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Discussione: Meridionalismo

  1. #1
    Ospite

    Predefinito Meridionalismo

    Non mi è chiara una cosa:

    Perchè i movimenti "merdionalisti" (tipo Lista Cito o Lega Sud) hanno ex appartenenti della destra radicale o ,adirittura, si presentano uniti a partiti come la Fiamma Tricolore? Non mi pare che avvenga lo stesso con la Lega Nord o il Sud Tiroler Volskpartei (aaanzi!).

    Chiedo venia per la mia ignoranza ma mi piacerebbe saperne di più!

    PS: Mi pare che la destra radicale fu molto critica verso la secessione bossiana e lo è, più in generale, verso il federalismo.

  2. #2
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    Predefinito Re: Meridionalismo

    In origine postato da 7iperboreo7
    Non mi è chiara una cosa:

    Perchè i movimenti "merdionalisti" (tipo Lista Cito o Lega Sud) hanno ex appartenenti della destra radicale o ,adirittura, si presentano uniti a partiti come la Fiamma Tricolore? Non mi pare che avvenga lo stesso con la Lega Nord o il Sud Tiroler Volskpartei (aaanzi!).

    Chiedo venia per la mia ignoranza ma mi piacerebbe saperne di più!

    PS: Mi pare che la destra radicale fu molto critica verso la secessione bossiana e lo è, più in generale, verso il federalismo.

    La società del sud è molto diversa da quella del nord. Lì il meridionalismo (e anche l'autonomismo siciliano) sono nati da subito come fenomeni di destra e reazionari.
    Una cosa che non si sa è che lòa maggior parte dei quadri del regime fascista nelle campagne del sud vennero dalle famiglie prima state legittimiste, filoborboniche e atigiacobine.
    Nel nord la Lega inizialmente è nata come movimento progressista, incentrato sulla questione dello svecchiamento e dello sviluppo economico e quindi pienamente in linea col modello capitalista e con le sue espressioni più avanzate.
    Solo dopo ha assunto connotati identitari e tradizionalisti (Il tutto è perfettamente il linea con l'assetto politico e sociale recente del nord, fino agli anni '80, che era stato il motore del progressismo e delle posizioni politiche più avanzate, perché era la zona più industrializzata, con una borghesia moderna e con delle classi operaie politicizzate e consapevoli e da lì sono partite le lotte sindacali, poi il '68 e i movimenti studenteschi, il femminismo ecc. Nel sud all'epoca era ancora molto forte la DC e l'estrema destra e la sinistra aveva minori spazi, perché aveva anche una base sociale più ridotta).
    Ciò non toglie che anche nel nord c'è stato un travaso fra la destra tradizionale, l'allora MSI, e la Lega e ancora oggi c'è un'osmosi e a volte uan contiguità fra le due aree.
    Nel sud però il legame è più stretto anche perché alcuni movimenti meridionalisti, pur innestandosi su una precedente tradizione nostalgica borbonica, sono sorti o si sono rafforzati per reazione al fenomeno leghista del nord, col risultato di assumere accenti nazionalisti, sia pure in funzione di una redistribuzione e di un riequilibrio delle risorse e di trovarsi quindi in consonanza con l'MSI di allora. Ricordo quando Fini una volta (irca quindici anni fa) disse che lui contrapponeva al vento del nord di Bossi un vento del sud.

  3. #3
    Ospite

    Predefinito

    Grazie mille! non ero molto informato

  4. #4
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    Predefinito

    Oddio molto diversa relativamente.

    Secondo me c'è differenza nel modo di pensare anche tra gli esponenti dello stesso partito al variare della latitudine. Gli stessi forzanovisti meridionali hanno altri problemi ritenuti da loro prioritari rispetto a quelli del nord.

  5. #5
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    Predefinito sui "quadri fascisti del Sud"

