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    Predefinito Il mercato distrugge l'identità dei popoli

    | Lunedi 28 Febbraio 2005 - 12:49 | |

    Dall’altro, la ricerca di manodopera si sposta sempre più al di fuori dei territori nazionali. Infine, e soprattutto, le grandi imprese industriali non solo non creano più posti di lavoro ma cercano, viceversa, di aumentare la produttività sopprimendone.
    Ovviamente, la crescente influenza che i fondi pensione esercitano sui criteri di gestione delle imprese fa la sua parte. “Gli unici imperativi che contano per loro sono l’aumento della redditività dei fondi propri e la massimizzazione del valore azionario. L’obiettivo prioritario non è più, come nel precedente periodo fordista, assicurare la crescita dell’industria, bensì realizzare incrementi di produttività. Se necessario, chiudendo unità di produzione ritenute non abbastanza redditizie o, più esattamente, non in grado di soddisfare le norme di redditività molto elevate imposte dagli investitori. In questo nuovo regime, le dimensioni dell’impresa e il posto di lavoro diventano variabili di aggiustamento del sistema”.
    Un tempo, un’impresa tendeva ad assumere quando realizzava profitti. Era così, anzi, che si giustificavano quei profitti: più le imprese andavano bene, meno disoccupazione ci sarebbe stata. Oggi accade il contrario. La decisione della Michelin, che ha annunciato simultaneamente la soppressione di 7.500 posti di lavoro e un aumento del 22% dei guadagni, è rivelatrice: la notizia viene accolta con un favore immediato dai mercati. Analogamente, quando il governo francese di Lionel Jospin avalla, nel giugno 1997, la chiusura delle officine Renault di Vilvorde, i fondi di investimento americani presenti nella proporzione del 5% nel capitale della ditta, applaudono di tutto cuore. La disoccupazione diventa così fattore di profitto, perlomeno a breve termine (perché non si tiene conto delle conseguenze sui consumi). In un contesto del genere, la crescita di posti di lavoro si spiega essenzialmente con lo sviluppo del tempo parziale e degli impieghi a breve periodo o precari. In altri termini: più la società va male, più aumentano i profitti.

