Pagina 1 di 12 1211 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 116
  1. #1
    Leoni in guerra e agnelli pieni di dolcezza nelle nostre case
    Data Registrazione
    29 Mar 2009
    Messaggi
    15,424
     Likes dati
    6
     Like avuti
    83
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito 1 ^ commissione di studio - STORIA & CULTURA

    Coordinatore ItalianHawk83
    www.interamala.it - Visitatelo che ci tengo

  2. #2
    Leoni in guerra e agnelli pieni di dolcezza nelle nostre case
    Data Registrazione
    29 Mar 2009
    Messaggi
    15,424
     Likes dati
    6
     Like avuti
    83
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: 1 ^ commissione di studio - STORIA & CULTURA

    In Origine postato da templares
    Coordinatore ItalianHawk83
    Il lavoro di questa commissione è delicatissimo. Auspico pertanto la partecipazione di tutti, e il pronto ritorno del Coordinatore ItalianHawk83
    www.interamala.it - Visitatelo che ci tengo

  3. #3
    Dios, Patria, Fueros, Rey
    Data Registrazione
    29 May 2004
    Messaggi
    909
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Vi confermo telegraficamente il mio ritorno e la mia piena operatività nel giro di pochi giorni. Chiedo venia per l'assenza causata dalla preparazione di un esame particolarmente lungo e faticoso.

    Saluti conservatori

  4. #4
    Leoni in guerra e agnelli pieni di dolcezza nelle nostre case
    Data Registrazione
    29 Mar 2009
    Messaggi
    15,424
     Likes dati
    6
     Like avuti
    83
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Un conservatore

    Alfredo Mantovano (deputatato di AN, membro di Alleanza Cattolica)

    Coloro che, prima o poi, pervengono al parlamento, o si esprimavano già in politichese, o lo imparano subito. Trovate politici antipolitichese, come Berlusconi, per natura "politically incorrect", è difficile. Ma non impossibile. Chi legge il recentissimo libro di Alfredo Mantovano (introdotto da Giuliano Ferrara e prefato da Gianfranco Fini) potrà averne una prova,

    Magistrato entrato in politica, deputato di An dal 1996 e ora sottosegretario agli interni, il salentino Mantovano ha scritto, sotto forma di bloc-notes, una difesa del pensiero conservatore.

    Conservatore? Ma non è una parola proibita? Mantovano non si tira indietro. Non solo egli ritiene che il pensiero conservatore sia nel giusto, ma anche che oggi solo il recupero dei valori della tradizione consente a una democrazia in crisi come la nostra di non divenire una "democrazia totalitaria". Tutti, oggi, parlano di riforme. Ma le vere riforme può farle solo un coservatore. La riforma è un aggiornamento della tradizione, altrimenti è utopia. Tradizione, dal latino "tradere", significa portare avanti.

    Proprio la crisi dell'utopia, per anni usata dai comunisti e dai loro fratelli separati come una clava per distruggere tutta la tradizione, richiede oggi riforme concrete, che solo il pensiero conservatore, insieme idealistico e realistico, può operare. Non certo la sinistra, che non avendo più una idendità si definisce "riformista", ma ostacola poi tutte le riforme, per difendere il vuoto di valori proddotto dalla sua rivoluzione culturale.

    Essere di sinistra, oggi, significa non avere più valori, neppure utopici come quelli gramsciani del passato. Significa divendere il vuoto presente di ogni valore. E, soprattutto, offendere i valori della tradzione per esempio con l'aborto, l'eutanasia, la manipolazione genetica. Mantovano è due volte di destra. Lo è in quanto membro di Alleanza Cattolica, movimento conservatore che non ha mai ceduto ai balletti dei preti progressisti e delle comunità disgregative della tradizione ecclesiale. E lo è in quanto deputato di An, che nella Casa delle libertà intende portare il messaggio della destra, anche per evitare che il centro-destra divenga un centro moderato. Due alleanze diverse, dato che per ogni autentico conservatore è fondamentale che religione e politica siano distinte.

    Mantovano nulla ha in comune con quelle tendenze presenti anche nella destra di antiamericanismo viscerale, che finiscono per unire uomini di valore partiti bene, come Franco Cardini e Massimo Fini, alle proteste dei no-global. Propio in questi giorni è nata una rivista intitolata "Alfa e Omega" (Edizioni Segno), che esprime questa tendenza di destra oltranzista e riconosce in Cardini il suo principale "maitre à penser". In essa tutti i movimenti cristiani che guardano all'America sono accusati di "infatuazione americana",

    Mantovano sa bene che l'America non solo ci ha salvato dal nazismo e dal comunismo, ma oggi è l'unico baluardo contro il terrorismo islamico, che la sinistra condanna a parole, ma blandisce nei fatti. Non, dunque, il laicismo integralista alla Chirac, l'iconoclasta che, proibisce nella scuola i simboli religiosi di appartenenza, ma quella laicità che riscopre le sue radici nella disitnzione (non seprarazione) tra Dio e Cesare.

    Proprio come stanno facendo negli USA i sempre più numerosi neoconservatori (neo-com e teocon), che hanno in comune il recupero del fondamentalismo religioso della democrazia. Questa corrente, dopo gli anni del "liberal" Carter, ha appoggiato la "rivoluzione conservatrice" di Reagan e Bush: «Un'America che non contrappone libertà e verità; desiderosa di ordine come stile di vita fondato su poche leggi; aperta all'altro, soprattuitto se perseguitato e sofferente; ancorata a principi essenziali ma saldi; orgogliosa di far sventolare la sua bandiera».
    www.interamala.it - Visitatelo che ci tengo

  5. #5
    Leoni in guerra e agnelli pieni di dolcezza nelle nostre case
    Data Registrazione
    29 Mar 2009
    Messaggi
    15,424
     Likes dati
    6
     Like avuti
    83
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Affari di famiglia

    Il conservatorismo è fusionismo. Sempre


    di Marco Respinti


    Negli Stati Uniti d’America il termine “conservatorismo” è stato usato con consapevolezza non solo polemica a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso. La stampa definì infatti “nuovi conservatori” alcuni uomini di pensiero che decisero di ripercorrere, e quindi anche di difendere, ancorché in ordine sparso, un modo di essere americani diverso da quello allora imperante.

