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    Ecogiustiziere Insubre
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    Talking Chissà cosa ne pensa Pagliarini di questo articolo...

    DA "laPADANIA" di oggi 02.03.05


    le banche estere all’assalto degli istituti di credito nostrani
    Antonveneto, se passa lo straniero...
    Bankitalia e governo concordi: senza reciprocità internazionale l’italianità del credito verrà difesa

    Sandra Fasani
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    Antonveneta verso lo scontro? Nei prossimi giorni Abn-Amro, la banca olandese che ne possiede quasi il 15 per cento, potrebbe lanciare un’inedita e clamorosa Opa sulla banca nordestina.
    Inedita e clamorosa perché nel sistema bancario italiano le Opa ostili sono state finora impossibili, perché la Banca d’Italia non le autorizza; ed impossibile è anche l’assunzione del controllo da parte di stranieri, per lo stesso motivo. Però Abn-Amro può contare sull’aiuto della Commissione Europea che ha già chiesto chiarimenti alla Banca d’Italia sul suo atteggiamento verso l’ingresso di interessi esteri nel capitale di banche italiane.

    SCENDE IN CAMPO LA POPOLARE DI LODI

    Contro il takeover (presa di controllo, nel gergo della Borsa) da parte di Abn-Amro si muoverebbe la Popolare di Lodi, con un progetto di aggregazione rispondente al suo modello federalista.
    Giampiero Fiorani per ora ha dalla sua il placet del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e il 2,863 per cento di Antonveneta, cui bisogna aggiungere - se le parole non sono vento - i pacchetti dei Benetton e di Hopa.
    Il primo perché a metà febbraio Gilberto Benetton ha dichiarato «non strategico» per Edizione Holding il suo 5 per cento, come dire che è in vendita al migliore offerente. Il secondo perché Emilio Gnutti ha fatto sapere che l’idea della Lodi gli piace: «Sono certo che Fiorani abbia un buon progetto per Antonveneta. Un progetto condivisibile», ha dichiarato il presidente di Hopa. Fiorani e i suoi alleati puntano ormai al conteggio dei voti nell’assemblea di maggio, dove sono convinti di avere la meglio e di assumere il controllo.
    La stampa ha addirittura riferito che la cordata della Lodi conterebbe già su una quota fra il 30 e il 40 per cento di Antonveneta, avrebbe cioè conquistato la platea dei piccoli investitori del Veneto, che tengono all’aspetto identitario della Banca e si riconoscono fra l’altro negli appelli dell’ex rettore dell’Università di Padova, Gilberto Muraro, perché Antonveneta resti, appunto, veneta.

    IL CONCETTO DI “BANCA ITALIANA”

    Il problema non è soltanto di Antonveneta. Che cos’è una banca italiana? Un’associazione a delinquere, risponderebbero, se interrogati, la maggior parte dei titolari di un conto corrente, dei piccoli imprenditori, degli obbligazionisti “argentinizzati” o “parmalattizzati” dai preziosi (si fa per dire) consigli delle loro banche. Un’istituzione virginale e preziosa la cui castità deve essere protetta dall’irruenza dei mascalzoni bancari d’Oltralpe, afferma invece Fazio. In medio stat virtus: il ministro Roberto Maroni, senza cedere ad alcuna idealizzazione delle aziende di credito, ha però riconosciuto che non si può assistere impassibili al passaggio del controllo a gruppi esteri, specie in una situazione come quella attuale in cui le banche sono proprietarie de facto di buona parte dell’economia italiana. Per prendere a prestito quanto ha scritto qualche tempo fa sul “Sole24Ore” Orazio Carabini, la posizione di governo e Banca centrale è che «senza reciprocità internazionale l’italianità del credito verrà difesa», e in effetti «gli altri Paesi non consentono ai gruppi italiani di espandersi sui loro mercati».

    I CAPITALI STRANIERI NEI NOSTRI ISTITUTI

    Diverse banche europee hanno comunque già un piede - e anche qualcosina di più di un piede - in importanti banche italiane: oltre all’Abn-Amro con la sua partecipazione in Antonveneta e una quota sopra il 9 per cento di Capitalia, il Bbva (Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, spagnolo) che è il primo azionista della Bnl con il 15, il Crédit Agricole che ha il 14,81 di Banca Intesa, il Banco Santander Central Hispano in possesso di un 7,7 per cento del SanPaolo-Imi, la Deutsche e la Commerz che hanno piluccato qua e là qualche punto percentuale. Contano come il due di picche quando la briscola è cuori, non fanno denari, ma se i loro fiori sono rose, si dicono, fioriranno. Invece no, non fioriscono. Perché Fazio non vuole. E anzi ogni giorno che passa vuole un po’ meno.

