In sa Nuova Sardegna de ‘oe

Dimostriamo una volta di più che la nostra lingua può tranquillamente reggere il confronto con qualsiasi realtà
CONTRO IL DESERTO DEL PENSIERO UNICO
Gianni Loy: “ Troppo spesso accade che si parli di sardo senza praticarlo”

di Sabrina Zedda
Può una lingua minoritària essere così forte da superare i localismi, per ampliare i suoi orizzonti sino a spaziare tra i principali argomenti di discussione internazionale? Sì è la risposta. Si prenda il sardo, ad esempio: ha una storia lunga secoli, ha una legge (la 482) che lo pone su un piano di parità con l'italiano ed è diffusissimo. Parlato, secondo le statistiche, da
almeno il 70 per cento dei sardi, o, dice il presidente dell’ordine regionale dei giornalisti, Mauro Manunza, “parlato come l’italiano”. E allora, ecco la sfida:”le monde diplomatique”, la prestigiosa rivista che parla di questione politiche, sociali ed economiche di rilevanza internazionale, esce ora con una traduzione in limba. Un progetto (presentato qualche giorno fa in una gremita sala conferenze dell’Assostampa a Cagliari) che viaggia su internet, frutto di un’intuizione di Diego Corraine, direttore editoriale della nuova versione del mensile, e con alle spalle, tra le altre cose, l'esperienza de «Su curreu de s'Unesco», traduzione in sardo del «Corriere dell'Unesco».
Ma il progetto durò poco: a un certo punto l'Onu diede un taglio ai finanziamenti.
Con «Le monde diplomatique» in sardo (progetto promosso da Consorzio universitario di Nuoro, Ufìtziu de sa limba sarda, Assotziu tradutores e intèrpretes de limba sarda, Assotziu sardu amigos de Le monde diplomatique), per certi versi si cerca ora di riprendere il discorso proprio là da dove era stato interrotto. Un bei regalo per i sardi.
Finora in Italia era possibile leggere il mensile nella traduzione in italiano distribuita da "II Manifesto".
«Con questo progetto cerchiamo di dare nuova vitalità alla limba — dice Diego Corraine — Ma, soprattutto, cerchiamo di scuotere i sardi da una sorta di complesso d'inferiorità».
Come dire: spesso sono gli stessi sardi a pensare che la “limba” abbia, rispetto ad altre lingua, una dignità minore, riservandosi di usarla solo in contesti limitati. Un modo di pensare che Umberto Cocco, direttore responsabile della rivista, conosce per esperienza diretta: «Da ragazzo, quando si usciva dal paese, ad esempio per andare a scuola, per noi era normale parlare 1 italiano. Al rientro, invece, si passava al sardo. Ma non era un atto eroico di conservazione della lingua: semplicemente parlare in italiano in paese avrebbe significato esporsi al ridicolo».
Col tempo si è dovuto lavorare non poco perché questa mentalità potesse essere superata. E se negli anni Settanta, ricorda Gianni Loy, docente all'Università di Cagliari, «chi voleva una Sardegna nazione, nelle sue riunioni continuava ad usare l'italiano», oggi la situazione è migliorata.
Anche se c'è un errore che continua ad essere commesso: «Parliamo del sardo ma non lo pratichiamo — osserva
Loy — Dico allora: meglio parlarlo, magari anche storpiandolo, che non parlarlo affatto».
Se questo è il substrato di partenza, la versione in sardo della rivista parigina non poteva che essere lo scossone che ci voleva: «Mostra ai sardi — dice Diegu Corraine —
che non c'è nulla di cui vergognarsi. perché se con la "limba" si può dare una visione del mondo più aperta, uscendo fuori dai localismi, allora significa che è in grado di reggere il confronto con le lingue "ufficiali"».
Unici accorgimenti: evitare di sconfinare nella bizzarria, procedendo nelle traduzioni con rigore, e usare un po' di modestia, magari soffermandosi a guardare come lavora chi ha iniziato l'esperienza prima di noi, come i Paesi Baschi o la Catalogna.
Non è soltanto il tentativo di ridare vigore al sardo, a muovere l'iniziativa; «La volontà di questa traduzione coincide con un momento in cui il nostro giornale dice no al pensiero unico» — spiega Guglielmo Ragozzino, redattore del «Manifesto». «Non è solo uno slogan: è un modo per dire basta al pensiero americano, che in tutte le cose, e quindi anche nella lingua, rende il mondo ovunque uguale a sé stesso».
Alla traduzione de «Le monde diplomatique» lavorano una quindicina di giovani, forti dell'esperienza di un master in lingua sarda. La rivista in «limba» è possibile trovarla sul sito http://sc. Monde-diplo.com. Il sogno è arrivare al più presto a una versione cartacea, ma per questo oltre a un pubblico occorre soprattutto un finanziatore: «L'ideale sarebbe la Regione — dice
Corraine — So che per l'editoria questo è un momento di tagli, ma investire sulla rivista e poco altro, piuttosto che distribuire i fondi in mille rìvoli, potrebbe essere una scelta strategica».