    Era l’indomani della tragedia della Seconda guerra mondiale e di quella tragedia nella tragedia che furono i suoi eccidi, non esclusi quelli causati dalla bomba atomica. Una catastrofe enorme giunta a coronamento di un impegno militare indispensabile eppure controverso e sofferto, che si consumò ai danni per esempio di quel movimento trasversale di opinione radunatosi attorno all’America First Committee per rivendicare una tradizione politica americana di libertà concrete. Dietro tutto questo svettava poi la presidenza del Democratico Franklin D. Roosevelt, la più lunga e buia stagione dello statalismo nordamericano che, forte di un patto scellerato fra istituzioni politicizzate, sindacati, industria grande e pesante, e concentrazioni economiche, è stato polemicamente definito “fascismo” USA. Il danno peggiore del rooseveltismo fu la sostanziale destabilizzazione di quelle libertà costituzionali che sono nerbo e linfa dell’american way of life, rivendicazione orgogliosa della tradizione giuridica medioevale britannica in alternativa al modello illuministico francese da cui sono scaturiti il Terrore giacobino e le ideologie. Roosevelt, però – a capo del Paese per 13 anni –, non fece che portare a compimento un ben più vasto e antico processo d’involuzione culturale e politica che aveva conosciuto una tappa fondamentale nella “mondializzazione” del modello americano e nella “sinistrizzazione” del Partito Democratico operate dal presidente Democratico Thomas Woodrow Wilson, ma che pure in verità risaliva esso stesso ad altro.

    Fu infatti con la Guerra cosiddetta civile (1861-1865), con la presidenza di Abraham Lincoln – il quale tenne a battesimo una nuova interpretazione, progressistica, della nazione statunitense – e con il periodo definito della “Ricostruzione” postbellica (1865-1877) che gli Stati Uniti presero a incamminarsi decisamente lungo un sentiero alternativo a quello della continuità con il Founding.
    Sorpresi, attoniti e spesso sconcertati, gli statunitensi che invece ancora prestavano attenzione e mostravano fedeltà al lumicino, pur solo fumigante, del Founding si fecero dunque conservatori. Conservatori, cioè, dell’identità culturale fissata nella fondazione della nazione, poi sviluppata, coerentemente con essa, nel corso della storia nazionale, quindi continuata in modo carsico dopo le grandi cesure sopra evocate, ma soprattutto erede di una cultura più antica e profonda, addirittura bimillenaria, forgiata in quella sintesi fra monoteismo ebraico, filosofia greca e diritto romano che si operò nei secoli della Cristianità cosiddetta medioevale.

    Negli USA, il movimento conservatore iniziò come una rivolta tesa a riappropriarsi di ciò che una rivoluzione aveva indebitamente sottratto all’ethos del Paese. Dunque enfatizzando una a una le cure di cui necessitavano le diverse ferite prodotte da quella rivoluzione. Si distillò in “scuole” di pensiero, ma oggi la prospettiva storica aiuta a considerarle, più sapidamente, quali articolazioni in “special interest group” di una “famiglia” unita.
    Al cuore della nascita del movimento vi fu però certamente quel The Conservative Mind: FromBurke to Santayana (poi From Burke to Eliot) che lo storico delle idee Russell Kirk pubblicò nel 1953 ricostruendo i tratti portanti di quella colossale “rivendicazione” culturale (ne ha parlato sul “Dom” del 21 giugno 2003 lo stesso Lee Edwards che di nuovo ospitiamo in queste pagine) e di cui nel 1974 descrisse l’ascendenza attraverso Le radici dell’ordine americano: la tradizione europea nei valori del nuovo mondo (trad. it. Mondadori, Milano 1996).

    Di questa “patristica” del movimento racconta ora le origini l’ampio e documentato studio In nome della libertà. Conservatorismo americano e guerra fredda (Le Lettere, Firenze 2004, pp.298, E20,00) di Antonio Donno, professore di Storia dell’America del Nord nell’Università di Lecce, il primo vero strumento di analisi scientifica disponibile in Italia su questo tema. Ne emerge con chiarezza la natura eminentemente fusionista della “rivendicazione” della Destra americana.


    da "Il Domenicale"
    www.interamala.it - Visitatelo che ci tengo

  6. #6
    Leoni in guerra e agnelli pieni di dolcezza nelle nostre case
    Data Registrazione
    29 Mar 2009
    Messaggi
    15,424
     Likes dati
    6
     Like avuti
    83
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    CONSERVATORISMO USA


    3 aprile 2004



    Alle origini del conservatorismo statunitense

    Antonio Donno, dell’Università di Lecce, pubblica per i tipi della fiorentina Le lettere il primo studio italiano sulle origini della Destra nordamericana contemporanea, In nome della libertà. Conservatorismo e guerra fredda.
    Ne anticipiamo alcuni punti focali, che illustrano la realtà fusionista di un movimento vasto e profondo, capace di condizionare la vita politica di un Paese. La storia esemplare di National Review e il pensiero di Felix Morley


    di Antonio Donno



    Nel suo libro di memorie Henry Regnery, il maggiore editore conservatore del dopoguerra negli Stati Uniti, descrive William Buckley come un individualista piuttosto che come un conservatore. In effetti, nel suo famoso e discusso God and Man at Yale il cuore del libro è dedicato alla morte dell’individuo nell’Università di Yale, presa come simbolo del sistema universitario americano. Scriveva Regnery: «Ora sarebbe difficile concepire il movimento conservatore senza Buckley», riconoscendo al giornalista e scrittore americano una coerenza intellettuale che aveva rappresentato per molti decenni una guida per il movimento conservatore. In realtà, benché Buckley sia stato uno scrittore di prodigiosa prolificità, il libro che lo rese famoso perché scosse l’establishment liberal americano fu proprio God and Man at Yale del 1951. Quando parlava della morte dell’individuo a Yale, Buckley intendeva che il libero pensiero era stato soppresso; dietro il paravento di quella formula magica che era la “libertà accademica”, in realtà si celava il monopolio della cultura e dell’insegnamento da parte dell’ortodossia liberal di ascendenza newdealista. Per usare un termine odierno, era il trionfo della politicalcorrectness. [...] Così, Yale, da bastione delle tradizioni politiche americane fondate sul “governo limitato” e dei principi dell’individualismo e del Cristianesimo, s’era trasformata, dietro la cortina fumogena della “libertà accademica”, nella punta di diamante della filosofia collettivistica.[...]

