dio stesso». A differenza di ogni altra aggregazione umana, quindi l’assemblea liturgica «non è creata “dal basso”, ma è convocata “dall’alto”» e andare a messa «è frutto di una chiamata, di una “vocazione”».

    Il discorso dell’ atto penitenziale è più complesso. Intanto bisogna dire che all’interno della liturgia eucaristica esistono diverse forme: l’aspersione con l’acqua benedetta (gesto riservato alla domenica, specie nel tempo di Quaresima, e in alcune occasioni particolari), che richiama il sacramento del battesimo, e l’atto penitenziale d’inizio messa, che si esprime come richiesta di perdono nei confronti di Dio e dei fratelli. «Confessiamo di aver mancato non solo in pensieri, parole e opere (il male fatto) - ha chiarito il cardinal Tettamanzi -, ma anche in omissioni (il bene che avremmo dovuto fare e che colpevolmente abbiamo omesso): cosa, quest’ultima, della quale spesso ci dimentichiamo».

    E ha aggiunto: «In una società come la nostra, nella quale rischiamo di abituarci a scaricare sempre le nostre responsabilità sugli altri e così ad autoassolverci, questa antica formula della liturgia ci richiama alla verità su noi stessi, alla sincerità con il nostro io profondo, alle nostre indeclinabili responsabilità davanti a Dio e ai fratelli nella fede».

    Ma l’atto penitenziale tipico della nostra tradizione ambrosiana è la triplice invocazione del "Kyrie, eleison". È una invocazione antichissima, «che troviamo già nei Vangeli sulle labbra delle persone che incontravano il Signore Gesù e gli chiedevano pietà e misericordia», ha commentato l’Arcivescovo. Questa invocazione qualifica Gesù come "Signore" perché «è il Risorto che vive glorioso ed è presente e operante nella Chiesa». Ed è appunto la Chiesa che ribadisce la necessità, prima di ricevere la Comunione, di accostarsi al sacramento della Penitenza (o Riconciliazione), ha ricordato l’Arcivescovo, «confessando al sacerdote, come ministro di Dio, i propri peccati, per riceverne il perdono» Infatti, ha detto ancora Tettamanzi, «l’atto penitenziale all’inizio della messa non sostituisce il sacramento della Penitenza, che resta necessario».

    A margine della riflessione del Cardinale è seguita la presentazione di monsignor Luigi Talamoni. Chi meglio di Talamoni può richiamare ancora oggi il valore della Riconciliazione, lui che nella sua vita ha trascorso tante ore a confessare fedeli di ogni età? Giungevano da tutta la Brianza uomini, donne e bambini nel Duomo di Monza formando lunghe fila davanti al suo confessionale. Al “martire del confessionale”, così veniva chiamato, si rivolgevano in molti anche per ricevere consigli e un orientamento per la vita.

  2. #2
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    LA PAROLA CHE CAMBIA LA VITA


    di Luisa Bove

    Si è tenuta martedì 22 febbraio la seconda catechesi quaresimale dell'Arcivescovo dal titolo "Se tu conoscessi il dono di Dio!"sul tema della messa. Nell'intervento dal titolo "Leggi nel nome del Signore" il cardinale Dionigi Tettamanzi ha riflettuto sulla lettura e l'ascolto della Parola di Dio durante la celebrazione eucaristica.

    Cita la parabola del seminatore il cardinale Dionigi Tettamanzi per spiegare ai gruppi di ascolto il valore della Parola di Dio. Era questo infatti il tema della seconda catechesi quaresimale dal titolo "Leggi nel nome del Signore" trasmessa martedì 22 febbraio su Telenova e Circuito Marconi. Ogni cristiano, davanti a questa pagina di Vangelo, deve chiedersi in quale tipo di terreno si riconosce, se accogliente e buono, oppure arido e refrattario. Ma il Cardinale è andato oltre, suggerendo un’altra domanda: chi semina in noi la Parola di Dio e quando viene seminata?

    «Certamente possiamo decidere di accostarci alla Parola di Dio, meditandola nella cosiddetta Lectio divina - ha detto l’Arcivescovo -, usandola come preghiera personale, leggendola per arricchimento culturale o anche solo per curiosità». Ma queste sono occasioni in cui «siamo noi a prendere l’iniziativa», quasi «a impossessarci della Parola, come fossimo i padroni». Invece durante la messa l’iniziativa non è nostra, spiega, ma di Dio, che dona il suo tesoro «imprevedibile e immeritato». Ed è così che si crea un dialogo, una specie di “botta e risposta” tra Dio e l’uomo. Ma è certo che tra i due «chi “parla per primo” è Dio, mentre l’uomo sta in ascolto e risponde con la lode, il ringraziamento, la supplica, la gioia», puntualizza Tettamanzi.

    La liturgia si serve di alcuni segni o di alcune formule, come quella che il lettore pronuncia a conclusione della proclamazione: «Parola di Dio» o «Parola del Signore», come una “firma”, un “sigillo”, per affermare che è veramente Dio a parlare alla sua Chiesa radunata. L’altro gesto significativo - tipicamente ambrosiano - è la benedizione che il lettore riceve prima di proclamare il brano biblico, una specie di “autorizzazione” a svolgere tale compito. Ed è riflettendo su questo «delicato ministero» che l’Arcivescovo lancia un appello.

