di Ramzy Baroud
Indulgere nelle speculazioni su chi possa essere stato l'effettivo assassino dell'ex-premier libanese Rafik al-Hariri e' oggi di poca importanza. Ciò che richiede un'attenta analisi e' come il suo assassinio agirà nel ridefinire il ruolo del Libano nel conflitto arabo-israeliano e nell'equilibrio di potere nella regione.
Dunque, anche se il 14 febbraio l'esplosione e' avvenuta a Beirut, la sua eco si e' avvertita a Damasco.
La ruota sta girando contro la Siria, e rapidamente. Sia Israele che Stati Uniti sono impazienti di mettere fine alla sua egemonia negli affari libanesi. L'azione americano-israeliana non e' certo motivata da un genuino interesse per la sovranità libanese. Guardate solo poche miglia ad est, all'Iraq, per accertarvi senza ombra di dubbio che le reali sovranità nazionali sono l'ultimo interesse di Washington. Ripassate la breve, sanguinosa, storia dei rapporti tra Israele e Libano e giungerete alla stessa conclusione: la sovranità libanese non si trova sulla lista delle cose da fare di Israele. Infatti, le violazioni israeliane della sovranità libanese continuano senza sosta.
Invece, la Siria deve uscire dal Libano perché la sua presenza rafforza la posizione siriana di potenza regionale, in grado di dettare i termini dei futuri accordi tra sé stessa ed Israele da un lato, e tra Israele e LIbano dall'altro. Senza dubbio, e' un errore che il Libano non possieda la chiave per il suo futuro, ma non e' la posizione libanese a seccare Israele.
Nonostante la sua supremazia militare, Israele non può trattare con una serie di paesi tutti assieme. Immaginate quale dura impresa sarebbe per Israele se il defunto leader palestinese Yasser Arafat avesse rifiutato di firmare un accordo di pace separata con Israele e se fosse stato imitato da Giordania, Siria ed altri paesi. O, ancora peggio, se l'Egitto avesse subordinato qualsiasi normalizzazione con Israele al suo pieno ritiro da tutte le terre arabe occupate, in linea con la legge internazionale.
Israele ha grande interesse - politicamente, economicamente e militarmente - che ciascuno dei paesi arabi circostanti agisca per conto proprio. E, naturalmente, Israele non e' mai da solo, nonostante il popolare mito della vittima che propaga di continuo. Esso e' sempre stato sostenuto, supportato e difeso dalle amministrazioni USA, che hanno volontariamente - per lo stupore di molti - anteposto i disegni politici e le ambizioni territoriali di Israele alla stessa sicurezza nazionale americana.
La missione, dunque, e' sempre stata quella di dividere i paesi arabi, adescarli, pressarli o batterli (come nel caso di Egitto, Giordania e leadership palestinese) fino a che non fosse stato raggiunto un accordo di pace secondo i termini israeliani.
Fino ad oggi, Libano e Siria hanno mantenuto una dinamica differente nei loro rapporti con Israele.
Tanto per cominciare, la resistenza libanese ha dimostrato che Israele onorerà la legge internazionale solo se costretta a farlo. La parziale implementazione da parte di Israele della risoluzione ONU 425 e il suo forzato ritiro dal Libano nel maggio del 2000 ne sono la prova.
Per Israele si e' trattato di un precedente pericoloso ed allarmante. Quasi subito dopo il ritiro israeliano, scrissi un articolo in cui prevedevo una rivolta palestinese che avrebbe avuto le sue basi nel vigore e nel dinamismo suscitati dalla vittoria libanese. Dopo poco, scoppiò l'intifada, e, all'epoca, gli slogan più utilizzati erano quelli di Hezbollah. Si colleghino i punti.
Il ritiro dal Libano fu per Israele un'innegabile umiliazione. Fonte maggiore di imbarazzo, ancora più della sconfitta militare, fu il fatto di lasciare in Libano un palcoscenico vuoto per una ricostruzione politica che non era creazione di Israele. (Ricordate le false elezioni tenute in LIbano poco dopo l'occupazione israeliana del 1982, a seguito delle quali fu installato come presidente "eletto" il leader falangista Beshir Gemayel, che fu in seguito assassinato. A Gemayel fu assegnato il compito di governare da fantoccio su un paese gestito, in realtà, da Tel Aviv).