    Il caso dell’Università di Yale rivelava, secondo l’analisi di Buckley, la resa del liberalismo americano nei confronti del comunismo. [...]
    Tale retroterra era la causa di un confronto debole e contraddittorio verso il totalitarismo comunista. Per risvegliare le coscienze americane, nel novembre del 1955, Buckley fondò «The National Review», che divenne subito il centro del dibattito conservatore per molti anni. L’opposizione al comunismo interno ed internazionale, le politiche della guerra fredda e l’uso politico dell’anticomunismo furono i temi più importanti nei primi anni di vita della rivista.
    Non tutti i collaboratori avevano le stesse idee di Buckley, il quale sosteneva l’impoliticità del nuclear first strike e del rifiuto di qualsiasi negoziato con Mosca che invece Frank Meyer […] e L. Brent Bozell caldeggiavano. Dal canto suo, Whittaker Chambers, l’autore del famoso Witness (1952), affermava che l’uso della forza contro l’Unione Sovietica era inappropriato e considerava «[...] la lotta tra l’Est e l’Ovest fondamentalmente spirituale», tanto che la superiorità del comunismo egli la ravvisava, appunto, sul piano spirituale ed ideologico piuttosto che su quello strettamente militare. Come si vede da questi brevi esempi, se l’anticomunismo era senz’altro un forte terreno comune d’analisi del ruolo internazionale degli Stati Uniti, le opinioni divergevano su quale dovesse essere la migliore politica di contrasto dell’espansionismo comunista. Da questo punto di vista, «The National Review» fu un prezioso strumento di confronto tra i conservatori tradizionalisti e i liberali classici, gli esponenti del Old Right e i libertarians.

    [Russell] Kirk, [Richard M. Weaver] e altri esponenti della tradizione conservatrice dettero il loro contributo fin dall’inizio; accanto a loro, John Chamberlain, [Frank] Chodorov, [Wilhelm] Röpke, Max Eastman e Frank Meyer. Un nutrito gruppo di ex comunisti ed ex trotskisti partecipò molto attivamente alla battaglia della rivista: lo stesso Meyer, James Burnham, Willmoore Kendall, William Schlamm, ed altri. In sostanza, la rivista rappresentò quel momento di incontro e di confronto tra le varie anime del conservatorismo americano che il clima politico e culturale del decennio di Eisenhower favoriva. [...]

    Sulle riviste del conservatorismo americano del tempo, in particolare «Faith and Freedom» e «The Freedom», la polemica era molto vivace. Sia [Murray N.] Rothbard che Chodorov, da posizioni libertarian e isolazioniste, insistevano che Mosca non rappresentava un pericolo, che la sua espansione nell’Europa orientale era un segno di debolezza e che la politica di contrasto e di riarmo di Washington mascherava la volontà di ingigantire i poteri dello Stato: «Il reale nemico, essi dichiaravano strenuamente, era lo Stato, di cui il comunismo era soltanto una variante». Da parte loro, interventisti come Schlamm e William Henry Chamberlin sostenevano che «il comunismo era inerentemente espansionista, totalitario, inaffidabile e “incurabilmente aggressivo”: il fine sovietico era la conquista del mondo».

    Contro il perfettismo
    [...] Secondo Buckley, questi erano i caratteri distintivi della filosofia dei liberals: «Sono uomini e donne che tendono a credere che l’essere umano sia perfettibile e che si possa prevedere il progresso sociale, e che lo strumento per raggiungere ambedue gli obiettivi sia la ragione; che le verità siano transitorie e determinate empiricamente; che l’eguaglianza sia desiderabile ed ottenibile per mezzo dell’azione dello Stato; che le differenze sociali ed individuali, se non sono razionali, sono reprensibili e dovrebbero essere eliminate scientificamente; che tutti i popoli e le società dovrebbero impegnarsi ad organizzarsi sulla base di paradigmi razionali e scientifici». Il messaggio liberal aveva una carica pedagogica tipica dell’indottrinamento, sosteneva Buckley [...]. L’atteggiamento liberal verso il conservatorismo era un atteggiamento di negazione dell’esistenza stessa o della consistenza intellettuale del conservatorismo, o, in alternativa, di valutazione del conservatorismo stesso come di una patologia o di una forza politica oscurantista. Buckley riproponeva i principi basilari del pensiero conservatore: «Libertà, individualismo, senso della comunità, santità della famiglia, supremazia della coscienza, visione spirituale della vita».

    Felix Morley e i valori USA
    Giornalista e saggista, Felix Morley dedicò la sua attività al problema del federalismo come decentramento di poteri e, conseguentemente, come migliore difesa delle libertà individuali. Da questo punto di vista, egli appuntò la sua riflessione sul processo di concentrazione dei poteri durante gli anni del New Deal, intesa come sostanziale violazione dei principi della tradizione politica liberale americana e delle sue radici nella filosofia giudaico-cristiana. In bilico tra l’individualismo liberale e il comunitarismo conservatore, Morley ha lasciato una serie di pregevoli contributi su queste tematiche fondamentali, intrecciandole spesso con i problemi contingenti della politica estera americana, della lotta al comunismo e della guerra fredda, e del futuro del federalismo americano in un’epoca di statalismo, nella forma del totalitarismo comunista come in quella delle cosiddette economie “miste” dell’Europa occidentale.

    Come molti degli scrittori della tradizione liberale e conservatrice americana, anche Morley si impegnò a ricostruire e riattualizzare le “radici dell’ordine americano”, per usare il titolo del famoso libro di Kirk, eredità della Dichiarazione d’Indipendenza e del processo formativo della Costituzione americana. I primi anni della guerra fredda, in cui lo statalismo del New Deal rappresentava il pericolo del radicamento di una filosofia pubblica contraria alla tradizione individualistica americana, videro la pubblicazione di numerose opere che tendevano a riportare in primo piano i valori del liberalismo individualistico americano come indicazione della possibile, auspicabile ripresa di un cammino interrotto. Così, nel 1949, Morley pubblicò un ampio studio sulla storia della Repubblica americana come repubblica liberale fondata sui diritti naturali dell’individuo e, nello stesso tempo, sui principi religiosi giudaico-cristiani.

    La libertà economica, cioè lo sviluppo del capitalismo, fu il cardine, nell’analisi di Morley, della libertà americana; ma il New Deal rappresentò una svolta drammatica nella storia della libertà americana: «Immediatamente, durante la sua prima amministrazione, Roosevelt mostrò tacitamente la sua intenzione di distruggere la libertà economica negli Stati Uniti, sostenendo allo stesso modo di Karl Marx, sebbene più obliquamente, che questa condizione era più un male che un bene». Nella tradizione liberale americana, aggiungeva Morley, la vita dell’individuo è affidata per la gran parte alla sua discrezione, «relativamente poco è verboten, [...] con il risultato che l’individuo in America ha la libertà di sviluppare la propria filosofia della vita in un modo che appare addirittura temerario a coloro che sono educati nella tradizione statalistica, cioè, in sostanza, agli europei. Morley è chiaro al proposito: «La lezione fondamentale delle rivoluzioni necessita d’essere appresa nuovamente. È la concentrazione del potere politico, che ha per scopo di liberare gli uomini dall’oppressione, che quasi invariabilmente finisce in un’oppressione grande quanto quella che è stata eliminata, o persino più grande». [...] La sua originalità, rispetto all’impianto tradizionale delle idee della Old Right, consiste nell’aver coniugato con una certa efficacia la centralità della tradizione individualistica americana con la conduzione della politica estera lungo tutto l’arco della storia degli Stati Uniti; e, di conseguenza, nell’aver evidenziato il riflesso negativo che le politiche statalistiche del New Deal avevano avuto sull’atteggiamento americano durante la guerra e nel dopoguerra.

