<<Razzismo leghista? Come i nazisti degli inizi>>
“Un'analisi approfondita delle tesi del Carroccio che invita i militanti a vigilare il territorio con le ronde”
“Il documento del tribunale di Verona relativo alle condanne per incitamento al razzismo di alcune «camicie verdi» con cui solidarizzano Castelli e Calderoli”
“La vicenda relativa a una petizione per cacciare un campo di nomadi Sinti I giudici: «Gli imputati hanno diffuso idee di superiorità e odio razziale”
“Il rifiuto delle minoranze etniche e l'uso politico delle paure tipico del nazionalsocialismo degli albori”
Razzismo leghista, giudice sentenzia: «Così cominciò il nazismo»
DALL'INVIATO
VERONA «Traspare dalla consulenza la similitudine della condotta ascritta agli imputati con il razzismo del primo periodo del nazionalsocialismo in Germania, in particolare l'idea di discriminazione tra gli uomini fondata sulla differenziazione etnica, razziale e nazionale».. Insomma: comportamenti della Lega molto simili a quelli iniziali del nazismo. Così scrive il tribunale di Verona, che in base alla legge Mancino ha condannato a sei mesi di reclusione, a tre anni di esclusione dall'attività di propaganda elettorale ed a salatissimi risarcimenti sei esponenti della Lega Nord di Verona, che nel 2001 avevano lanciato una petizione contro un campo di Sinti.
È una sentenza ormai celebre, una delle rarissime per incitamento al razzismo. Il ministro della giustizia Castelli si è precipitato a Verona per sostenere i condannati - ha anche versato soldi a loro favore - e due settimane fa la Lega ha organizzato una manifestazione nazionale nella città veneta, guidata da un altro ministro, Calderoli, promettendo l'imminente abolizione della legge Mancino. Adesso sono state depositate le motivazioni della condanna, chiesta dal pm Papalia, accolta, e addirittura aggravata nella pena, dai giudici Mario Sannite, Massimo Di Camillo e Federica Baccaglini.
Leghisti che ridono.
«C'è da morire dal ridere»», commenta ora Flavio Tosi, consigliere regionale, il più noto dei condannati. Lui, i suoi, hanno sempre sostenuto l'assurdità del processo: in fin dei conti, dicono, «volevamo solo mandar via un campo nomadi abusivo»». Non è così nei fatti ricostruiti dal tribunale.
Volantini, manifesti, dichiarazioni pubbliche dell'epoca non facevano troppe distinzioni: ««No ai campi nomadi»», «Firma anche tu per mandar via gli zingari da Verona»», «Via gli zingari da casa nostra!». Alcuni Sinti - cittadini italiani con residenza a Verona - hanno testimoniato il parallelo clima di paura nel campo contestato: getti di bottiglie, raid di auto, insulti e minacce lanciate da anonimi esagitati. «Fare passare oggi per battaglia per il ripristino della legalità ciò che è stata, per il tipo di parole e per i toni usati, solo propaganda di partito, non corrisponde al dato di fatto», deduce il tribunale, specificando: «Nel caso di specie gli imputati, diffondendo tout court pensieri fondati su idee di superiorità e odio razziale, hanno incitato a commettere atti di discriminazione per ragioni razziali ed etniche». Hanno teso a cacciare un'intera etnia, i Sinti, indistintamente, calpestandone la dignità umana e creando allarme sociale.
La vicenda in sé insomma sarebbe relativamente semplice. Ma i giudici, accanto alla valutazione dei fatti, scandagliano il fondo «ideologico» dei leghisti. «Gli imputati hanno propugnato una visione del mondo differenzialista: il pensiero che essi hanno diffuso si fonda sull'idea secondo la quale il diritto da conquistare e difendere non è quello alla uguaglianza ma quello alla differenza (...) hanno auspicato l'attuazione dell'idea di separazione come condizione per la salvaguardia delle singole identità etniche, in particolare dell'identità veneta veronese».
Differenzialismo.
Il «differenzialismo» è una teoria politica particolarmente gettonata dalla nuova destra, che si nega l'etichetta di razzismo. Per il tribunale vale il contrario: «Tale ideologia è razzista di per se, dal momento che essa può essere usata come forma di travestimento tattico del razzismo inegualitario».
I giudici fanno riferimento esplicito ad un documento della Lega Nord.
Risale al 1998, ma è tutt'ora presente nel sito ufficiale del movimento.
Si chiama «Padania, identità e società multirazziali». Qui è proprio la Lega a riconoscersi in «una visione differenzialista del mondo», ed a definire i propri militanti non razzisti ostili alla multietnicità, ma «patrioti che hanno una reazione difensiva di fronte a un fenomeno che minaccia l'identità della comunità alla quale appartengono. In un certo senso sono assimilabili a dei partigiani che resistono contro l'occupazione di forze armate straniere».
Nello stesso testo, i sindaci leghisti sono invitati a ««sostenere iniziative di autodifesa e di vigilanza territoriale popolare come per esempio le ronde», ed i cittadini a ««rimpossessarsi del proprio territorio, capendo che la delega alle forze dell'ordine ed allo .Stato di problemi fondamentali per la propria libertà non è più sufficiente».
Ascesa nazi.
Il testo è approdato in aula grazie a Marcella Filippa, una storica chiamata dalla procura a svolgere opera di consulenza nel processo. In più udienze, Filippa ha ricostruito le tappe storiche dell' ascesa nazista e fascista. Non ancora dittature, hanno cercato di creare nella popolazione allarme e rifiuto delle minoranze etniche - degli zingari in particolare, accomunati da stereotipi negativi - per poi sfruttarle politicamente: tanto che le prime segregazioni di zingari nei lager sono state determinate ««da lamentele e petizioni della popolazione» manipolata.
I giudici accolgono questa ricostruzione, al punto, come si è visto, di sottolineare la ««similitudine» tra condotte leghiste e primi passi del nazionalsocialismo. Settant'anni dopo, naturalmente, tutto è cambiato. Anche la nozione stessa di razzismo. Oggi, precisa il tribunale, ««è 'razzista' colui che, pur dichiarando pubblicamente di non credere nella disuguaglianza tra le razze, insiste sull'incompatibilità delle culture, delle mentalità, delle civiltà al fine di giustificare delle misure di esclusione»
Discriminazione.
Stabilirlo, e trarne conseguenze giudiziarie, non sarà, come sostengono i condannati, persecuzione delle «idee»? Questo no, concludono i giudici: «Non è illecito avere pregiudizi in se, nemmeno se tali pregiudizi sono di tipo razziale etnico,nazionale, religioso.
È illecito se,e solo se, il pregiudizio in se razziale, etnico, religioso, nazionale, si trasforma da pensiero intimo del singolo uomo a pensiero che l'uomo (singolo o in gruppo) diffonde in qualunque modo argomentando la superiorità della propria razza, etnia o nazione, o compiendo o incitando a compiere atti di discriminazione».
Michele Sartori
Fonte: l’Unità mercoledì 2 marzo 2005




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oramai ci si dovrebbe essere resi conto che è meglio evitare certi comportamenti che a noi non ci risparmiano nulla...sale in zucca ragazzi suvvia.....a me dispiace per quelli di verona, mica per altro eh!!!!