    Dallo sfruttamento
    all’esclusione
    Poiché gli economisti liberali sono convinti che la società di mercato è il miglior sistema concepibile, il loro obiettivo consiste nel privilegiare le riforme strutturali che accrescono gli stimoli al lavoro e, contemporaneamente, nel ridurre i redditi della non-attività, vale a dire quelli che sono distribuiti dal sistema di protezione sociale. Da un lato si crea una disoccupazione strutturale, dall’altro si fa sempre di meno per i disoccupati.
    L’esclusione che ne risulta differisce fondamentalmente dalla sorte dei lavoratori dei quali, in altri tempi, il capitalismo si limitava a sfruttare la forza-lavoro. L’emergere del mondo delle reti si accompagna a nuove forme di alienazione basate sui differenziali di attitudini, ma anche di mobilità e di capacità di adattamento. Tenuto conto dei profili richiesti nei settori in via di espansione (intelligenza astratta e competenza tecnica), i sottoqualificati diventano sempre meno impiegabili, e dunque inutili. “Nella topica della rete”, scrivono Boltanski e Chiapello, “lo stesso concetto di bene comune è problematico perché, dato che l’appartenenza o la non-appartenenza alla rete restano in larga misura indeterminate, si ignora fra chi un “bene” potrebbe essere messo in “comune” ed anche, di conseguenza, fra chi potrebbe essere stabilita una bilancia di giustizia”18.
    Nel mondo delle reti, la giustizia sociale in effetti non ha praticamente più alcun senso. Chi passa fra le maglie è definitivamente escluso. Bernard Perret parla, del tutto a ragione, di una società elettiva e volatile, “fondata sulla capacità di evitare quel che disturba e, per questo motivo, generatrice di esclusione”.
    Per mascherare questo andazzo, i sostenitori della “nuova economia” fanno valere l’importanza ormai decisiva della creazione di profitto per l’azionista (share holder value). “Per molto tempo”, fa notare Jacques Julliard, “l’identificazione della direzione dell’impresa con il suo capitale è stata totale. Così, nel sistema francese classico, la figura del PDG, nel contempo presidente del consiglio di amministrazione e direttore dell’impresa, assicurava perfettamente l’identificazione fra azionariato e padronato. Oggi, la tendenza del capitale a rendersi autonomo, incoraggiata dal peso crescente dei fondi pensioni, lo colloca nella posizione di controllore esigente della redditività dell’impresa”.
    Di fatto, gli azionisti hanno sempre più importanza nel sistema. Ormai sono loro, e non più il capo dell’impresa o il padronato, a reclamare fusioni e licenziamenti per far salire i propri dividendi. Lo si è visto chiaramente in Francia, dove alla fine sono stati gli azionisti ad arbitrare la battaglia borsistica fra la Bnp, la Société générale e Paribas, mentre il ministero delle Finanze era ridotto al ruolo di spettatore. L’azionariato viene dunque presentato come se fosse la ricetta miracolosa sia dai sostenitori del “capitalismo popolare” che dai liberali, i quali arrivano al punto di spiegare molto seriamente che esso consente di realizzare il vecchio sogno socialista di appropriazione delle imprese da parte dei lavoratori.
    Il risultato è in realtà quello di mettere i salariati-azionisti in una situazione di “duplice legame” quasi schizofrenica. Da una parte, in quanto azionisti, essi hanno paradossalmente interesse ad affrancarsi dalla “dura disciplina del capitalismo”, nella fattispecie dal carattere eminentemente rischioso di tutte le attività che mirano a raccogliere rapidamente un profitto, nel momento stesso in cui rafforzano tale disciplina svolgendo il ruolo di acquirenti di azioni. Dall’altra, i loro interessi di salariati si contrappongono direttamente ai loro interessi di possessori di azioni, dato che i loro guadagni, in quanto azionisti, dipendono strettamente dal successo di politiche sociali che sono loro ostili in quanto salariati. “Questi salariati-redditieri sono così doppiamente perdenti”, constata Dominique Plihon: “come salariati, sopportano le conseguenze della “flessibilità” che la ricerca sfrenata del massimo profitto immediato esige; in quanto risparmiatori, sopportano in prima fila i rischi legati all’instabilità dei mercati finanziari”. Poiché il capitale resta essenzialmente concentrato in un numero di mani molto limitato, l’azionariato dei salariati, in assenza di qualunque ridefinizione dei loro poteri reali all’interno delle imprese, in definitiva rappresenta semplicemente un sovrappiù per il capitalismo patrimoniale individuale.