    The Foreign Policy of the United States, del 1951, poneva in risalto queste contraddizioni e legava le considerazioni sulla politica estera americana ai principi costituzionali ed alla tradizione politica americani. La prima, importante notazione di Morley riguardava la conduzione bipartisan della politica estera americana, giudicata «[...] fallace, dannosa per l’economia e l’efficienza produttiva, contraria ad ogni principio di base della forma americana di governo, e direttamente responsabile di tutti i più gravi errori commessi nel campo della politica estera». [...]

    Non solo. Morley condannava senza mezzi termini l’entrata in guerra degli Stati Uniti ed ogni impegno internazionale americano nel dopoguerra. La ratifica del Patto Atlantico da parte del Senato, il 21 luglio 1949, aveva segnato, per Morley, «il completo rovesciamento della politica estera tradizionale americana», che s’era sempre fondata «[sul] non-intervento e [sull’] automatico riconoscimento di ogni governo stabile». Questa politica s’era poi definita nel tempo come una politica di neutralità. Ora, il ribaltamento di questa consolidata politica estera aveva condotto a delle gravi conseguenze che Morley riassumeva in sette punti: 1) la caduta di qualsiasi precauzione contro i disegni espansivi del Cremlino; 2) l’insistenza sulla resa incondizionata della Germania, che aveva creato un vuoto politico al centro dell’Europa a vantaggio dei sovietici; 3) l’accondiscendenza verso l’espansione dell’Unione Sovietica nel centro dell’Europa più ricca e produttiva; 4) la decisione di isolare Berlino e Vienna da ogni contatto con le zone controllate dagli occidentali; 5) il varo del Piano Morgenthau che intendeva ridurre la Germania ad uno Stato agricolo; 6) la frammentazione dell’economia giapponese, al fine di ridurne la capacità di ripresa produttiva; 7) il “permesso” concesso a Mosca di occupare e comunistizzare la Corea al di sotto del 38° parallelo. A ciò si doveva aggiungere la stolta politica di condanna di alcuni regimi decisamente anti-comunisti, come quello di Franco in Spagna, sbrigativamente definiti fascisti prima da Marshall, poi da Acheson. [...]

    Con la critica al concetto di “volontà generale” di Rousseau Morley giungeva al cuore del problema: «La minaccia fondamentale, dal punto di vista individualistico, è la teoria della volontà generale». Per Morley, come per altri scrittori di quegli anni, la promozione del benessere individuale era la base del benessere generale, «ma la teoria della volontà generale era completamente rigettata e ripudiata, non solo con l’istituzione di un governo con i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario ben bilanciati tra di loro, come sosteneva Montesquieu, ma anche con l’attribuzione di poteri ben delimitati ed elencati da affidare al governo centrale in quanto tale». È questo il tema centrale dell’opera più importante di Morley, Freedom and Federalism (1959), in cui l’autore parte dalla considerazione delle radici cristiane della nazione americana per poi esaminare i principi-cardine dell’ordine americano, tutti fondati su una struttura politica bilanciata, «[...] volta a proteggere le minoranze contro la maggioranza, fino all’estrema minoranza, quella costituita da un solo uomo, l’individuo». L’insieme degli individui in quanto tali dà vita al governo, locale e nazionale, attribuendo ad esso ben precisi e delimitati compiti: «Gli uomini che scrissero la Costituzione erano pienamente consapevoli che in questo tentativo di conciliare Ordine e Libertà essi stavano manovrando tra Scilla e Cariddi». Morley si muoveva tra il pensiero di Kirk e l’individualismo libertarian, ma comunque contro il trionfo dello “Stato onnipotente” fondato sulla cosiddetta volontà generale, il concetto roussoviano che trovò la sua massima realizzazione teorica in Marx; ecco perché Morley sosteneva che gli Stati Uniti non fossero una democrazia politica nel senso statalista inteso dalla nozione di “volontà generale” di Rousseau: «L’essenza della Costituzione è, naturalmente, il sistema federale che vi è incardinato. Ogni provvedimento di legge è basato sul concetto di questi Stati Uniti. Essi non possono fondersi in un singolo Stato finché vige la Costituzione. E così, per tutti coloro che rispettano la Costituzione, i Diritti degli Stati sono un dato fondamentale, mentre la democrazia politica non lo è affatto».

    Promesse per il futuro
    Con la vittoria di Ronald Reagan nelle elezioni presidenziali del 1980 il movimento conservatore americano giungeva al suo primo grande successo politico dopo più di trent’anni di impegno e di lotta.
    In Reagan gli elettori conservatori videro finalmente l’incarnazione delle loro aspirazioni e dei loro programmi, anche se è difficile dire se «essi sapessero o meno che le idee politiche di Reagan avevano le loro radici nell’ideologia degli anni ’40 e ’50 [...]»1. Che essi ne fossero o meno consapevoli, è una questione di non grande rilevanza: il trionfo di Reagan riportava il conservatorismo americano sugli scudi, dopo anni di dure battaglie per emergere sulla scena politica, vincere l’apatia degli elettori e sconfiggere l’arroganza liberal. [...]
    Al di là delle divisioni filosofiche che sono state messe in rilievo in questo lavoro, è indiscutibile che il collante che unì nei decenni del dopoguerra le varie anime del conservatorismo americano fu l’anti-statalismo. [...] Per quanto il Partito Repubblicano, ai tempi di Eisenhower, non rappresentasse compiutamente le idee conservatrici (anzi Eisenhower proseguì in buona parte le politiche del Welfare State), i conservatori americani non avevano che nel Grand Old Party il loro punto di riferimento politico-elettorale.