Arriva in versione on line l’edizione della rivista “Le monde diplomatique”, le molte e buone ragioni di una scelta
IL PIANETA GLOBALE LETTO IN LIMBA
Per mettere in circolo esperienze intellettuali, pensieri, opinioni

di Umberto Cocco
Direttore di “su mundu diplomaticu”

E’ solo su Internet, non si sa se ci saranno mai risorse sufficienti da qualche parte per stamparlo, «Le monde diplomatique" in sardo. E chi lo comprerebbe, chi lo leggerebbe.
Chi lo comprerebbe che già non compri l'edizione italiana su carta (venduta con il manifesto ogni 16 del mese).
Viene visto sulla rete da molte centinaia di persone, intanto Non si sa con che profonderà di lettura, con che dedizione di tempo. Ma insemina, non importa tantissimo. Importa, e fa un curioso effetto, il mondo raccontato da questo giornalismo raffinato e colto, scrupolosissimo, di una scuola che sa guardarci dentro e senza imbarazzo e che il sardo può rendere, in un suo modo anche musicale.
«A diferèntzia de su primitivu, su bàrbaru incarnadu dae
s' "Àrabu" no est "intzivilizadu" o a-tzivilizadu; est, a pustis de sèculos medas, "male" tzivilizadu», è l'incipit di un articolo del numero di Ghennarzu di «Su mundu diplomaticu» dal titolo: «Subra de sa gherra e de s'Istadu coloniale», autore Olivier LeCour Grandmaison.
Con tutte le acquisizioni, i prestiti, dall'italiano, a cominciare dalle parole che sono anche le chiavi della rivista francese, ricorrenti, ripetute sino all'ossessione: globalizzazione, mondializzazione, i media, le religioni, che il sardo non conosceva, e deve declinare con parole prese dall'italiano, o a volte direttamente da altre lingue: sa globalizatzione, sa mundializatzione, sos media s. sa relizione maometana...
E' già successo, e non può che essere sempre successo, che i sardi abbiano dovuto usare la loro lingua per affrontare novità provenienti da mondi diversi dal loro, cose, oggetti. concetti, e le parole che trascinavano con sé. E succedeva che un vocabolario non troppo diverso da quello con il quale hanno a che fare i traduttori in sardo di «Le Monde diplomatique», spingesse per entrare nelle riunioni di partito nel dopoguerra e per i decenni successivi, nelle assemblee popolari, nei pullman che portavano alle cinà i liceali dei paesi, ma anche i chimici a Ottana e a Porto Torres dalla Sardegna centrale e dall'Anglona.
La cultura, e la cultura politica, quella sindacale, con i riferimenti nazionali e internazionali declinati in sardo. I ceti intellettuali non rassegnati a perdere la loro lingua ma nella necessità di riferirsi a mondi diversi da quello dei padri. Non solo non rassegnati: non c'era niente di eroico a parlare in sardo al ritorno in paese dalla scuola, ci si esponeva al ridicolo, a casa, con gli amici, i vicini, a non farlo.
non fu nei fatti questo ceto di origine rurale, a perdere il sardo, negli anni della nostra stalianizzazione. Si studino, i fenomeni linguistici conseguenza dell'urbanizzazione,
l'articolazione sociale delle comunità rurali; si veda chi e perché fu più debole davanti all'irruzione della televisione, chi più subalterno e chi meno. nei paesi e nelle città, e subalterno ai modelli di vita prima che alla lingua nazionale. Succedevano cose anche divertenti: si parlava di più il sardo nelle sezioni del Pci e della De che in quelle deIPsd'Az.
Ora si parla il sardo nella redazione sarda di una rivista francese tradotta in questa nostra lingua di paese.
L'esperienza di «Le monde diplomatique» è interessantissima a prescindere da quanti leggono l'edizione sarda del mensile, per quel che succede nei gruppi di lavoro, virtuale o no che ne sia il prodotto, il luogo, la redazione. E' la circolazione di esperienze intellettuali, di pensieri, di opinioni, di letture, e di persone colte, cosmopolite, educate in Sardegna e nel continente italiano ed europeo, educati ad altre lingue, appassionati di "altre" culture e della nostra in questo ambito, con questi orizzonti.
L'idea di tradurre in sardo < Le monde diplomatique», trenta edizioni su carta, una ventina su Internet, con una tiratura di 1 milione e 500 mila copie, di 350.000 m Francia.
dai 2 ai 3 milioni di lettori nel mondo, al settimo numero in sardo, è di Diego Corraine.
Dopo un master di traduzione in sardo realizzato dall’Uffitziu pro sa limba sarda, dalla Provincia e dal Consorzio universitario di Nuoro e dall’Università Autonoma di Barcellona, aveva chiesto all’editore di “Le Monde” di fare in sardo il mensile edito da quel quotidiano. Gli hanno risposto a firma di Ignacio Ramonet, il direttore: “Vi ringraziamo noi sinceramente”; perché si allarga il numero di coloro “che possono avvalersi dello sguardo critico che “Le Monde diplomatique” porta sulla mondializzazione e le sue conseguenze economiche, sociali e culturali, come sui conflitti che insanguinano il pianeta, senza dimenticare i grandi problemi della società”.

