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Discussione: Le zavorre dell'Italia

  1. #1
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    Predefinito Le zavorre dell'Italia

    dal sito di EMPORION

    " Italia
    Carico fiscale e burocrazia contro la crescita

    di Teodoro Brandis

    L’indice redatto dai ricercatori dell’Heritage colloca l’Italia in 26esima posizione. Come considerare questo ranking? Bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno, poiché la maggioranza dei paesi stanno dietro, oppure mezzo vuoto, visto che è preceduta da neo-democrazie come Estonia e Lituania o da realtà minori come Honduras e El Salvador? Estrapolando i criteri di giudizio, è evidente come l’Italia abbia ampi margini di crescita: otto valutazioni su dieci la inserirebbero tra le top seven del globo; la forte penalizzazione è però dovuta all’analisi della pressione fiscale e della legislatura vigente. Basti considerare che dei centocinquantacinque paesi analizzati, soltanto in nove hanno una pressione fiscale più elevata: se l’Italia (ottenendo un punteggio scorporato di 4,5 a solo mezzo punto dalla valutazione peggiore) sta messa meglio di Senegal, Costa d’Avorio, Ciad, Togo, Congo, Libia e Corea del Nord non può certamente costituire un motivo di vanto; lo stesso non può dirsi se ci si rapporta con Olanda ed Austria che, nonostante una maggiore pressione fiscale, riescono a raggiungere una posizione più elevata nella classifica generale (rispettivamente 17esima e 19esima).

    Rispetto all’edizione dell’Index 2004, nel computo generale delle dieci voci, l’Italia ha perso 0,02 punti, portandola ad una media ranking di 2,28. L’assegnazione è stata effettuata però in un periodo precedente al taglio delle tasse previste all’interno della legge finanziaria 2005: considerando questo ritocco fiscale, quindi, il punteggio finale dovrebbe subire un aggiustamento che riporterebbe lo Stivale al punteggio dell’anno passato. La grave pressione fiscale, d’altronde, è un argomento non nuovo neanche all’interno del dibattito politico nostrano, tanto che entrambi gli schieramenti, in vista delle elezioni del 2006, hanno annunciato che entrambi i loro programmi punteranno decisamente sul taglio delle tasse. La seconda questione su cui si sono soffermati i ricercati della fondazione statunitense per quanto riguarda il capitolo Italia, riguarda l’intera legislazione, considerata troppo tortuosa e complicata, soprattutto per quel che concerne la libertà imprenditoriale e commerciale. Secondo i curatori, basterebbero già le oltre 40 mila leggi nazionali a far riflettere i legislatori italiani e a misurare i provvedimenti, ai quali però devono essere aggiunti anche quelli nati in seno agli enti regionali e comunali. Un accento viene anche posto sulle presunte corruzioni all’interno delle istituzioni, una piaga che non contribuisce certamente allo sviluppo dell’immagine oltre i confini. Il rapporto colpevolizza soprattutto il sud Italia, definito un territorio in cui il crimine organizzato non ha problemi a svilupparsi e diffondersi. Questo comporta una scarsa predisposizione ad effettuare investimenti, sia da parte dei aziende italiane che estere. Un ottimo punteggio è stato ottenuto invece per quanto riguarda la politica monetaria e l’inflazione interna, ferma al 2,62 per cento che la qualificano come una delle migliori al mondo. Leggermente in calo anche il numero dei disoccupati, passati all’8,6 per cento sul totale degli abitanti attivi del paese.

    L’economia italiana è considerata “prevalentemente libera”. Un importante obiettivo da raggiungere a breve tempo sarà di trasformare il giudizio in “totalmente libero”: per far questo occorre un costante impegno sul fronte fiscale: ritoccare la percentuale di pressione (sarebbe sufficiente livellarla alla media europea attestata al 30 per cento) e semplificare la normativa per quanto riguarda la creazione d’impresa. Soltanto in questo modo nel volgere di pochi anni l’Italia potrebbe diventare uno degli esempi planetari di vera democrazia economicamente libera.
    "

    Saluti liberali

  2. #2
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    dal sito di IDEAZIONE

    " La lunga strada del soccorso pubblico Fiat

    di Vittorio Mathieu
    [25 feb 05]

    Qualunque aiuto il governo italiano continui a dare al gruppo Fiat, si tratterà di un aiuto diverso dai tradizionali. Giovanni Agnelli senior unì le sue fortune a quelle dell’Italia durante la prima guerra mondiale, in cui la grande industria ebbe per tutti i belligeranti un’importanza decisiva. Poi importò il fordismo in Italia con la Balilla. Seppe resistere alla grande crisi (ricordo una canzone udita da bambino:"Viva la Fiat che non si chiude mai”). Collaborò alla guerra di Etiopia e, attraverso Vittorio Valletta (il Senatore si era ormai ritirato alla clinica Sanatrix), al sabotaggio dello sforzo bellico tedesco durante la Repubblica sociale. Poi la Fiat seppe far fronte a più di una crisi: a volte grazie ai suoi amministratori, a volte grazie ai celebri “quadri” che sfilarono per le vie di Torino uniti a gruppi crescenti di popolazione.
    Ma non tutte le misure prese per far fronte alle difficoltà dell’auto (divenuta, o un prodotto raffinato per ricchi, o un manufatto di mano d’opera a basso costo) sono state sagge. Né è di consolazione che non fossero migliori quelle della General Motors. Nuovi impianti nel Mezzogiorno sono lodevoli ma, probabilmente, per produzioni molto più avveniristiche che l’auto. E il pagamento della rottamazione da parte dello Stato è divenuto proverbiale come palliativo per moribondi. L’aiuto politico probabilmente c’è stato per risolvere la crisi con la GM e potrà esserci ancora, a patto di differenziarsi sostanzialmente da quella contaminazione di impresa privata e amministrazione statale che è già durata troppo, sotto il termine ambiguo di “terza via”.

    25 febbraio 2005
    "

    Saluti liberali

 

 

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