amici, la swg ha chiarito perchè canno' il 2000. invece di chiedere il partito, chiedeva il nome del governatore.
Questo spiega anche il culo di crespi, che indovino' assegnando le regioni sulla base dei partiti con i suoi sondaggi stratosferici che davano la CDL al 60%.
Corriere della Sera 9-3-05
LA SWG E QUELL'ERRORE SUL VENETO - "NEI SEGGI I PARTITI PIU' FORTI DEI NOMI"
Intervista a Maurizio Pessato (SWG)
Scusi, ma l’altra volta che cos’è successo? «Che si concentrava l’attenzione sui candidati governatori. Eccolo l’errore comune. Perché alla fine, da noi, la gente tende a votare secondo lo schieramento, fanno eccezione solo le Comunali». Maurizio Pessato, 56 anni, amministratore delegato della Swg, ormai ne parla con serenità popperiana, «impariamo dai nostri errori». Come Cacciari e Badaloni dati per vincenti in Veneto e nel Lazio, alle Regionali del 2000, «e non è che la gente avesse mentito, eh!».
E allora?
«Tutto è cambiato dal ’93. Con il proporzionale, per noi sondaggisti, era più semplice. Da quando c’è l’elezione diretta di sindaci e presidenti, invece, si tratta di tener d’occhio due dati che viaggiano separati: i consensi al candidato e ai partiti che lo sostengono».
Ma il voto disgiunto? Uno può sempre votare un candidato presidente e un partito dell’altro schieramento, no?
«No. Certo, in teoria sì, esiste il voto disgiunto, ma di fatto gli italiani lo usano pochissimo. Mi capita di parlarne con colleghi stranieri: non esiste in Europa un Paese politicizzato come l’Italia. Succede pure con quelli che dicono "a me la politica non interessa". Fai una domanda, getti loro l’amo e oplà, abboccano, capisci subito da che parte stanno».
Quindi?
«Magari succede che un candidato prevalga nei sondaggi perché è un personaggio, come accadde con Cacciari e Badaloni. Poi l’elettore apre la scheda, vede i partiti, e sceglie il voto più coerente con la propria storia. In Italia i due blocchi tendono a essere impermeabili, magari gli elettori si spostano all’interno di uno schieramento, ma sono pochi a cambiare fronte. Anche chi sta al centro è rappresentato da una parte e dall’altra. Al massimo non vanno a votare».
Il candidato non conta?
«No, questo no. Però devi considerare la realtà. Se nel Lazio, ad esempio, chiedi "Marrazzo o Storace?" oppure "che partito voterai?", ottieni due risultati differenti. Così i dati vanno interpretati: se c’è una forte differenza, bisogna chiedersi perché. Un candidato, magari forte, può essere danneggiato dalle spaccature dei suoi: a Milano, con tutto il rispetto per Penati, non credo che il centrodestra avrebbe perso la Provincia se la Lega non fosse andata da sola».
Dice che le Regionali resteranno così «politicizzate»?
«Sì, senz’altro».
E il fatto che Berlusconi abbia deciso di restare defilato?
«Legge i sondaggi come noi e può darsi tema che le cose non gli andranno molto bene, guarda già alle Politiche. Proprio questa scelta, però, rischia di danneggiarlo ancora di più. Potrebbe mancare l’investimento principe, che è la sua figura. E in qualche Regione la Cdl rischia di pagarlo».
Le situazioni più incerte?
«Il Lazio e la Puglia. L’elettorato al Centro-Sud è più mobile e il governo ha un’immagine "nordista". Al Nord la Cdl dovrebbe tenere Lombardia, Veneto e Piemonte. La Liguria è più difficile: il classico caso di un presidente uscente con un’immagine forte e una coalizione più debole. Ma nel Lazio la candidatura della Mussolini mette senz’altro in difficoltà Storace, e anche in Puglia non c’è grande differenza».
D’accordo: ma come considerare, stavolta, i sondaggi?
«Con cautela. A volte la colpa è sia dei sondaggisti sia dei committenti. Bisogna diffidare dell’eccesso di precisione. Noi stessi dovremmo avere il coraggio di dire che gli strumenti sono sempre più perfezionati ma non danno certezza, se la situazione è intorno a 50 e 50 non resta che allargare le braccia e dire: ragazzi, le cose stanno così, in bocca al lupo».
Gian Guido Vecchi




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