    Dal capitalismo salariale
    al capitalismo patrimoniale
    La sostituzione di questo capitalismo patrimoniale, nel quale i dividendi attribuiti agli azionisti svolgono un ruolo di primaria importanza, al vecchio capitalismo salariale accentua ovviamente le ineguaglianze, poiché la ripartizione dei patrimoni è sempre più dispersa di quella dei redditi. Il sistema delle stock-options, usato dalle società a rapida crescita per remunerare i propri dirigenti, consente nel contempo a taluni di questi ultimi di crearsi fortune colossali. Il capitale rimane sempre remunerato meglio del lavoro, poiché il fatto che le collocazioni borsistiche diano molti più guadagni della crescita reale significa semplicemente che la parte del prodotto annuale che non proviene da tali collocazioni (essenzialmente i salari) diminuisce.
    È pertanto l’intero volto della società a modificarsi un po’ alla volta. Un tempo, i guadagni fatti registrare dai vincitori giovavano ancora un po’ ai perdenti, situati in fondo alla piramide sociale.
    Adesso non è più così. L’estendersi della disoccupazione segna la fine dell’epoca in cui chi entrava nella classe media (e i suoi discendenti) aveva la certezza di non ricadere in ambito proletario. Mentre i liberali ripetono imperturbabilmente che il libero scambio è un gioco “al quale vincono tutti” (Alain Madelin), ad imporsi progressivamente è il modello della “società a clessidra”: dei ricchi sempre più ricchi, dei poveri sempre più privi di mezzi e tenuti in disparte, e in mezzo una classe media che si restringe.
    Mentre il mondo diventa globalmente sempre più ricco e masse finanziarie sempre più enormi circolano da un posto all’altro, gli scarti fra redditi e patrimoni continuano ad accrescersi, sia tra i paesi che all’interno di ciascun paese.
    Nelle imprese statunitensi, il fattore moltiplicativo fra il salario medio e quello più elevato è passato da 20 a 419 nell’arco di trent’anni! La fortuna delle tre persone più ricche del mondo supera oggi da sola l’importo della produzione annuale dei 48 paesi più poveri, dove vivono 700 milioni di abitanti. Dappertutto, si allarga il fossato che separa i “connessi” e i “non connessi”, le élites finanziarie e la massa dei lavoratori precari, dei piccoli salariati, dei disoccupati di lungo corso, dei giovani inattivi e sottoqualificati. Anche questa nuova frattura sociale su scala planetaria è un fatto nuovo.
    Nel contempo si sta costituendo un’élite “all’avanguardia”, una “iperclasse”, come la definisce Jacques Attali, egoista e volatile, di cui non fanno parte né gli imprenditori né i capitalisti vecchio stile, bensì degli individui la cui ricchezza è composta da un attivo nomade, che detengono il sapere, controllano le grandi reti di comunicazioni, cioè l’insieme degli strumenti di produzione e diffusione dei beni culturali, e non hanno il benché minimo desiderio di dirigere gli affari pubblici, dei quali conoscono meglio di ogni altro il ruolo sempre più limitato.
    “Non si può negare”, scrive Laurent Joffrin, “che una “neo-borghesia” domina ormai la società francese, come molte altre società democratiche. Oltre che per la ricchezza o per l’occupazione di posti di rilievo, questa nuova classe si distingue per la sua mobilità. Mobilità professionale, intellettuale, geografica. Concentrata nelle professioni “che si muovono”, la comunicazione, la finanza o la tecnologia di punta, essa detiene il potere sia simbolico che materiale, e con ciò i mezzi per influenzare la pubblica opinione. Fa parte di un mondo della rapidità, dell’adattamento, della concorrenza; forma un’umanità rilassata, internazionale, tollerante, un pochino cinica, dalla cultura cosmopolita e dal potere di acquisto variabile ed elevato [...] Niente le è più estraneo, in fondo, delle frontiere, degli statuti, delle garanzie, dei regolamenti, delle proibizioni, insomma delle protezioni che appaiono al comune mortale come barriere indispensabili di fronte alle alee dell’esistenza [...] Al riparo dalle vicissitudini di una società soggetta all’apertura e all’anomia, protetta dalle sue società di vigilanza e dalle sue stock-options, la nuova classe abbandona alla sua triste sorte il popolo comune e ne bolla come “populismo” la volontà di mantenere le protezioni di un tempo”.
