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    Predefinito Difendere L'identita' Veneta E' Un Reato

    Il consigliere regionale condannato con altri cinque militanti per razzismo critica le motivazioni del tribunale
    I leghisti al contrattacco
    Tosi: «La sentenza considera reato la difesa dell’identità veneta»
    «Sembra un trattato scritto da un sociologo»


    di Luigi Grimaldi



    Criticano la sentenza di condanna, attaccano la magistratura, ribadiscono che la loro raccolta di firme sui campi nomadi nell’estate del 2001 serviva per sollecitare il Comune a risolvere una situazione di illegalità che si era creata in via Montelungo.
    Ieri, quattro dei sei militanti ritenuti colpevoli di razzismo, cioè Flavio Tosi, consigliere regionale del Carroccio, il segretario provinciale Matteo Bragantini, il vice Maurizio Filippi ed Enrico Corsi, hanno espresso a palazzo Barbieri la loro opinione sulle motivazioni del verdetto del tribunale depositate venerdì scorso. «Non so se questa sentenza», ha detto Tosi, «è stata scritta da un magistrato o da un sociologo, perché, basta leggerla: sembra una perizia». «La magistratura», ha continuato Tosi, «riconosce l’identità veneta-veronese, ma fa diventare un reato il fatto di difenderla. Ci viene detto che non abbiamo propagandato una superiorità della razza, ma che dobbiamo essere condannati per il semplice fatto di ver detto che siamo diversi dagli zingari».


    Flavio Tosi ha precisato un passaggio della sentenza: «Non abbiamo mai detto in aula di aver mentito alla gente con i nostri manifesti». La sentenza riporta che «è dunque falso che gli imputati abbiano mentito facendo credere di aver voluto cacciare o far cacciare tutti gli zingari dalla città di Verona. È invece vero il contrario: diffondendo tout court pensieri fondati su idee di superiorità e odio razziale, hanno incitato a commettere atti di discriminazione per ragioni razziali ed etniche».
    Poi il consigliere regionale del Carroccio ha letto un passo di una sentenza del tribunale di Verona del 18 ottobre 1995 a carico di un nomade per sfruttamento di minore. «Un magistrato scrive che "il giudice non può prescindere anche da considerazioni di carattere sociologico di comune conoscenza. È notorio infatti che gli appartenenti a gruppi etnici Rom e similari facciano una vita di tipo comunitario, in cui le singole famiglie vengono ricompresse nell’ambito del gruppo e l’abitudine dei singoli sono quelle seguite da tutto il gruppo che protegge e copre ogni membro come se un proprio familiare. I minori quindi che ivi nascono e vengono allevati hanno un insegnamento modello seppur seguiti dai singoli genitori. Purtroppo è costume inculcare fin da piccolissimi a questi bambini l’arte del furto in svariate forme, intesa quale modo usuale di guadagno ai fini del sostentamento di tutti. Essi sfruttano la minore età dei figli al fine di sfuggire alle maglie della giustizia, con ciò condannando dei ragazzi ad una esistenza priva di possibilità di scelta..."». Su questa sentenza, prodotta anche al processo dalla difesa dei leghisti, Tosi ha detto che «la magistratura nel 1995 scriveva quello per il quale noi siamo stati condannati». «Cosa potremmo dire alla luce della nostra condanna di questo coraggioso magistrato che scrisse queste cose? Che è un bieco razzista? La sentenza su di noi è politica perché sostanzialmente dice che, poiché il nostro è un cattivo pensiero, noi dobbiamo essere condannati».
    Tosi ha anche criticato il concetto di «differenzialismo culturale» che per il tribunale è stato usato dalla campagna della Lega per attaccare i Sinti e chiedere la loro cacciata dalla città. E che «il differenzialismo politico» è una ideologia che rifiuta l’estichetta di teoria razzista, ma di fatto è considerata tale da politologi, sociologi, filosofi e storici. «In questa sentenza», ha proseguito Tosi, «c’è l’ammissione dell’esistenza di un "potere culturale dominante". Bisogna essere tutti pecoroni e dire ciò che fa comodo per evitare problemi? Noi senz’altro non faremo così».
    «Per me è un vanto difendere il mio popolo», ha detto Matteo Bragantini, assessore provinciale, «e se questo comporterà altre condanne, non fa niente. Io spero che questa sentenza non sia l’inizio di una campagna contro le idee del nostro movimento e che non si tenti di imbavagliarle in tutti i modi».
    Enrico Corsi ha detto che «siamo stati condannati per aver tentato di far rispettare la legalità». «Mi chiedo», ha proseguito Corsi, «come mai non si interviene in Borgo Venezia dove è stata abusivamente occupata da qualche mese una scuola in disuso? Non è questo un reato?».
    Alla conferenza c’era anche il consigliere comunale della Lega Polo Tosato. «Sembra paradossale», ha detto, «che sia stato considerato un reato una raccolta di firme per sollecitare che anche i cittadini Sinti si attenessero al rispetto delle regole della convivenza civile. Non si voleva favorire veneti o veronesi, non c’è nulla di razzista nella richiesta alla base di quella petizione».
    La sentenza del tribunale che ha condannato Tosi e gli altri leghisti contiene nella prima parte la sintesi dello svolgimento del processo e l’analisi delle testimonianze più significative. Secondo i magistrati, riportando i passi dell’interrogatorio, il consigliere regionale ha riconosciuto che «esistono più razze» perché «lo dicono i trattati scientifici» e «quindi che ci siano delle differenze questo credo che sia palese, ma che questo debba portare a discriminazioni e trattamenti diversi non lo condividiamo assolutamente». Poi sono state analizzate le dichiarazioni di Tosi alla stampa, mai smentite, tra le quali questa affermazione: «I Sinti devono lasciare la città, la Lega impedirà in tutti i modi legittimi che nella zona est di Verona e in qualsiasi altra area del territorio cittadino si insedi definitivamente un campo nomadi. Pagheremo loro il viaggio per Nogara, vadano là, a Verona non devono restare». Anche se nell’interrogatorio il consigliere regionale ribadì che la raccolta di firme intendeva ripristinare la legalità per il campo nomadi abusivo di via Montelungo, il tribunale ha ritenuto che per i toni usati non solo nelle interviste, ma anche sui manifesti, fu creato turbamento nei Sinti, dettato da paure sulla loro sorte. E, pertanto, ha riconosciuto ai sette nomadi costituti parti civili e alla loro associazione il diritto ad essere risarciti dei danni dai sei leghisti.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito

    «Ci vogliono tutti uguali come tanti pecoroni»


    «Vuole sapere qual è la logica di tutto questo? Che ci vogliono come pecore, un gregge di pecoroni tutti uguali che rinunciano alla loro identità per adattarsi pacificamente alla società mondialista e multirazziale». Flavio Tosi non ride più. Appena lette le motivazioni della sentenza di condanna del tribunale di Varese non era riuscito a trattenere la propria ilarità. Poi si sono fatti strada il senso di amarezza per lo stato della giustizia e la consapevolezza della pericolosità del progetto che si intuisce dietro l’azione di certa magistratura.
    Consigliere Tosi, i giudici hanno spiegato che lei e i suoi compagni di sventura giudiziaria siete colpevoli di “diversità”. Come l’ha presa?
    «C’è da morire dal ridere, cosa significa essere colpevoli di “differenzialismo culturale”? Significa che questa sentenza di giuridico ha poco o nulla, più che una sentenza è un trattato di sociologia».
    Si fa presto a dire sociologia. A me pare sia più azzeccato parlare di ideologia, il dispositivo della sentenza non le sembra un manifesto dell’egualitarismo sessantottino?
    «Anche peggio, c’è una eco ideologica molto chiara, ispirata ai miti della massificazione, del “tutti uguali” per forza, di stampo sovietico e maoista. E per chi resta fuori dal gregge arriva la condanna come razzista. La verità è che ci vogliono tutti come dei pecoroni, chi alza la testa viene punito. Al riguardo è molto chiaro il dispositivo della sentenza».
    Si fa un riferimento preciso alla vostra “colpa” di non essere inquadrati nella società multirazziale?
    «Eccome, testualmente si dice che noi siamo colpevoli di differenzialismo culturale usato in chiave metapolitica come risposta al potere dominante. Ma ci rendiamo conto? Questa è una sentenza di una gravità inaudita: veniamo perseguiti perchè affermiano una identità che disturba il potere».
    In questa logica, definirsi veneti piuttosto che lombardi o piemontesi, insomma padani, diventa un reato...
    «Il fatto è che differenziare è diventato razzismo. Spiegano che il tribunale ci ha condannato perchè chiedendo la rimozione del campo nomadi abusivo in sostanza affermiamo una differenza tra popolo veneto e zingari. E questo per loro è razzismo».
    In questa contestazione che parte ha avuto il tono dei vostri manifesti e volantini?
    «Sinceramente temevo che tentassero d’interpretarli in senso razzista, ma non è stato così. Non c’è nessun rilievo su affermazioni in particolare, è l’iniziativa in se che hanno qualificato come razzista riconducendola a questa accusa di “differenzialismo culturale”. Hanno voluto punire la nostra diversità dagli standard della società multirazziale, e di questo passo più nessuno può sentirsi tranquillo: ad esempio, anche professare la fede cattolica in maniera non ecumenica diventa “differenzialismo culturale”. Sono curioso di veder come andrà a finire in appello, certo che questa mentalità non è riconducibile a un solo giudice, è un male ormai generalizzato nella nostra magistratura. Basta pensare che questa sentenza è frutto di un collegio giudicante».
    Gi. Fer.
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    [Data pubblicazione: 02/03/2005]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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