    «Sento il bisogno - dice - di rivolgermi personalmente a quanti nelle nostre comunità (giovani, uomini e donne) svolgono il ministero di leggere la Parola di Dio durante le celebrazioni liturgiche». E spiega: «La Chiesa, anzi il Signore stesso vi invita a prepararvi con impegno a questo compito, a non improvvisarlo mai, a non banalizzarlo, ma ad avere sempre viva e gioiosa la coscienza che in quel momento siete chiamati a confessare la vostra fede». È a questo punto della messa, dopo aver ascoltato la Parola di Dio con relativa spiegazione e commento, che i fedeli possono rivolgersi al Padre con la preghiera universale, «per le necessità spirituali e materiali: la fede, la salvezza, la crescita in santità, il pane quotidiano, il lavoro, la giustizia, la concordia, la pace».

    Quando ci mettiamo a pregare, continua l’Arcivescovo, «siamo tentati di iniziare subito noi, presentando a Dio le nostre domande, chiedendogli ciò di cui pensiamo di avere bisogno», invece la liturgia invita a fare il contrario, «a vagliare i nostri desideri e le nostre necessità, purificandoli da interessi e tornaconti poco evangelici».

    Non basta dare risposte verbali, chiarisce il Cardinale, «dobbiamo rispondere alla Parola di Dio anche e soprattutto con la nostra vita». Perché se terminata la messa «il nostro cuore e la nostra vita procedono su una strada diversa da quella che la Parola di Dio ci ha indicato, dimostriamo di essere terreno arido, sterile e refrattario» e «il seme rischia di andare disperso e sprecato. E questo per nostra responsabilità».

    A margine della riflessione del Cardinale è seguita la presentazione della figura di Charles de Foucauld, uomo di grande spiritualità che fece della sua vita la risposta alla Parola che udiva e meditava con assiduità. Sarà beatificato dal Papa il prossimo 15 maggio.

  3. #3
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    IL DONO RESTITUITO

    Si è tenuta martedì 1° marzo la terza catechesi quaresimale dell'Arcivescovo "Se tu conoscessi il dono di Dio!" sul tema della messa. Nell'intervento dal titolo "Perchè diventino per noi cibo e bevanda di salvezza" il cardinale Dionigi Tettamanzi ha riflettuto su due gesti significativi: l'Offertorio e la Consacrazione.


    di Luisa Bove

    Con la terza catechesi ("Perché diventino per noi cibo e bevanda di salvezza") trasmessa il 1° marzo sul tema dell’Offertorio e della Consacrazione, il cardinale Dionigi Tettamanzi è giunto al cuore della spiegazione della messa. «Nei riti dell’ Offertorio - dice l’Arcivescovo - noi offriamo a Dio pane e vino. Con la Consacrazione, Dio ci ridona queste stesse offerte, ma nel segno di una novità inimmaginabile e sorprendente». Esattamente come è avvenuto nell’episodio della moltiplicazione dei pani narrato dall’evangelista Giovanni.

    Il miracolo avviene anche oggi, quando il pane e il vino radicalmente trasformati «nella quantità» e «nella qualità» vengono restituiti ai fedeli durante la messa. In realtà, dice ancora il Cardinale, «tutto è dono di Dio, anche ciò che noi gli presentiamo». E così l’uomo si trova arricchito al di là di ogni suo pensiero e desiderio. La dinamica della liturgia eucaristica però non è a due tempi, come potrebbe sembrare in apparenza: noi offriamo a Dio e Dio ridona a noi. «Ma Dio dona a noi i beni con cui vivere; noi osiamo presentarli a lui ed egli ce li ridona completamente trasformati».

    Questa trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue del Signore avviene durante la solenne preghiera eucaristica, nel momento in cui il sacerdote pronunzia le parole della Consacrazione. «Certamente ci troviamo di fronte a uno dei misteri più alti della fede cristiana», ammette il cardinal Tettamanzi, sapendo di entrare in discorsi non facili. Poi aggiunge: «Solo se c’è una fede viva e genuina nelle parole stesse del Signore Gesù si può, non dico comprendere appieno questo mistero, ma almeno intuirne qualche aspetto e, soprattutto, accoglierlo come dono prezioso e insuperabile della sua illimitata e inesauribile generosità».

    Poi, quasi mettendosi nei panni degli scettici o dei razionalisti dice: «Davanti all’Eucaristia uno sarebbe tentato di dire: “Tutto qui? Ma questo è pane normale. Questo è solo un po’ di vino». Già sant’Ambrogio di fronte a queste obiezioni rispondeva che nella messa le preghiere sono sempre formulate con parole umane, «ma quando si giunge alla Consacrazione, la Chiesa non usa più parole sue, ma ripete testualmente quelle di Cristo, riportate dai Vangeli». Questo per dire che non è più l’uomo a intervenire, ma Dio stesso.
    C’è un’ultima spiegazione che merita di essere data ai gruppi di ascolto radunati per la catechesi. Si tratta delle parole che il sacerdote pronuncia a conclusione della Consacrazione: «Fate questo in memoria di me». Il tono è quasi quello di un “ordine”, ma con un duplice significato. «Tutte le volte che ci raduniamo a celebrare la messa - commenta il Cardinale - noi obbediamo al comando del Signore, ripetiamo quello che lui ha fatto nell’ultima cena». Non solo. Il Signore rivolge infatti un altro invito ai cristiani: «Fate quello che ho fatto io, cioè ripetete il mio stesso gesto di amore. Come io ho offerto tutto me stesso per voi, dando il mio corpo e il mio sangue per la vostra salvezza, così fate anche voi con il dono di voi stessi agli altri». Si tratta insomma di passare dal rito alla vita. «Non serve a nulla celebrare l’Eucaristia, se terminata la messa e uscito di chiesa, la mia vita prende altre strade rispetto a quelle che la Parola di Dio e il gesto di amore di Cristo mi hanno tracciato».

    Amargine della catechesi dell’arcivescovo è seguita la presentazione della figura di don Luigi Monza, prete ambrosiano che aveva fatto della carità il suo stile di vita.

 

 

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