    Scusa Peucezio,
    ma chi vive al Sud ed è del Sud, anche dalla semplice memoria familiare e collettiva dei paesi e delle città, sa bene, sempre che non ami le favole, che fino agli anni 60 i ceti dirigenti dei vari regimi, dall’epoca borbonica a quella liberale, da quella fascista a quella della prima-prima repubblica, sono stati pressoché tutti riconducibili a certi gruppi sociali e familiari, caratterizzati da un continuo trasformismo politico per salvare potere e beni. Per lo più, tutta gente a cui non avrebbe fatto male l’arrivo del compagno Stalin, altro che Togliatti e Berlinguer!
    Ci sono paesi in cui i figli dei podestà sono stati nel dopoguerra capi locali del PCI, e il nonno era massone e liberale, il bisnonno notabile borbonico. Il potere le classi basse hanno cominciato ad annusarlo con la scolarizzazione di massa, il clientelismo democristiano da un lato e l’attivismo sindacale dall’altro: peraltro da queste classi è venuta una feccia politica anche peggiore della prima, che almeno era fatta di gente capace di suicidarsi per un debito di gioco, mentre quelli venuti dagli anni 60 in poi, per non parlare degli 80 e 90, non si suicidano manco se li scoprono a stuprare la madre.
    Le famiglie fasciste del Sud, rimaste fasciste nel dopoguerra, sono, ma forse è meglio dire erano, di tre tipi: 1) famiglie di ricchi proprietari terrieri, nobili o borghesi, rimaste tagliate fuori – in parte per fedeltà ideale e in parte perché loro malgrado vittime di nuovi assetti politico-economici a cui non avevano saputo uniformarsi per un eccesso di reazionarismo spesso deleterio – dall’ “arco costituzionale” del potere locale; 2) famiglie della media e piccola borghesia patriottica-conservatrice, i cui maschi avevano magari fatto la guerra fino al 43, o finendo prigionieri degli inglesi o tornando a casa; 3) famiglie della piccola borghesia o del proletariato “benestante” e scolarizzato i cui capifamiglia erano stati giovani durante il fascismo, che avevano fatto la guerra o che non l’ avevano fatta per ragioni anagrafiche, ma che si erano comunque immedesimati con le idealità del regime e avevano sentito come un’onta i fatti del 43 e la successiva occupazione, magari partecipando ad attività anche minime di protesta antialleata (e anche antiseparatista, caro Peucezio…); 4) famiglie sottoproletarie sensibili al richiamo populistico, ma sostanzialmente impolitiche, capaci di spostare il loro voto, facilmente merificabile, in tutta l’area conservatrice, dai fascisti ai monarchici, dalla Dc (oggi, An e Forza Italia). Lascia perdere il legittimismo borbonico: quello era un ricordo di pochi, come è il caso della famiglia dello scrittore Alianello. Il radicamento filoborbonico del Sud è un’invenzione a posteriori di certo tradizionalismo neofascista, napoletano in particolare, del tutto minoritario: i napoletani del popolo nel 46 si facevano sparare addosso dalla polizia per Umberto, non per far tornare Franceschiello, che si erano già dimenticati.
    I veri, e buoni, fascisti del Sud, salvo singole eccezioni, sono insomma stati quelli dei gruppi 2 e, soprattutto, 3. Questi ultimi sono anche quelli che hanno smesso di votare AN.
    Forse questo mio quadretto non sarà scientificamente preciso, ma è abbastanza veritiero. Se qualcuno vuole discuterlo, ben venga.

  6. #6
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    Predefinito Re: sui "quadri fascisti del Sud"

    In origine postato da sanco
    Scusa Peucezio,
    ma chi vive al Sud ed è del Sud, anche dalla semplice memoria familiare e collettiva dei paesi e delle città, sa bene, sempre che non ami le favole, che fino agli anni 60 i ceti dirigenti dei vari regimi, dall’epoca borbonica a quella liberale, da quella fascista a quella della prima-prima repubblica, sono stati pressoché tutti riconducibili a certi gruppi sociali e familiari, caratterizzati da un continuo trasformismo politico per salvare potere e beni. Per lo più, tutta gente a cui non avrebbe fatto male l’arrivo del compagno Stalin, altro che Togliatti e Berlinguer!
    Ci sono paesi in cui i figli dei podestà sono stati nel dopoguerra capi locali del PCI, e il nonno era massone e liberale, il bisnonno notabile borbonico. Il potere le classi basse hanno cominciato ad annusarlo con la scolarizzazione di massa, il clientelismo democristiano da un lato e l’attivismo sindacale dall’altro: peraltro da queste classi è venuta una feccia politica anche peggiore della prima, che almeno era fatta di gente capace di suicidarsi per un debito di gioco, mentre quelli venuti dagli anni 60 in poi, per non parlare degli 80 e 90, non si suicidano manco se li scoprono a stuprare la madre.
    Le famiglie fasciste del Sud, rimaste fasciste nel dopoguerra, sono, ma forse è meglio dire erano, di tre tipi: 1) famiglie di ricchi proprietari terrieri, nobili o borghesi, rimaste tagliate fuori – in parte per fedeltà ideale e in parte perché loro malgrado vittime di nuovi assetti politico-economici a cui non avevano saputo uniformarsi per un eccesso di reazionarismo spesso deleterio – dall’ “arco costituzionale” del potere locale; 2) famiglie della media e piccola borghesia patriottica-conservatrice, i cui maschi avevano magari fatto la guerra fino al 43, o finendo prigionieri degli inglesi o tornando a casa; 3) famiglie della piccola borghesia o del proletariato “benestante” e scolarizzato i cui capifamiglia erano stati giovani durante il fascismo, che avevano fatto la guerra o che non l’ avevano fatta per ragioni anagrafiche, ma che si erano comunque immedesimati con le idealità del regime e avevano sentito come un’onta i fatti del 43 e la successiva occupazione, magari partecipando ad attività anche minime di protesta antialleata (e anche antiseparatista, caro Peucezio…); 4) famiglie sottoproletarie sensibili al richiamo populistico, ma sostanzialmente impolitiche, capaci di spostare il loro voto, facilmente merificabile, in tutta l’area conservatrice, dai fascisti ai monarchici, dalla Dc (oggi, An e Forza Italia). Lascia perdere il legittimismo borbonico: quello era un ricordo di pochi, come è il caso della famiglia dello scrittore Alianello. Il radicamento filoborbonico del Sud è un’invenzione a posteriori di certo tradizionalismo neofascista, napoletano in particolare, del tutto minoritario: i napoletani del popolo nel 46 si facevano sparare addosso dalla polizia per Umberto, non per far tornare Franceschiello, che si erano già dimenticati.
    I veri, e buoni, fascisti del Sud, salvo singole eccezioni, sono insomma stati quelli dei gruppi 2 e, soprattutto, 3. Questi ultimi sono anche quelli che hanno smesso di votare AN.
    Forse questo mio quadretto non sarà scientificamente preciso, ma è abbastanza veritiero. Se qualcuno vuole discuterlo, ben venga.

    In effetti non è che volessi stabilire una continuità diretta fra il legittimismo borbonico e l'adesione al fascismo: quello che mi risulta è che molte famiglie reazionarie a partire dal '60 sono diventate fasciste negli anni '20, mentre gli oppositori, i liberali venivano per lo più da famiglie che erano state filounitarie e giacobine prima. Ovviamente non è una regola, ma solo una tendenza in certi casi. Che poi in queste famiglie (e a maggior ragione nel popolo) si fosse smarrita o si stesse per smarrire la memoria dei borboni e degli eventi dell'impresa dei mille, mi pare molto probabile.
    Ad ogni modo non vedrei negativamente questo reazionarismo del sud, soprattutto se paragonato alla contemporanea corruzione e dissoluzione morale del nord, dovuta alla ricchezza, alla precocità di certe tendenze, alla presenza di una borghesia dinamica e progressista. Quando la mia famiglia si trasferì a Milano negli anni '70 da Bari, si trovò di colpo proiettata da una città tranquilla, allegra, tra l'altro senza delinquenza (eh sì, allora a Bari non si sapeva cosa fosse uno scippo) in un luogo dove ogni settimana c'era una manifestazione, con tanto di vetrine rotte, lancio di lacrimogeni ecc., dove la gente aveva paura ad uscire di sera, dove imperversavano i capelloni, la droga, le femministe, il tutto difeso e spalleggiato dalle classi dirigenti e dall'intellighenzia: c'era insomma un tessuto sociale sfilacciato e degradato, come era tipico delle grandi città industriali e terziarie europee allora e come non accadeva nel sud, o accadeva in una forma molto attutita. Tra l'altro c'è un bel film di Villaggio, "Il bel paese" mi pare si chiami, che, sia pure in forma caricaturale e iperbolica, rende molto bene l'atmosfera di quegli anni.
    Oggi le cose sono cambiate molto, il nord ha avuto un moto di reazione e di riscatto, mentre nel sud l'onda lunga del progressismo ha fatto sì che ormai le classi dirigenti siano tutte borghesizzate, di sinistra e sostanzialmente aderenti al conformismo politicamente corretto. Ciò è legato anche alla crisi della grand eindustria, che nel nord ha portato alla ribalta un ceto piccolo-imprenditoriale di origine popolare o basso-borghese tendenzialmente reazionario e con un forete legame identitario, mentre nel sud, dove questo tessuto non si è creato se non in piccola misura, ha continuato a prevalere il vecchio statalismo, che però se ieri era democristiano oggi è rosso, perché sono i rossi oggi a garantire e proteggere il blocco sociale degli statali e di tutte le classi non direttamente produttive.
    Sull'indipendentismo siculo, in effetti va rilevato il fatto che, per quanto conservatore, si è configurato, a causa di alcune contingenze storiche, come antifascista: gli indipendentisti, in accordo con la mafia, pesantemente colpita dal Regime, favorirono lo sbarco degli alleati e mantennero, negli anni successivi, un forte legame con gli Stati Uniti, tramite le famiglie mafiose d'oltreoceano. Bisogna anche rilevare come i gruppi irigenti indipendentisti e la stessa mafia erano fortissimamemente e irriducibilmente anticomunisti.

 

 

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