    Il turning point fu la candidatura di Barry Goldwater alle elezioni presidenziali del 1964. Nonostante la secca sconfitta, si verificò un caso abbastanza raro nella storia dei partiti politici dell’Occidente: innervato da una forte militanza conservatrice, il Partito Repubblicano iniziò una formidabile rimonta che portò prima all’elezione di Nixon e poi, soprattutto, a quella di Reagan nel 1980. E, se Nixon non rappresentò le istanze conservatrici se non in minima misura, Reagan, al contrario, fu l’uomo vincente dei conservatori. [...]
    Quando il Cremlino mostrò il suo vero volto, il “progressismo” comunista apparve ai liberals ed all’opinione pubblica americana come un inganno. E lo statalismo comunista si palesò per ciò che era sempre stato, lo “Stato onnipotente”, totalitario, esattamente ciò che i conservatori avevano sempre sostenuto. Così, lo statalismo liberal non fu più una coperta ideologica sufficiente per giustificare lo statalismo “progressista” sovietico. Fu questo il punto di partenza della rimonta conservatrice. La vittoria schiacciante di Eisenhower e il declino del Partito Democratico ebbero un effetto tonificante per il movimento conservatore: la ripresa fu lenta e, in taluni momenti, contraddittoria, ma efficace nel lungo periodo.

    L’elezione di George W. Bush conferma, per ora, questa tendenza.


    da "Il Domenicale" [/B][/QUOTE]
    www.interamala.it - Visitatelo che ci tengo

  7. #7
    Leoni in guerra e agnelli pieni di dolcezza nelle nostre case
    Data Registrazione
    29 Mar 2009
    Messaggi
    15,424
     Likes dati
    6
     Like avuti
    83
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Il pensiero conservatore statunitense

    " brano estrapolato dal pezzo "Neocon, paleo, libertarian... Il movimento ha bisogno di tutti" di Lee Edwards (Distinguished Fellow in Conservative
    Thought presso The Heritage Foundation, Washington)


    In cosa credono allora i conservatori oggi? Negli stessi princìpi che li hanno, che ci hanno guidati per 30, 50, 225 anni. Ossia:
    – in 99 casi su cento, per prendere le decisioni più efficaci in campo economico è meglio affidarsi al settore privato che non a quello statale;
    – il governo serve meglio coloro che governa quando i suoi poteri sono limitati;
    – assieme alla libertà, i singoli sono tenuti a esercitare la responsabilità;
    – esiste un ordine morale oggettivo;
    – la forza militare è garanzia efficace della pace;
    – gli Stati Uniti non dovrebbero esitare mai nell’usare la propria potenza e la propria capacità d’influenza per dare al mondo un volto amico verso gl’interessi e i valori appunto statunitensi.

    Il movimento conservatore, insomma, è oggi vivo e vegeto e diffusissimo nel Paese.
    Il potere di trasformazione che esso ha esercitato negli ultimi decenni è innegabile. Alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso sembrava che il futuro riservasse al mondo solo il dominio incontrastato del socialismo, e che despoti quali Stalin e Mao Zedong potessero essere solamente contrastati, mai vinti. Gli anni Novanta hanno invece visto il crollo del comunismo e la diffusione nel mondo sia della democrazia liberale sia della libertà di mercato, e questo grazie alla leadership di conservatori carismatici come Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

    Egualmente profondo è stato l’impatto esercitato dal conservatorismo moderno in patria, negli Stati Uniti. Chi si riconosce figlio di una tradizione antica almeno quanto la fondazione di questa nostra repubblica nutre forti sospetti nei confronti dello statalismo, coltivando in sé quel diffuso atteggiamento mentale che negli Stati Uniti è reso dal motto «leave us alone», “lasciateci in pace”.
    Per iniziativa dei conservatori, diversi fra i principali indicatori culturali del Paese – per esempio il tasso della violenza criminale, la quantità dei cittadini che dipendono da programmi di assistenza sociale, il numero dei suicidi giovanili e il livello della povertà infantile – si sono drasticamente ridotti. Addirittura si è modificato significativamente l’atteggiamento pubblico nei confronti dell’aborto, in particolare dell’abominevole pratica dell’aborto a nascita parziale.
    Nel 1947 lo storico liberal Arthur M. Schlesinger jr. scrisse: «[s]embra che negli Stati Uniti non esista alcun ostacolo interno in grado di fermare l’avanzata graduale di quel socialismo che si sta attuando grazie a una serie di “nuovi corsi” politici». Cinque decenni dopo, l’opinionista conservatore George F. Will poteva invece sottolineare come il nostro tempo abbia visto il «crollo intellettuale del socialismo».

    La costante politica che lega fra loro questi cinquant’anni è stata la nascita della Destra, il cui itinerario verso la conquista del potere e della supremazia nel Paese è stato spesso interrotto dalla morte dei suoi leader, da sconfitte elettorali disatrose, dal costante disaccordo interno sui mezzi da utilizzare e sugli scopi da perseguire, e dalla persistente ostilità dell’establishment progressista. Grazie però al potere delle idee – unitamente all’impagabile principio della libertà ordinata –, nonché alla seminagione e all’applicazione efficaci di quelle stesse idee, il movimento conservatore è divenuto uno dei giocatori più importanti, e spesso quello dominante, sul campo della politica e dell’economia nazionali.
    Mi sia peraltro concesso d’introdurre qui un distinguo importante. Quello conservatore è un movimento politico indipendente e non è strutturalmente legato ad alcun partito. Non siamo, insomma, gli animaletti da compagnia di alcun uomo politico, per quanto potente o influente questi sia. Detto senza giri di parole, noi conservatori non siamo in vendita.

    Il nostro movimento è invece totalmente dedito alla preservazione di realtà permanenti quali la libertà, la fede e la famiglia. Il nostro occhio resta fisso alla Stella polare della nostra Costituzione federale. E siccome siamo rimasti fedeli ai nostri princìpi, noi conservatori abbiamo molto da celebrare ogni 4 luglio, giorno della festa nazionale.
    Nel 1776, scrivendo alla moglie Abigail, John Adams osservò che l’anniversario della nostra indipendenza dovrebbe essere sempre celebrato in grande stile: «con pomposità e parate pubbliche [...] con spettacoli e giochi [....] con gare sportive e salve di cannone e rintocchi di campane [...] con fuochi di artificio e illuminazioni, da un estremo all’altro del continente, e come oggi così per sempre». Fu proprio il 4 luglio 1776 – ha osservato Reagan – che ebbe infatti inizio una delle maggiori avventure della storia, allorché a Filadelfia un drappello di patrioti decise d’impegnare la propria vita, le proprie fortune e il proprio sacro onore per la causa della libertà e dell’indipendenza.