    Di contro ai liberali che sostengono il mercato “autoregolatore”, i dirigenti socialdemocratici avanzano la pretesa di regolare o inquadrare il neocapitalismo. Ma possono ancora farlo? I socialisti hanno abbandonato da un pezzo l’idea dell’appropriazione collettiva dei mezzi di produzione. Il governo francese di Lionel Jospin si è opposto all’acquisto di Orangina da parte della Coca-Cola, ma non ha impedito né i licenziamenti alla Michelin né la chiusura dell’officina Renault di Vilvorde. Quando il Primo ministro dichiara di volere che lo Stato si impegni in una “vigorosa politica industriale”, si può pensare davvero che esso ne abbia i mezzi?
    A vocazione redistributiva o correttiva che siano, i tentativi socialdemocratici o “liberali di sinistra” di trovare un accettabile compromesso fra gli imperativi della vita sociale e democratica da un lato e l’egemonia del mercato e le esigenze della globalizzazione dall’altro non producono alcun effetto concreto. Anzi, nella misura in cui rapportano il livello di benessere esclusivamente alla ricchezza monetaria, non rimettendo assolutamente in discussione il modello sociale dominante, rafforzano la centralità del lavoro remunerato, continuando in tal modo a collocarsi nell’alveo del processo di individualizzazione e di monetarizzazione della vita sociale.
    La verità è che lo stato assistenziale fa oggigiorno sempre più fatica ad intervenire nel campo economico, cosa della quale si felicitano i liberali, che da tempo aspirano all’”impotenza pubblica”.
    Il vecchio capitalismo era ancora legato alla nazione, nella misura in cui i profitti delle imprese erano essenzialmente realizzati in quel contesto, contribuendo pertanto, almeno indirettamente, alla potenza nazionale. Oggi, quei guadagni vengono cercati al di fuori del contesto degli Stati nazionali, e la conseguenza è che il regime normativo del neocapitalismo vale indifferentemente per tutti i paesi. La globalizzazione finanziaria ha spostato la realtà del potere economico dal livello delle nazioni a quello del pianeta, dalle imprese classiche alle ditte transnazionali, dalla sfera pubblica agli interessi privati. Gli Stati, vittime della crescente potenza dei mercati e della loro internazionalizzazione, non hanno più i mezzi necessari a una politica economica a lungo termine.
    La mobilità degli investimenti internazionali, che continuano a spostarsi per cercare maggiori profitti, limita direttamente la loro capacità di azione, in particolare in campo sociale e fiscale: ogni volontà di regolazione che non va in direzione degli interessi del capitale viene immediatamente sanzionata dalle delocalizzazioni di imprese, dall’espatrio dei quadri d’azienda e dalla fuga dei capitali. In Europa, più della metà delle decisioni che hanno un effetto diretto sul prodotto interno lordo sono ormai di natura non governativa. In Francia, la crescita delle spese obbligatorie (debito, occupazione, funzione pubblica) ha per giunta ridotto dal 43% del 1990 al 12% del 1998 i margini reali per manovre di bilancio.
    Wolfgang H. Reinicke ha ben analizzato questo squilibrio fra gli Stati nazionali, che continuano a ricavare la propria legittimità dal mantenimento di frontiere che non fermano più niente, e i mercati, che un tempo dipendevano sia dal potere politico che dalle socialità locali e oggi si ritrovano emancipati da qualunque vincolo territoriale. La creazione di ricchezza, e persino di moneta, oggi avviene al di sopra delle banche e degli Stati, mentre gli scambi si organizzano per sfuggire a qualunque fiscalità.
    Sarebbe dunque un errore credere che l’espansione del neocapitalismo possa essere arginata da uno Stato nazionale che pratichi una sorta di keynesismo rinnovato. Non solo lo Stato oggi è sempre più impotente, ma inoltre, contrariamente a quanto ancora diffusamente si pensa, da molto tempo non rappresenta più l’interesse generale in opposizione agli interessi particolari. Da molti punti di vista, si è anzi deliberatamente posto al servizio del mercato. “Il successo del capitalismo è dovuto tanto al ruolo dello Stato quanto a quello del mercato”, ci ricorda l’economista Amartya Sen, premio Nobel 1998. Stupisce vedere una certa sinistra dimenticare il ruolo svolto dallo Stato borghese nella promozione del mercato e, contemporaneamente, la “natura di classe” che un tempo essa gli attribuiva.

    Il sistema fagocita i vecchi valori della contestazione
    Nel loro libro, Boltanski e Chiapello si interrogano anche sui motivi dell’indebolimento delle critiche un tempo rivolte al capitalismo. Distinguono la “critica artista” e la “critica sociale”. La prima, tipica sia dell’anticapitalismo romantico che della contestazione libertaria del maggio 68, metteva l’accento soprattutto sul carattere inautentico del capitalismo, criticando la generalizzazione dei valori mercantili provocata dal suo dominio. Si esprimeva attraverso una forte rivendicazione di autonomia e di creatività. La seconda se la prendeva piuttosto con l’egoismo del capitale e con lo sfruttamento della miseria.
    Strumento classico della sinistra e dell’estrema sinistra sin dal XIX secolo, si limitava a denunciare l’ingiustizia e a reclamare salari migliori e maggiore sicurezza.
    Queste due critiche, che si completavano l’un l’altra senza confondersi, dal momento che prendevano di mira forme di alienazione diverse, oggi sono visibilmente in declino. L’incorporazione dei valori in voga nel maggio 68 (creatività, convivialità, derisione, ecc.) nella dinamica del neocapitalismo, non tanto per effetto di una strategia deliberata (contrariamente a ciò che sostengono Boltanski e Chiapello) quanto piuttosto come risultato di un effetto di simbiosi, ha in larga misura disarmato la “critica artista”. La “critica sociale”, invece, ha patito non solo il crollo delle teorie o dei sistemi alternativi, ma anche la crescita dell’individualismo e della deistituzionalizzazione, che hanno liquefatto gli effettivi dei sindacati e dei partiti.
    Non c’è dubbio, infine, che una delle chiavi della longevità del capitalismo risiede nella sua capacità di nutrirsi delle critiche di cui viene fatto oggetto, ridispiegandosi in forme nuove senza per questo abbandonare la logica di perpetuo accumulo del capitale.
    L’errore commesso dalla tradizionale critica sociale, tale quale ancora oggi la troviamo in un Pierre Bourdieu, consiste nell’essere rimasta ancorata a una concezione arcaica delle forme di “dominio”. Tale critica non ha saputo misurare appieno gli “spostamenti” operati dalla logica capitalistica attraverso le delocalizzazioni, la sostituzione della manodopera con le macchine, la relativa scomparsa della vecchia classe operaia e la crescita dell’azionariato. Non ha saputo scoprire le forme di alienazione caratteristiche del nuovo mondo delle reti.
    Le contraddizioni tra il capitale e il lavoro non sono scomparse, ma ormai svolgono solo un ruolo specifico nei confronti della razionalità d’insieme del sistema. L’espansione del potere dei mercati non comporta più semplicemente lo sfruttamento della forza-lavoro; induce anche una serie di fondamentali rotture di equilibrio, nei confronti sia della politica, sia della diversità delle forme dello scambio sociale. La monetarizzazione dei rapporti sociali, in particolare, trasforma e impoverisce il legame sociale in maniera inedita, mentre le istituzioni pubbliche vengono progressivamente colpite dall’obsolescenza.
    Il fatto nuovo è che il mondo del lavoro ha rinunciato a rovesciare il capitalismo, limitandosi ad adattarlo o riformarlo. Ci si continua a scontrare sulla ripartizione del plusvalore, ma non si discute più sulla maniera migliore per accumularlo.
    È quella che Jacques Julliard, molto adeguatamente, ha definito “l’interiorizzazione da parte dei lavoratori della logica capitalistica”. Ciò che sembra in tal modo scomparire è un orizzonte di senso che giustifichi il progetto di cambiare in profondità l’attuale situazione. Di fatto, tutti quanti si piegano perché nessuno crede più alla possibilità di un’alternativa.
    Il capitalismo viene vissuto come un sistema imperfetto ma che, in ultima analisi, rimane l’unico possibile. La sensazione si diffonde a tal punto che non è più possibile sottrarsene. La vita sociale ormai viene vissuta esclusivamente nella prospettiva della fatalità. Il trionfo del capitalismo risiede innanzitutto in questo fatto di apparire come qualcosa di fatale.
    Ne risulta una lenta conquista delle menti da parte dei valori mercantili, inseparabile dalla colonizzazione da parte del mercato di tutte le sfere della vita sociale; i due processi si appoggiano l’uno all’altro e si rafforzano a vicenda. Questa mercantilizzazione generalizzata della vita umana sta a significare che ormai si trovano ad essere assoggettati alla logica del mercato ambiti che sinora le sfuggivano, almeno in parte. L’informazione, la cultura, l’arte, lo sport, le cure alle persone, i rapporti sociali in generale, ormai sono connessi al mercato. L’instaurazione di un mercato dei “diritti ad inquinare” discende dalla medesima logica. “Da quando una parte delle attività di un settore è servita dal mercato, tutto il settore tende alla privatizzazione. Così si vedono precipitarsi verso il mercato tutte le attività che hanno a che vedere con l’educazione, la sanità, gli sport, le arti, le tecnoscienze, le relazioni umani”, osserva Jacques Robin.