    LA SITUAZIONE DELLA BANCA NAZIONALE DEL LAVORO

    Anche alla Bnl starebbe maturando una possibile crisi di grande portata. Negli ultimi tempi vertici del Bbva stanno ricevendo ovattate offerte per la loro quota. Niente di ufficiale o di formale, però le offerte stanno arrivando. Visto che nessuno si muoverebbe senza il preventivo assenso di Bankitalia, alcuni pensano che via Nazionale stia premendo perché gli spagnoli invece di salire in Bnl (come hanno più volte chiesto) lascino del tutto l’azionariato. Se accadesse questo, l’attuale sindacato di controllo della Bnl (che per metà è fatto dal Bbva) andrebbe a ramengo e quindi potrebbe farsi avanti l’altro patto, quello raccolto intorno a Caltagirone che le ultime informazioni danno, dopo l’aumento di capitale, al 23,41 per cento. A metà febbraio Pierluigi Fabrizi, presidente del Monte dei Paschi di Siena, ha rimesso in gioco il suo istituto (una banca vicina alla sinistra) dicendola «interessata a salvaguardare il valore patrimoniale del suo investimento» in Bnl. «Siamo anche interessati, se richiesti, ma finora non c’è stato richiesto, a dare un contributo industriale in un quadro di governance complessivo della banca per trovare un assetto più equilibrato», ha spiegato Fabrizi: «La governance attuale ci ha visto esclusi. Siamo interessati ad un ruolo più rispettoso della nostra presenza».
    Iunthanaka
    Conte della Martesana

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  2. #2
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    Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!
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    quando ho tempo approfondiamo un po' sto articolone magari con l'intervento di stoneewall, se legge.

  3. #3
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    chi indovina il collegamento con questo articolo?



    La Camera lascia inalterati i poteri della Banca Centrale, l'Unione contro
    Bankitalia, resta il govenatore a vita
    Polemiche nella maggioranza: La Russa chiede le dimissioni di La Malfa e Tabacci delle commissioni Finanze e Attività produttive

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    ROMA -La Camera lascia inalterati i poteri di Bankitalia. Il governatore conserva il mandato a vita e la Banca Centrale mantiene le competenze di vigilanza sulla concorrenza del sistema bancario. La Camera ha infatti cancellato oggi dal ddl risparmio le due norme più contestate del provvedimento: quella sul mandato a termine del governatore e quella sul passaggio all'Antitrust delle competenze di vigilanza sulla concorrenza delle banche, accogliendo di fatto le richieste del governo. Il testo dovrebbe essere licenziato dall'aula in prima lettura giovedì mattina.

    La discussione in aula oggi si è svolta in un clima teso e fra le incomprensioni interne alla maggioranza, culminate nella richiesta di dimissioni dei due presidenti delle commissioni Attività produttive e Finanze, Bruno Tabacci e Giorgio La Malfa, da parte del coordinatore di An Ignazio La Russa, dopo le polemiche che li hanno visti contrapposti al relatore del ddl sul risparmio Stefano Saglia, di An, sull'emendamento relativo alle competenze sulla concorrenza bancaria.

    Sottolineando le polemiche nella maggioranza, è arrivata in serata la dura replica di Tabacci (che ha ricevuto la solidarietà del capogruppo Udc Luca Volonté e da quello della Lega, Alessandro Cè) a La Russa: «I presidenti non sono sfiduciabili, a parte che quando sono stato eletto ho avuto un consenso molto più ampio della maggioranza». L'avvicimento fra l'esecutivo e il governatore di Bankitalia Antonio Fazio su questi temi era stato suggellato da un pranzo a Palazzo Chigi fra Fazio, Siniscalco e il premier Silvio Berlusconi al termine del quale si è convenuto sulla convenienza di lasciare la vigilanza sulla concorrenza bancaria a Bankitalia e di difendere il sistema dall'egemonia straniera.