    Guidati dalla fede profonda in Dio e da una insaziabile sete di libertà, gli Stati Uniti hanno quindi conosciuto ogni genere di prosperità per oltre due secoli. Lungo il tragitto, i nostri avi e predecessori hanno patito prove terribili: i rigori invernali nell’accampamento di Valley Forge durante la Guerra d’indipendenza, il crogiuolo di una guerra civile, due conflitti mondiali, una grande depressione e una Guerra fredda durata 40 anni. Ma alla fine hanno trionfato.
    Oggi ci troviamo impegnati in un conflitto nuovo e diverso, la Guerra contro il Terrore, in cui il nemico complotta segretamente e colpisce improvvisamente. Eppure sapremo superare questo scoglio così come già abbiamo fatto in precedenza: grazie alla fede, alla determinazione e alla fiducia reciproca che ci contraddistingue.
    L’arma segreta degli Stati Uniti è infatti questa: «noi il popolo», le parole con cui si apre la Costituzione.

    Come già ebbe ad affermare Reagan, è la fiducia nella nostra gente ciò che ha mantenuto vivo lo spirito della guerra d’indipendenza nordamericana, uno spirito che c’incoraggia a sognare e a osare, ad assumerci rischi grandi così come a sopportare sacrifici enormi a vantaggio del bene comune. Lo spirito cioè di George Washington, di Thomas Jefferson e di James Madison; di Robert A. Taft e di Barry M. Goldwater; di Phyllis Schlafly e di Clare Booth Luce; di Russell Kirk e di Richard M. Weaver; di William F. Buckley jr. e di Rush Limbaugh; di Robert Kreible, di Henry Salvatori e di Richard Scaife. E questo solo per nominare alcuni dei maggiori fra i filosofi, i divulgatori, gli uomini politici e i mecenati che hanno svolto ruoli decisivi nella crescita del movimento conservatore statunitense nello scorso mezzo secolo.

    da "Il Domenicale"
    www.interamala.it - Visitatelo che ci tengo

  8. #8
    Leoni in guerra e agnelli pieni di dolcezza nelle nostre case
    Data Registrazione
    29 Mar 2009
    Messaggi
    15,424
     Likes dati
    6
     Like avuti
    83
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Posto questo brano perchè riassume in breve i cardini del pensiero conservatore. Credo possa esserci di aiuto.



    La filosofia politica del neopresidente Usa George Bush
    Il nuovo conservatore è “compassionevole”
    di Achille Lega

    È in politica interna che un nuovo presidente americano deve sin dall’inizio imprimere il proprio personale sigillo “ideologico”. Il repubblicano George Walker Bush non si è sottratto a quest’obbligo.
    Cosciente delle attese fra amici e nemici il “conservatore compassionevole” autodefinizione di un centrista moderato si è mosso subito con insolita rapidità. In meno di due settimane dall’insediamento ha lanciato chiari segnali della propria rotta in campo sociale.
    PIÙ ISTRUZIONE E BENEFICENZA
    Un serrato fuoco di fila che ha sorpreso: al primo posto, riforma legislativa dell’istruzione di base in difficoltà; blocco immediato dei finanziamenti federali, confermati da Clinton, alle organizzazioni private americane pro aborto operanti all’estero; fondi governativi più accessibili per le “charities” (istituzioni di beneficenza) di natura religiosa, quale che sia, impegnate nell’assistenza ai poveri e agli esclusi; riforma della legge federale a favore dei disabili; rilancio dell’AmeriCorps, l’organizzazione volontaria nazionale al servizio delle comunità locali; nuove iniziative per i figli dei detenuti, programmi di riabilitazione prerilascio per gli stessi detenuti; doposcuola e piani di alfabetizzazione per i figli della povertà e dell’abbandono.
    MENO TASSE
    Anche il suo progetto di massicci tagli fiscali lungo l’arco di un decennio - pari a oltre un trilione di dollari (1,6), in lire più di un milione di miliardi -, che ha sollevato tante polemiche e consensi, contempla specifici risvolti sociali come un credito fiscale per le donazioni in beneficenza, una deduzione generale per chi non dettaglia questi contributi, una riduzione della cosiddetta “penalità matrimoniale” che colpisce i coniugi percettori di due redditi. Per quanto ancora incompleto, il piano di drastico alleggerimento fiscale a tappe - ora più realizzabile in Parlamento visto il quasi alt del lungo boom economico americano - prevederà, ha detto il consigliere economico Lawrence Lindsey, un aumento dei tagli nel primo anno e la retroattività per alcuni di essi. Il “tetto” però rimane invariato.
    La filosofia del conservatorismo “compassionevole” e cioè socialmente sensibile che emerge dal primo pacchetto di decisioni, proposte o iniziative sembra corrispondere anche all’appello con il quale il 20 gennaio, a Capitol Hill, il neopresidente ha concluso il suo breve discorso d’insediamento: «Vi chiedo di essere cittadini. Cittadini, non spettatori. Cittadini, non sudditi. Cittadini responsabili, che costruiscono comunità di servizio e una nazione di carattere». L’enfasi è così spostata, rispetto alla tradizione più “statalista” all’interno della pur divisa galassia democratica, dal pubblico al privato.
    Questo comporta in parallelo un nuovo movimento verso i poteri locali del “pendolo” federalista americano che oscilla ciclicamente fra Washington e gli Stati e gli enti locali.
    Una riprova delle oscillazioni viene dalle proposte in materia di istruzione che conferiscono più fondi nazionali agli Stati, e quindi alle scuole e ai distretti scolastici, semplificando nel contempo le normative federali ma esigendo in contropartita dai destinatari di rispondere in termini di qualità dei risultati, anche con la competizione fra istituti.
    PIÙ EDUCAZIONE
    Come ultima scelta dovrebbe essere possibile, in situazioni scolastiche irrecuperabili, utilizzare fondi federali (non si parla apertamente di voucher, buoni scuola) per far studiare i figli in scuole private, laiche o religiose. In realtà, osserva il settimanale inglese The Economist (27.1.01), nella cornice federale il disastrato sistema scolastico pubblico è così decentrato - 14.800 distretti autonomi - e i finanziamenti centrali equivalgono soltanto al 7% della spesa totale per l’istruzione che imporre standard qualitativi nazionali risulta pressoché impossibile. Ma la decisione di Bush di concentrarsi sull’educazione è “una mossa politica sensata”. Anche se avrà contro il potente sindacato degli insegnanti legato ai democratici. L’equilibrio fra necessario impulso federale e rispetto dei poteri locali, di fronte ai troppi fallimenti della scuola pubblica con i relativi enormi costi sociali per i ceti deboli, è comunque un’altra dimostrazione della duttilità politica messa in campo da Bush junior. A quale “filosofia” si richiama dunque questo presidente?
    PENSIERO CRISTIANO
    Saldamente ancorato ai valori e alle tradizioni dell’America in senso ampio cristiana (appartiene alla Chiesa metodista, confessione evangelica riformista nata nel ’700 dalla Chiesa protestante anglicana e fondatrice fra l’altro dell’esercito della salvezza), George W. è politicamente influenzato dall’importante pensiero “comunitario” elaborato negli Usa. È stato il Washington Post Service a illustrare i legami del presidente con il movimento culturale che fa capo a personalità accademiche note anche in Italia, come Amitai Etzioni, docente alla George Washington University, e Robert Putnam di Harvard. Il sociologo Putnam, autore di un importante studio sulle regioni italiane (“La tradizione civica nelle Regioni italiane”, Mondadori 1993), è stato consultato dallo staff di Bush per la stesura del discorso inaugurale.
    Non a caso infatti, osserva Etzioni, il testo era punteggiato di termini come “civility” (cortesia, educazione), responsabilità, comunità.
    «Il nostro pubblico interesse aveva detto il presidente dipende dal carattere in privato, dal dovere civico, dai legami famigliari e dall’equità di fondo, dagli innumerevoli e non celebrati atti di gentilezza che indirizzano la nostra libertà».
    VALORI COMUNITARI
    Al comunitarismo in parte si era rivolto anche Clinton chiamando fra i suoi consiglieri William Galston dell’Università del Maryland, esponente del movimento. Ma con il “clintonismo” serpeggiava un conflitto. I comunitari infatti sostengono che l’individualismo estremo (diritti contro doveri) stia minando l’America e vada quindi corretto con il riconoscimento degli interessi della comunità. Anche in questo senso il pendolo della “heartland” americana, il cuore del Paese, si sposta di nuovo verso i “valori e la moralità” che, si pensa, possono essere meglio promossi dalle comunità di base organizzate. Noi diremmo, dai corpi sociali intermedi, dalla genuina società civile. «Abbiamo bisogno osserva Putnam di collegarci l’uno con l’altro. Dobbiamo spostarci un po’ di più verso la comunità nell’equilibrio fra comunità e l’individuo». E Bush, appunto, ha portato alla Casa Bianca esperti in “communitybuilding”, la costruzione o ricostruzione di un tessuto sociale autonomo, laddove si è perduto. Per gli americani può essere un ritorno alle origini.