Ma cosa dire degli Stati Uniti? L'amministrazione Bush non ha alcun affare in Libano. Non vi sono risorse naturali da sfruttare, nessun dominio imperiale da proteggere, nessuna falsa battaglia contro il terrorismo da combattere. Il Libano e' oggi un paese stabile (nonostante tutte le scaramucce politiche e settarie) che gode di una ragionevole esperienza democratica e di una stampa che e' la più libera del mondo arabo.
Tuttavia, grazie agli elementi neo-conservatori filo-israeliani di Washington, l'amministrazione Bush sta lavorando sulla falsa asserzione che la Siria sia fonte di tensione regionale e che debba essere "stabilizzata" o conquistata.
I neo-cons hanno trovato molti alleati ben disposti tra i dissidenti libanesi, che hanno accettato di partecipare al gioco (una ripetizione del ruolo dell'opposizione irachena a Washington prima del rovesciamento del governo di Saddam Hussein) pur di mettere fine alla presenza siriana in Libano. Essi sono stati d'aiuto nel forgiare il Syria Accountability ed il Lebanese Sovereignty Restoration Act del 2003. Con la collaborazione di tali alleati, Washington ha iniziato a mandare una serie di segnali, ammonendo la Siria che potrebbe incorrere nello stesso fato dell'Iraq.
Ma qui vi e' una dicotomia. Mentre vi sarebbe grande interesse nel costringere Siria e Libano a firmare accordi di pace secondo i termini israeliani, con una attiva claque a Washington che orchestri e manipoli il supporto USA, non vi sono né fondi né truppe sufficienti (né supporto popolare, ma su questo si può sempre intervenire) a portare a termine un'occupazione militare convenzionale di Damasco.
E, come ci hanno insegnato i passati interventi americani, principalmente in America centrale, quando un coinvolgimento militare diretto non può essere venduto al pubblico, né sostenuto politicamente o finanziariamente, e' l'ora di passare alle operazioni clandestine. Gli articoli di Seymour Hersh che rivelano le covert-operations USA in Iraq confermano i sospetti di molti - che il governo USA stia cercando di trovare altri mezzi per confrontarsi con l'Iran, eliminando così uno degli ultimi oppositori di Israele.
L'assassinio di Rafik al-Hariri sarà sfruttato da coloro che desiderano che Israele sia l'unico mediatore del potere regionale. L'assassinio di Hariri e' il genere di provocazione che precede una grande azione militare o un terremoto politico. Quest'ultimo e', per ora, la prospettiva più verosimile, e la mossa USA di richiamare il suo ambasciatore in Siria per "consultazioni urgenti", unita alla già pianificata campagna anti-siriana, serve a questo scopo.
Non bisogna illudersi che la presenza siriana in Libano sia per l'esclusivo vantaggio del Libano. Damasco e', in realtà, terrorizzata dalla possibilità che il suo ritiro dal LIbano possa significare la perdita di un alleato strategico. Inoltre, il ritorno dell'instabilità politica nella piccola repubblica araba adiacente alla Siria mescolerà le carte in qualsiasi futuro accordo di pace. Israele avrà in mano tutte le carte.
Il popolo libanese ha il diritto di aspettarsi e di chiedere piena sovranità. Nondimeno, sarebbe una tragedia se il Libano, liberatosi da un vicino arabo, dovesse cadere nelle grinfie di un nemico alieno che, nel corso degli anni, ha massacrato decine di migliaia di libanesi.
E' una posizione difficile sia per il Libano che per la Siria, che si trova alla mercé di un predatore famelico pronto a fare il balzo finale.
Potremo non sapere mai chi sia responsabile della morte di Hariri, ma essa produrrà una tempesta politica di cui l'unico beneficiario sarà Israele.




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