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Cust'ateru articulu non bintrat nudda ma est curiosu meda.

La Nielsen si è sposata ieri a Santo Domingo, davanti a un giudice di pace, con un cameriere di Carloforte
BRIGITTE DIVENTA SIGNORA DESSì
la moglie di Stallone è al suo sesto matrimonio

di Ernesto Massimetti
SANTO DOMINGO. Poi dicono l'altezza: ma allora come la mettiamo con Renato Rasce! e Giuditta Saltarmi, Vittorio Emanuele III ed Elena del Montenegro, Amintore Fanfani e Maria Pia, e nel suo pìccolo, Piero Chiambretti e le tante amiche spilungone? E ' un fatto che il matrimonio esotico (e fortunato, e balneare) del nostro Mattia Dessi con la diva danese Brigìtte Nielsen ha precedenti, illustri. Certo, prima dei fiori d'arancio sulla spiaggia dominicana, fra la quarantunenne scandinava e il ventiseienne cameriere carlofortino c'erano stati i classici "passi" che si fanno in questi casi.
Intanto, smontiamo i se e i si dice: non si erano conosciuti, Brigitte e Mattia, in Costa Smeralda, ma nella più prosaica Svizzera, precisamente a Saint Morìtz e a Morcote. Dove il nostro lavorava in un ristorante e dove, una sera galeotta, incontrò la ex moglie di Silvester Stallone. E di altri quattro ex mariti: nell'ordine: Raspar Winding (1984), Stallone appunto nel 1985,il calciatore Mare Gastineau nel 11989, Sebastìan Copeland nel 1990 e il pilota automobilistico Raoul Meyer nel 1993. Un debole per i muscolari e gli atletici, si direbbe. Ma questo, nella vita e nel sentimento, non significa niente. Da allora, di acqua ne è passata parecchia sotto i ponti. Perché, contrariamente ai pettegolezzi, Brigitte detta Gitta le cose stavolta sembra averle prese piuttosto sul serio.
Dunque, i due colombi, soprannominati "la Strana Coppia" per via della differente altezza (1,83 contro 1,60) in questi ultimi due anni sono fotografati e sorpresi nei migliori locali della dolce vita: a Milano, Portofino, Roma e in Svizzera appunto. Vivono a Milano, dove Brigitte continua i suoi impegni di lavoro. Dopo "La Talpa", reality Rai, la giunonica danese aveva partecipato a diversi talk show. La notizia del matrimonio caraibico giunge però improvvisa: appena dopo la conclusione del Festival di Sanremo. Festival cui Brigitte aveva comunque preso parte, manco a dirlo, in un'edizione guidata dall'ineffabile Pippo Baudo. Eppure, stando attenti, bisognava aspettarselo: l'estate scorsa, la danesona era venuta persìno a visitare i familiari di Mattia: bagni e sole nelle spiagge carlofortìne, qualche foto ma poca o nessuna pubblicità. Solo gli intimi (e qualche giornalista bene informato) aveva segnalato che non si trattava di una semplice sbandata. Ora, per Mattia, si aprono le porte di una faticosa (e stressante) celebrità da rotocalco. Lo cercano i tabloid londinesi, lo intervistano cronisti italiani e scandinavi. Ma perché proprio lei, Brigitte. ha
scelto un simpatico rappresentante della terra di Sardegna?
La notizia fa comunque gonfiare i petti (maschili, intediamoci). Va bene esser modesti, ma insomma: la nuova appariscente signora Dessi ha lavorato comunque con Stallone, Arnold Shwarzenegger. Eddy Murphy e Burt Young. Son cose che non capitano spesso, fra
Carloforte e dintorni. Imprevedibile Brigitte: ad agosto, la vedremo dunque alla Ghinghetta: aragosta e Capichera, un'estate tutta sarda con l'inseparabile Mattia.

S’idet chi custu zovanu tenet ateros argumentos…