    di Achille Lega (La Padania)
    www.interamala.it - Visitatelo che ci tengo

  9. #9
    Leoni in guerra e agnelli pieni di dolcezza nelle nostre case
    Data Registrazione
    29 Mar 2009
    Messaggi
    15,424
     Likes dati
    6
     Like avuti
    83
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Neocon, paleocon, tradizionalisti e liberisti
    IL FOGLIO, 10 Gennaio 2004
    Il neoconservatorismo è diventato l'argomento del giorno. Ma esiste davvero? E se esiste, che cos'è? Che cosa c'è esattamente di "nuovo" nel neoconservatorismo, e in che modo si differenzia da altre correnti del pensiero conservatore americano? Qual è l'influenza politica esercitata oggi dal neoconservatorismo? E' a quest'ultima domanda che tutti vorrebbero dare una risposta. Eppure, non si può valutare l'influenza del neoconservatorismo sulla Casa Bianca di Bush se non si è prima raggiunta una corretta comprensione di ciò che è, e di come si distingue dal vecchio conservatorismo.
    Fino a poco tempo fa, si pensava che la forza del neoconservatorismo si fosse esaurita. Pochi intellettuali si definivano ancora "neocon", e quest'etichetta non compariva quasi mai nei dibattiti politici o nei media. I due più autorevoli esponenti del neoconservatorismo avevano entrambi dichiarato che la definizione aveva perso il suo significato e la sua utilità. Nel suo libro "Neoconservatism: The Autobiography of an Idea", pubblicato nel 1995, Irving Kristol poneva questa domanda: "Dove sta oggi il neoconservatorismo?", e dava questa risposta: "E' chiaro che ciò che si può a ragione definire l'impulso neoconservatore è stato un fenomeno generazionale, ora in gran parte riassorbito in un conservatorismo più ampio e di vasta portata". Un anno dopo, in un discorso all'American Enterprise Institute, Norman Podhoretz ha dichiarato con enfasi che "il neoconservatorismo è morto".
    Nel corso dell'ultimo anno, tuttavia, e soprattutto nei mesi che hanno preceduto la guerra in Iraq, la definizione di neoconservatorismo è rientrata sulla scena delle nostre discussioni pubbliche e politiche. "Sono i neocon il cervello che opera dietro la decisione di rovesciare Saddam presa da Bush", ha scritto Jacob Heilbrunn sul Los Angeles Times, aggiungendo: "senza di loro non si parlerebbe così tanto di guerra". I neocon sono anzi diventati l'obiettivo preferito delle critiche della sinistra e della destra pacifiste. Sebbene John Judis e Patrick Buchanan possano avere ben poco in comune, e sebbene Christopher Mattews e Paul Craig Roberts non abbiano la stessa opinione quasi su nulla, tutti concordano sul fatto che la guerra in Iraq sia stata in qualche modo il frutto dell'ideologia neoconservatrice. E l'interesse suscitato dal neoconservatorismo non è affatto diminuito: "I Neocon in prima linea" titolava un recente articolo di Newsweek; "I Neocon assumono il controllo" era il titolo di un altro pubblicato sul New York Review of Books. L'aspirante presidente Howard Dean ha dichiarato in campagna elettorale che il presidente Bush "è stato preso prigioniero dai neoconservatori che gli stanno attorno".
    All'inizio ho avuto la tentazione di considerare il ritorno del neoconservatorismo come un semplice spauracchio agitato dalla sinistra, o come una sorta di etichetta conveniente, usata dai giornalisti per sottolineare le evidenti spaccature all'interno dell'Amministrazione Bush. Entrambe le spiegazioni hanno un certo merito; tuttavia bisogna osservare che il neoconservatorismo non è mai del tutto scomparso, come viene spesso affermato. Il neoconservatorismo potrebbe rappresentare non un fenomeno generazionale ma soltanto una delle varie correnti fondamentali che animano il conservatorismo nel suo complesso. La definizione di neoconservatori è stata applicata a uno specifico gruppo di intellettuali che si sono spostati da una visione politica di tipo neo-liberal negli anni Sessanta e Settanta a quella poi nota con il nome di neoconservatorismo. Ma ora sembra che esso rappresenti, almeno in America, una naturale risposta del conservatorismo alla modernità; una risposta dotata di proprie qualità, formulata con un proprio stile, con tutte le sue forze e le sue debolezze.
    Gli elementi fondamentali del neoconservatorismo appaiono nel modo più chiaro se confrontati con quelli dei suoi due principali rivali all'interno del mondo conservatore: il liberismo e il tradizionalismo (non mi dilungherò sui conservatori religiosi e sugli straussiani, dato che sono spesso alleati con i neocon e hanno contribuito alla formazione del neoconservatorismo). Queste tre tradizioni conservatrici (tradizionalismo, liberismo, neoconservatorismo) hanno radici storiche e filosofiche ben distinte. Esprimendoci in termini generali, i tradizionalisti hanno il proprio modello in Edmund Burke, i liberisti in Friedrich Hayek e i neocon in Alexis de Tocqueville. Tuttavia, ognuna di esse ha origine anche in qualcosa di più profondo ed elementare. Nessuno di noi può sottrarsi al proprio personale giudizio sulla moderna vita americana: sulle sue possibilità e sui suoi limiti, se sia rispettosa della dignità umana oppure alienante e corrotta. Chi disprezza una buona parte della nostra vita moderna, aggrappandosi agli antichi costumi ereditati dal passato, propende per il tradizionalismo. Altri, che festeggiano le nuove libertà e le nuove tecnologie, scelgono il liberismo. E chi vede nella modernità ideali e principi ammirevoli, ma anche tendenze preoccupanti, opta per il neoconservatorismo.