    02 marzo 2005

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    C'è poco da dire. La Lega assume posizioni protezioniste ormai in qualunque settore dell'economia: il credito non fa eccezione. Fa solo pena che, per salvare dalla galera dei farabutti (come ha detto Pagliarini a Monza) la Lega si sia dovuta abbassare a difendere l'itaglianità della banca "padana" (mai virgolette furono tanto dovute...)
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

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    L'ho letta solo adesso...ehmm, con qualche anno di ritardo. Ti allego una lettera che avevo mandato a quei tempi a Bossi & C.
    Ciao. Paglia


    Per Umberto Bossi
    Calderoli, Castelli e Maroni
    Deputati e Senatori della Lega
    Da Giancarlo Pagliarini
    Data 2 Marzo 05
    Oggetto Costo dei servizi bancari in Italia


    In questi giorni ho discusso con qualcuno di voi (Calderoli, Giorgetti, Maroni ed altri) per cercare di capire i motivi della nostra posizione sulle banche.

    Vi allego uno studio dal quale risulta, tra le altre cose, un confronto dei costi che le imprese di 11 Stati sostengono in un anno per i servizi delle loro banche. E’ il risultato di otto mesi di lavoro in 11 paesi e in 73 banche.

    Il risultato è questo: se una impresa italiana paga 100, il costo sostenuto dai suoi concorrenti francesi , spagnoli e tedeschi per comperare sostanzialmente gli stessi servizi è 50 (si, avete letto bene: 50). Negli Stati Uniti 85, in Inghilterra 27, in Olanda 15 eccetera.

    Il dettaglio lo potete vedere nell’Allegato 1. Questi dati valgono per le aziende e anche per i privati cittadini.

    Ho intenzione di approfondire questo studio perché avevo già intenzione di utilizzarlo per una delle “lezioni di economia” per Telepadania e sono già in contatto con i rappresentanti italiani della Cap Gemini Ernst & Young. Da “giovane” ho partecipato a molti di questi progetti e ne ho anche gestito qualcuno in prima persona: hanno qualche difetto (per esempio nella figura 1 dello studio che vi allego c’è una errata corrige. Il dato per l’Italia non è il 501 di pagina 3 ma il 206 che vedete nella pagina successiva, che migliora la situazione dell’ Italia e che io ho utilizzato per elaborare i dati che vedete nell’Allegato 1) ma hanno anche moltissimi pregi, e di solito i risultati hanno quasi sempre un valore segnaletico molto significativo.

    L’equazione per il momento, è questa: aiutare le banche italiane evitando di esporle alla concorrenza internazionale significa condannare gli imprenditori padani a pagare per i servizi bancari come minimo il doppio dei loro concorrenti. E questo vale anche per risparmiatori e normali cittadini.

    Se questi dati sono corretti, credo che dovendo scegliere tra banche da una parte e aziende e risparmiatori dall’altra non dovremmo avere nessun dubbio.

    I nostri imprenditori devono già sopportare il peso della pressione fiscale e contributiva più alta dell’UE (1), il costo dell’energia è supera di circa il 30% quello dei loro concorrenti europei, i servizi e le strade sono ormai da terzo mondo, e anche il costo dei servizi che ricevono dalle banche sono il doppio di quelli che sostengono i loro concorrenti (“solo” il doppio quando va bene, perché nel caso dell’Inghilterra sono il triplo).

    Non è un problema di “scalate”, oppure di banche italiane o di banche “straniere” (tra virgolette perché, cosa volete, io ho qualche difficoltà a considerare “stranieri” i catalani, gli abitanti della Baviera o quelli dell’Essex) : il problema si chiama mancanza di concorrenza. Certo, mi rendo perfettamente conto che togliere le responsabilità dell’antitrust alla Banca d’Italia e prevedere che la durata della carica del Governatore, a differenza del Papa, non sia a vita non risolve il problema. Ma sarebbe comunque un segnale incoraggiante. Un segnale di voler almeno cominciare a cambiare qualcosa.

    Questa situazione si risolverà solo con più concorrenza. Spero siate d’accordo e vi chiedo, se siete d’accordo, di ricordarlo in ogni circostanza.


    Giancarlo Pagliarini
    (1) La pressione fiscale ufficiale è appena scesa di un punto e adesso siamo al 41,8% del PIL, ma non dimenticate che nella stima del PIL l’ISTAT include anche la stima dell’economia sommersa. Questo vuol dire che quel 41,8 non lo pagano in 100, ma circa in 80. Dunque la pressione fiscale vera che sopportano quelli che pagano le tasse per mantenere questo Stato è ben superiore al 50%.

 

 

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