    Le conseguenze sono note. La privatizzazione dei trasporti provoca l’aumento dell’insicurezza e quindi degli incidenti. La commercializzazione delle sementi geneticamente modificate viene accettata prima che se ne siano potuti veramente conoscere gli effetti sull’ambiente naturale e sulla salute. L’alimentazione si deteriora, perché la concorrenza dei prezzi spinge a sacrificare la qualità dei prodotti. La ricerca della prestazione porta a sopprimere, con il pretesto di una redditività insufficiente, una quantità di esercizi commerciali, di ritrovi o di servizi sociali che in precedenza offrivano un certo conforto alla vita quotidiana. La stessa redditività viene valutata in modo puramente mercantile, senza tenere in conto gli effetti a lungo termine, le esternalità e le ricadute non finanziariamente calcolabili. Siamo arrivati al punto in cui lo statunitense Francis Fukuyama, ex teorico della “fine della storia”, può felicitarsi del fatto che “l’Organizzazione mondiale del commercio [sia] l’unica istituzione internazionale che abbia una qualche probabilità di diventare un organo di governo a livello mondiale”!
    “Cadono le ultime maschere”, ne deduce René Passet, “e vediamo disegnarsi l’immagine del mondo che l’universo degli affari intende imporci: un mondo sistematicamente depredato, completamente finalizzato alla fruttificazione del capitale finanziario, un pianeta rinserrato nella rete tentacolare di un’idra di interessi che ha soltanto diritti, impone la propria legge agli Stati e chiede loro conto, esigendo il rimborso dei mancati guadagnati legati alla protezione sociale, alla difesa dell’ambiente, della cultura e di tutto ciò che costituisce l’identità di una nazione. Il denaro valore supremo e gli uomini per servirlo”.
    Dopo la parentesi del XX secolo e il fallimento dei fascismi e dei comunismi, il capitalismo sembra così ritrovare le smisurate ambizioni che gli erano proprie quando fece la sua comparsa. Per certi versi, il capitalismo della terza età ha del resto molte più affinità con l’economia mercantile preindustriale del XVIII secolo che con l’economia manifatturiera del XIX.
    Sono rivelatrici le dichiarazioni dell’ultraliberale David Boaz, vicepresidente del Cato Institute di Washington, secondo il quale il XX secolo non è stato altro che una parentesi statalista nella storia del libro scambio. Secondo lui, “il liberalismo ha dapprima condotto alla rivoluzione industriale e, in un’evoluzione naturale [sic], alla nuova economia. Piuttosto che qualcosa di interamente nuovo, io credo che la globalizzazione sia il prolungamento della rivoluzione industriale [...] In un certo senso, adesso siamo ritornati sulla strada tracciata proprio agli inizi del XVIII secolo, alla nascita del liberalismo e della rivoluzione industriale”30. Aggiunge poi Boaz: “L’ideale dei liberali non è più cambiato da due secoli a questa parte. Vogliamo un mondo nel quale gli uomini e le donne possano agire nel proprio interesse [...] perché facendo ciò contribuiranno al benessere del resto della società”31.
    Per essere più chiari: più regnerà l’egoismo individuale, più il mondo sarà migliore!
    Il capitalismo ha conservato la disumanità delle origini, ma assume ormai forme nuove. Se ne deve dedurre che il suo regno è irreversibile? La storia, in realtà, resta sempre aperta.
    Il capitalismo, si è detto spesso, si nutre delle proprie crisi. Non è però sicuro che potrà sempre superare le proprie contraddizioni. Anche se crea di continuo nuovi bisogni, programma l’obsolescenza dei suoi prodotti e fa apparire sempre nuovi gadgets, non si può escludere l’ipotesi che la stessa abbondanza finisca per nuocere al mercato, nella misura in cui questo può funzionare soltanto in una situazione di relativa scarsità dei beni prodotti.
    Un altro paradosso sta nel fatto che, nel sistema capitalista, il vantaggio competitivo si nutre delle differenze tra i paesi, mentre la sua generalizzazione finisce nel contempo con farle scomparire. La “bolla” speculativa non potrà gonfiarsi indefinitamente. Il sistema del denaro perirà a causa del denaro.
    Per il momento, tutto il mondo vive a credito. Il debito mondiale cumulato (dei nuclei familiari, delle imprese e degli Stati) è passato dal 1997 ad oggi da 33.100 a 37.200 miliardi di dollari, cioè al triplo del prodotto interno lordo mondiale.
    “In un certo senso”, fa notare Henri Guaino, “lo scivolamento del capitalismo industriale verso il capitalismo finanziario dà ragione a Marx: il capitalismo sega il ramo sul quale sta seduto”32. Serge Latouche parla, con piena ragione, di un “sistema che marcia a piena velocità, non ha marcia indietro, non ha freni e non ha pilota”. Stiamo danzando su un vulcano.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
    decolonizzare l'immaginario
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    Predefinito

    Molto interessante.
    Tutti si rendono conto dell'urgenza di fermare questo meccanismo.
    Dobbiamo riappropriarci di casa nostra, un esempio?

    La "logica" dei Sannite e dei Papalia non dobbiamo assolutamente accettarla, costoro sono uno degli strumenti della "logica" che dobbiamo abbattere.

    Da qualche parte bisogna pur cominciare.

    Se riesci ad avere la fonte ti ringrazio.

 

 

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