    continua.......................................... .......................
    www.interamala.it - Visitatelo che ci tengo

  10. #10
    Leoni in guerra e agnelli pieni di dolcezza nelle nostre case
    Data Registrazione
    29 Mar 2009
    Messaggi
    15,424
     Likes dati
    6
     Like avuti
    83
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    I Tradizionalisti (Neo-Cons)

    Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, alcuni straordinari pensatori cercarono di adattare alla vita pubblica americana il conservatorismo tradizionalista à la Burke. Vennero presto definiti i "nuovi conservatori". Il più autorevole era Russel Kirk, autore, nel 1953, del best-seller "The Conservative Mind". Un modo senza dubbio troppo semplicistico, ma per i nostri scopi comunque sufficiente, di caratterizzare l'opera di Kirk sarebbe quello di dire che ha avviato una svolta tra i conservatori americani, allontanandoli da una filosofia borghese ispirata a Locke e avvicinandoli ad una moderatamente aristocratica ispirata a Burke. Nel periodo precedente la Seconda guerra mondiale un tipico "conservatore" americano era infatti un liberal del XIX secolo: un fedele sostenitore del laissez-faire, dello sviluppo scientifico e, più in generale, del progresso. La rinascita di Burke che Kirk ha contribuito a rilanciare negli anni cinquanta ha fornito al conservatorismo americano una voce molto diversa. Non sarebbe stato più disposto ad accettare di essere il partito del "big business" o un difensore della società borghese. I tradizionalisti si unirono a Burke nel suo lamento che "l'èra della cavalleria è finita" e nella sua denuncia del "nuovo dominante impero dei lumi e della ragione".
    Per i "nuovi conservatori" il problema era rappresentato innanzitutto dalla moderna rapacità degli uomini, come dimostra questo brano tratto dall'opera classica di Kirk: "Lo spettacolo moderno di foreste scomparse e terre desertificate, di petrolio sprecato inutilmente, di debiti nazionali lasciati ad accumulare senza alcuna preoccupazione fino a livelli incontrollabili, di continue revisioni del diritto positivo, è una prova evidente dei danni che un'èra priva di qualsiasi venerazione causa a se stessa e a quelle future". Nella romantica descrizione che Kirk fa della cittadina di Beaconsfield, dove fu sepolto Burke, la difficoltà del tradizionalismo ad adattarsi alla moderna società di massa appare con grande evidenza: "Ben poco è cambiato qui: le solide case vecchie di quattro secoli, la piccola e pulita locanda, le grandi querce e le tranquille vie sono ancora le stesse dei tempi di Burke, anche se le villette e i nuovi sobborghi urbani di Londra affondano già i propri denti in Buckinghamshire e le piccole industrie stiano invadendo le città della zona. A Stoke Poges, a sole poche miglia di distanza, un enorme e orribile complesso edilizio di oppressiva monotonia si appoggia direttamente al muro del camposanto della chiesa principale. Ma la Città Vecchia di Beaconsfield è soltanto un'isola dell'antica Inghilterra nel mare industriale e proletario dell'umanità".
    Il progetto di Kirk non si indirizzava alla politica pubblica, ma era uno sforzo di definizione filosofica e di rinascita culturale. Prendendo Burke a suo modello, Kirk voleva spiegare al pubblico americano che cosa significava essere un conservatore e pensare in modo conservatore. Nel libro "The Conservative Mind" analizzò un'ampia serie di pensatori conservatori, da John Adams a Tocqueville e da Disraeli a Henry Adams. Era passato molto tempo da quando si insegnava ancora agli americani di studiare con serietà questi pensatori, e i numerosi scritti di Kirk hanno trasformato il panorama del conservatorismo americano. Nei suoi primi anni di attività, la rivista National Review è stata profondamente influenzata da modelli di pensiero tradizionalista, e per un certo periodo lo stesso Kirk vi collaborò. Il motto della rivista, scritto da William F. Buckley nel 1955, era una chiamata alle armi di ispirazione neo-burkeana, in cui si dichiarava che National Review "si alza in piedi di fronte alla storia, e grida: stop".
    Il desiderio di fermarsi, riflettere, riconsiderare e magari tornare indietro resta vivo all'interno dei circoli conservatori. Lo si può osservare nella difesa della famiglia tradizionale, nel rispetto delle antiche virtù e della sensibilità religiosa. Sul terreno pratico, appare evidente nell'idea tradizionalista che il governo federale abbia usurpato le prerogative delle comunità locali. Questi conservatori guardano con nostalgia ad un'America di piccole città e comunità strettamente legate, e diventano sempre più critici nei confronti di ciò che considerano il "conservatorismo del big government" sponsorizzato dal Presidente Bush.

    continua..................................
    www.interamala.it - Visitatelo che ci tengo

 

 
Pagina 1 di 12 1211 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 15-07-08, 18:21
  2. Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 14-07-08, 11:18
  3. Risposte: 51
    Ultimo Messaggio: 18-03-05, 13:04
  4. 2^ commissione di studio - ECONOMIA & FINANZA
    Di india9001 nel forum Conservatorismo
    Risposte: 31
    Ultimo Messaggio: 04-03-05, 13:18
  5. 5^ commissione di studio- GIUSTIZIA E POLITICA INTERNA
    Di Templares nel forum Conservatorismo
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 01-03-05, 17:16

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito