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    Thumbs up La Lega spinge l’Europa verso i dazi

    Mentre le importazioni cinesi in Italia crescono del 500% in due mesi e dimezzano i loro prezzi

    Cota: «Segnale positivo dall’Ue, ma la partita è ancora tutta da giocare»

    Mentre il ministero del Commercio estero rivela che nei primi due mesi dell’anno le importazioni di prodotti cinesi sono cresciute del 500%, fino a toccare punte del 1.300%, rispetto allo stesso periodo del 2004, il governo passa al contrattacco sui tavoli europei.
    Ieri il ministro delle Attività produttive, accompagnato dal sottosegretario Roberto Cota, era a Bruxelles per il Consiglio di competitività, dove ha chiesto e ottenuto l’intervento dell’Unione europea per arginare l’invasione delle merci cinesi sul mercato del tessile, dell’abbigliamento e delle calzature. Le contromisure avanzate dal ministro italiano rivelano la lunga opera di convincimento esercitata dagli esponenti leghisti in ambito governativo: dazi (antidumpig per usare una terminologia necessaria a chi teme di passare da protezionista) e sostegno all’industria in difficoltà.
    Per il sottosegretario Cota, il recepimento in sede europea di una istanza che la Lega Nord giudica decisiva rappresenta una svolta importante.
    «È un segnale positivo da parte dell’esecutivo, anche se la partita si dovrà giocare a livello di capi di governo e di Commissione, ma era indispensabile dire una parola chiara a Bruxelles. Non c'è rilancio senza difesa», sottolinea il segretario alle Attività produttive. «L'Unione Europea - prosegue l’esponente leghista - è sinora stata completamente insensibile di fronte ai problemi delle industrie che oggi subiscono la concorrenza sleale della Cina. Per quanto riguarda tale paese, ad esempio, l’Ue avrebbe dovuto emanare linee guida necessarie per poi fare scattare clausole di salvaguardia speciale per il comparto tessile. Sino ad ora non lo ha fatto».
    Ritardi, anzi omissioni, che per Cota sono riconducibili alla gestione allegra dell’ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi. «Oltre ai dazi anti dumping - spiega il sottosegretario - possiamo giocare una seconda carta, appunto la possibilità di far scattare una clausola di salvaguardia speciale nei confronti della Cina in conseguenza del suo ingresso nel Two e della scadenza dell’accordo multifibre. Ma questo non è possibile senza le linee guida che avrebbero dovuto essere adottate entro la fine del 2004, col gennaio 2005 infatti si aprivano le maglie dell’accordo multifibre. Ma c’è un ritardo della Ue: lo abbiamo ribadito con forza, è colpa di Prodi che era presidente Ue. Il “grande economista” non ha fatto niente per elaborare le linee guida e presentarle in tempo utile».
    Intanto, finalmente, si imbocca la strada dei dazi, per quanto antidumping. Marzano ha indicato che la richiesta italiana ha incassato il sostegno di Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Francia e Portogallo, mentre si sono mostrati «decisamente contrari» Svezia, Danimarca e Germania che però, secondo il ministro, «stanno equivocando il tipo di misure chieste dall’Italia». Parallelamente all’invito agli Stati membri, il ministro ha inviato una lettera al commissario Ue al Commercio, Peter Mandelson, chiedendo “la piena e puntuale applicazione di quelle misure di salvaguardia che i meccanismi comunitari contemplano a fronte di chiare violazioni di principi di fair competition da parte dei Paesi terzi”. La lettera sottolinea che la concorrenza che i produttori Ue affrontano si basa “non già su livelli qualitativi superiori, bensì su prezzi di vendita artificiosamente bassi, resi possibili dall’assenza in tali Paesi degli standard di tutela sociale e ambientale che rappresentano giustamente un motivo di orgoglio per l’industria Ue e, nella fattispecie, italiana”.
    Il preoccupante fenomeno dell’invasione di merce a prezzi stracciati è stato documentato ieri dal viceministro al Commercio estero che ha illustrato i drammatici dati ricavati dal sistema di monitoraggio proposto dall’Italia alla Commissione europea ed entrato in vigore da gennaio per il tessile e da febbraio per la calzature. Uno screening che fotografa l’attacco mortale portato contro la nostra economia: l’aumento del 500% dell’import dalla Cina è stato accompagnato infatti da un abbattimento dei prezzi dei prodotti cinesi pari al 50% rispetto allo scorso anno.
    E, per far comprendere in cosa consista la battaglia delle nostre aziende contro la concorrenza cinese, il vice ministro ha portato quale esempio la richiesta di un grossista cinese di poter importare in Italia 36 milioni di pezzi di biancheria al prezzo di mezzo dollaro la dozzina.


    [Data pubblicazione: 08/03/2005]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Chiesti interventi contro i prodotti dell'estremo Oriente nel tessile Cina, la Lega vuole i dazi «antidumping» Maroni: «Se queste misure non saranno inserite nel ddl sulla competitività al primo punto non lo voteremo» STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
    ROMA - Il ritorno al colbertismo. E difesa a spada tratta delle industrie del nord. Giovedì la Lega presenterà un emendamento al decreto legge sulla competitività che prevede l'introduzione di dazi anti-dumping nei confronti dei paesi extra-Ue, a partire dalla Cina.
    Lo ha detto, nel corso di una conferenza stampa, il ministro del Welfare, Roberto Maroni, che ha aggiunto: «Noi vogliamo che sia il primo articolo del decreto legge e subordiniamo il nostro voto sul provvedimento in Consiglio dei ministri e nel Parlamento all'accoglimento o meno di questa nostra richiesta. Richiesta senza la quale riteniamo che il decreto sulla competitività sia ben cosa cosa». Per rendere concreta la sua azione la Lega ha preparato un emendamento appunto con un testo «da mettere in testa al provvedimento, all’articolo 1», che introduce dazi antidumping. I monistri leghisti (con Maroni c'erano anche Calderoli e Castelli) hanno ribadito di voler subordinare «il voto favorevole in Consiglio dei ministri e in Parlamento all’accoglimento di questo testo».

    L'UDC CONTRATTACCA - A Maroni replica subito il leader dell'Udc, marco Follini: «Quelli della Lega sono giochini inaccettabili. Maroni e Calderoli sono ministri prima che capipopolo»
    08 marzo 2005
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
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    I ministri del Carroccio incontrano Berlusconi e puntano i piedi
    "Voto sulle riforme prima di Pasqua o usciamo dal governo"
    Competitività, la Lega attacca
    "Dazi antidumping o votiamo no"
    Follini: "Da Maroni e Calderoli una melina inaccettabile"


    Roberto Maroni con Umberto Bossi
    ROMA - Sulla competitività la Lega parte all'attacco e, durante un incontro con Silvio Berlusconi, il ministro del Welfare Roberto Maroni avverte: "Il decreto deve contenere dei dazi antidumping per proteggere i prodotti italiani dalle imprese extraeuropee se no voteremo no". Altra nota dolente per il governo le riforme. Dopo le mancanze del numero legale al Senato la Lega è passata alle minacce: "O si vota in Senato entro Pasqua o usciamo dal governo", ha detto il ministro per le Riforme istituzionali Roberto Calderoli. Pronta la reazione di Follini: "Meline inaccettabili, si ricordino di essere ministri prima che capipopolo della padania".

    La Lega dunque torna a puntare i piedi su due suoi cavalli di battaglia: difesa delle aziende italiane dalla concorrenza, cinese in particolare, e riforme istituzionali. Maroni e Calderoli si sono presentati a Palazzo Grazioli con l'altro ministro leghista Roberto Castelli per chiedere conto a Berlusconi su quale linea intende tenere a proposito di competitività e riforme.

    La Lega ha fatto presente al presidente del Consiglio che vuole l'inserimento di dazi antidumping economico e sociale nel provvedimento per la competitività e presenterà un emendamento in tre articoli al testo del decreto legge predisposto dal governo. Se questa richiesta non verrà accolta la Lega voterà contro l'intero provvedimento in occasione del Consiglio dei ministri che sarà convocato per venerdì prossimo.

    "Noi - ha spiegato Maroni - vogliamo che sia il primo articolo del decreto legge e subordiniamo il nostro voto sul provvedimento in Cdm e nel Parlamento all'accoglimento o meno di questa nostra richiesta. Richiesta senza la quale riteniamo che il decreto sulla competitività sia ben cosa cosa".

    "Il presidente del Consiglio - ha aggiunto Maroni - ci ha detto che si riserva di esaminare la richiesta e che esprimerà una sua opinione in consiglio dei ministri". Berlusconi dunque prende tempo. Quello che è certo è che prima del Consiglio dei ministri che venerdì esaminerà il provvedimento, non ci saranno incontri con le parti sociali.

    Sulle riforme, la Lega si è innervosita per le molte assenze in aula al Senato e i rinvii per mancanza di numero legale. Per questo i ministri del Carroccio con Berlusconi non hanno utilizzato mezzi termini: "O il Senato vota le riforme entro Pasqua oppure la nostra permanenza al governo non ha più senso".

    Una minaccia bella e buona che il premier ha subito rintuzzato rinfrancando gli alleati. "E' ferma intenzione della Casa delle libertà - ha scritto in una nota - approvare le riforme costituzionali prima delle elezioni regionali".

    Il vicepremier Marco Follini risponde a muso duro. "Questa melina e questi giochini sulla competitività sono inaccettabili", ha detto il leader dell'Udc. "A Calderoli e Maroni ricordo - aggiunge Follini - che si è prima ministri della Repubblica e poi capipopolo della Padania". "Parliamo di un provvedimento che
    andava fatto ieri. E quando dico ieri intendo una settimana fa, un mese fa, forse anche l'anno scorso" dice ancora Follini replicando all'ultimatum della Lega.
    "Cerchiamo di recuperare il ritardo e non aggiungiamo nuove difficoltà a quelle che già ci sono", prosegue il leader dell'Udc. "Mi pare - conclude Follini - che il problema sia quello di regole europee e non di barriere doganali. Non si può tornare ad un'autarchia che abbiamo abbandonato ottant'anni fa. Il Paese deve essere più moderno, competitivo e dinamico e un sistema di protezioni doganali non va in questa direzione".

    (8 marzo 2005)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    TORNI LA POLITICA INDUSTRIALE


    DANILO BROGGI*
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    Il dibattito di questi giorni sui dazi, a mio avviso, ha una buona dose di strumentalizzazione politica, come spesso accade purtroppo, e rischia di perdere di vista il problema reale che le imprese vivono lasciando che tutto si risolva in un polverone mediatico.
    La questione è molto seria, e riguarda in generale tutti gli aspetti della nostra economia, anche se tocca oggi in particolare alcuni settori, come tessile e abbigliamento.
    La globalizzazione e l’ingresso sul mercato di agguerriti competitori con formidabili leve competitive quali un costo del lavoro pari a un quinto del nostro e massicce iniezioni di dumping e concorrenza sleale hanno fatto perdere al comparto tessile negli ultimi cinque anni il 30% del mercato.
    Gran parte della grande industria di questo settore ha già da tempo delocalizzato i propri impianti nei Paesi emergenti dell’estremo Oriente. La piccola e media impresa - anche quella di distretto - ha invece subito un’aggressione competitiva che sino ad oggi è costata complessivamente al Paese migliaia di aziende fallite (se ne stimano oltre diecimila in cinque anni) per poco più di duecentosettantamila posti di lavoro perduti.
    Sono cifre che devono far riflettere, tra l’altro, sugli enormi costi sociali generati da questa crisi.
    È impensabile controbilanciare questa tendenza nel breve periodo. Serve invece concentrarsi su due fattori: il tempo e una politica industriale mirata.
    L’introduzione di dazi risponde alla necessità di prendere tempo. Un tempo prezioso per riorganizzarsi e favorire - mediante una serie di interventi strutturali ad hoc - nuove prospettive di crescita e tenuta competitiva di questo mercato.
    Per quanto riguarda invece la politica industriale: innovazione di prodotto, politiche di riconversione, riqualificazione del personale, defiscalizzazione temporanea possono rappresentare - se combinate in un quadro coerente di sviluppo - la cura per questo settore malato.
    L’introduzione di dazi non è quindi “la” soluzione, ma l’indispensabile strumento per rendere attuabile una reale soluzione del problema. Problema che peraltro è più complesso in quanto investe l’intera economia del nostro Paese.
    La crisi di competitività infatti riguarda tutti gli altri settori produttivi, l’intero made in Italy.
    Ma uscendo una volta per tutte dal ridicolo stereotipo che vorrebbe arrogare il diritto di essere “made in Italy” esclusivamente all’alta moda, ai prodotti di lusso e di design. È una distorsione colossale della realtà.
    La realtà del made in Italy è fatta anche, anzi direi per lo più - e assolutamente ne rivendico la pari dignità - di anonimi bulloni, di macchinari di precisione, di pompe e ingranaggi che non avranno nulla di “glamour”, ma sono prodotti leader del proprio settore, prodotti che vengono copiati e contraffatti, ma che rendono ancora forte l’export del nostro Paese.
    Questa straordinaria ricchezza deve essere difesa, oltre che promossa, facendo valere e rispettare le regole del mercato, non per creare steccati, semmai per cercare di abbattere quelli che altri Paesi pongono alle nostre merci, anche nella stessa Europa (provate a vendere canne fumarie italiane in Germania!).
    Servono politiche di protezione e reciprocità, che presuppongono un impegno costante e convinto da parte del nostro governo contro la contraffazione, il dumping sociale e ambientale, a favore della difesa dei marchi e dei brevetti, a favore dell’aumento dei controlli alle dogane.
    È su queste regole, infatti, che si gioca il futuro della competitività delle nostre imprese, del nostro Paese. A meno che non siamo già convinti tutti che l’industria sia roba da Terzo Mondo.
    * Presidente Confapi Confederazione della Piccola e Media Industria
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    [Data pubblicazione: 09/03/2005]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    In Europa contro l’invasione cinese
    La Lega chiede a Berlusconi di prendere le misure necessarie a contrastare il dumping asiatico

    igor iezzi
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    Roma - «La situazione dell’economia del Paese non è drammatica, ma tragica». La soluzione possibile è solo una: i dazi. Soprattutto di fronte agli ultimi dati che vedono aumentare le importazioni dalla Cina fino al mille per cento.
    La Lega Nord ha deciso di rilanciare questa sua storica battaglia, anche a costo di arrivare ai ferri corti con l’Europa. L’intenzione dei ministri della Lega, Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Roberto Castelli è quella di intervenire nel provvedimento sulla competitività con un solo emendamento dagli effetti, però esplosivi.
    Se approvato, l’emendamento del Carroccio, autorizzerebbe «il presidente del Consiglio ad adottare le misure necessarie per contrastare le azioni di dumping economico e sociale collegate alla importazione di prodotti provenienti da paesi extra Ue, in particolare la Cina». Più avanti si va maggiormente nel dettaglio tanto da affermare che il premier «è autorizzato a sollecitare la commissione europea affinché essa adotti entro il 30 giugno 2005 l’istituzione di dazi antidumping sui prodotti del comparto tessile, abbigliamento e calzaturiero e l’introduzione dell’obbligo di etichettatura di origine dei prodotti».
    Maroni ben sa, però, che c’è poco da fidarsi di quel burocratosauro che vive a Bruxelles, quindi per evitare che a domanda del nostro governo non arrivi mai una risposta, il ministro ha previsto che il premier, «su richiesta del ministro per le attività produttive e sentito il ministro dell’Economia e delle Finanze, adotta con proprio decreto» i dazi «in caso di mancato adempimento da parte della Commissione Europea».
    Proprio questa ultima frase potrebbe incorrere nelle ire di Bruxelles .
    Ciò «significa una violazione delle norme Ue? E sia!», è stata la risposta di Maroni che ha anche aggiunto che senza queste misure la Lega non voterà il piano di azione per lo sviluppo. «Subordineremo il nostro voto favorevole al provvedimento all’accoglimento della nostra richiesta». Inizialmente il consiglio dei ministri si doveva tenere domani, ma la Lega ha chiesto di rinviarlo di un giorno. «Noi vogliamo esserci - ha detto Maroni che giovedì è a Londra per il G8 dei ministri del Lavoro - perché la questione fondamentale sulla competitività sono i dazi. Noi non usiamo ambiguità e termini politicamente corretti, noi parliamo il linguaggio del popolo e chiediamo i dazi contro l’aggressione e la concorrenza sleale da parte di alcuni Paesi, in particolare la Cina. Non ci accontentiamo di qualche misura di salvaguardia, vogliamo che immediatamente vengano introdotti i dazi antidumping economico e sociale nei confronti di tutti quei prodotti che vengono da paesi extra-Ue e per i quali siano riconosciuti queste situazioni». Rimane il problema delle infrazioni da parte Ue ma Maroni non sembra preoccuparsene. «Benissimo - ha affermato - ci facciamo fare la procedura d’infrazione, ma almeno costringiamo la commissione europea a dire una parola e non solo a tergiversare. Noi vogliamo stanare chi nella commissione ha interesse a danneggiare il settore tessile italiano. Questa è la nostra sensazione».
    I ministri del Carroccio, insieme ai sottosegretari Roberto Cota e Daniele Molgora, hanno poi attaccato Romano Prodi, ex presidente della commissione Ue. «La commissione doveva emanare le linee guida per intervenire - hanno detto - entro al fine dell’anno scorso. Non si capisce perché non l’hanno fatto e continuino ancora a tergiversare. A pensar male qualche volta ci si indovina. Noi vogliamo mettere in mora la commissione per capire se davvero c’è una lentezza burocratica oppure c’è la volontà di danneggiare le nostre industrie. Noi temiamo questo. Di fronte a duna danno serio provocato dall’inattività della commissione, crediamo che il governo si debba muovere». «È evidente che qualcuno vuole danneggiarci - gli ha fatto eco Calderoli - e la nostra contrarietà a Prodi quando presiedeva la commissione Ue era motivata anche dal suo non fare niente. Anzi, ha usato la crisi delle imprese per fare campagna elettorale». «Perché - ha chiesto il ministro del Welfare - Prodi quando era presidente della Commissione Ue non ha adempiuto alle promesse fatte in particolare per salvaguardare il settore tessile? Queste promesse non mantenute stanno danneggiando gravemente, forse in modo irreparabile, il sistema produttivo».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    le reazioni dall’opposizione
    Non dite alla sinistra di proteggere le nostre pmi...


    «Parlare dell’introduzione di dazi antidumping verso la Cina è una stoltezza, non è in questo modo che si risolvono i problemi dell’industria italiana». L’attacco rabbioso è del vice presidente dei senatori della Margherita, Natale D’Amico: lui i dazi li odia. «A Maroni, a Castelli, a Calderoli certamente sfugge il fatto che i dazi avrebbero l’inevitabile effetto di innalzare il livello dei prezzi, con grave pregiudizio per le famiglie italiane - è la sua sparata -. Non dovrebbe però sfuggire al ministro Marzano, ben più acculturato in materie economiche. Ad ogni buon conto ci permettiamo di suggerire ai membri del Governo una breve lettura: un articolo di Luigi Einaudi apparso nel 1921 (molto attuale, ndr) sul padanissimo (sic) “Corriere della Sera”, intitolato “Spropositi protezionistici”». «Per quanto concerne l’aspetto politico della vicenda - conclude il parlamentare dl - è ormai evidente che le faide interne alla maggioranza ritardano da mesi l’adozione di misure, che pure sarebbero necessarie ed urgenti, per rilanciare lo sviluppo e sostenere la crescita della nostra economia».
    «Siamo di fronte a un esecutivo che preferisce attardarsi in faide interne anziché pensare all’interesse del Paese e degli italiani: e così anche la competitività diventa una merce di scambio nel braccio di ferro infinito tra Lega, Udc, Forza Italia e chi più ne ha ne metta», sbraita invece Renzo Lusetti, vice presidente dei deputati Margherita. «Sono mesi che tutti, dal capo dello Stato agli imprenditori ai sindacati alle categorie produttive, implorano il governo di muoversi per non perdere ancora terreno sul tema della competitività. E invece questo tema strategico, come la settimana scorsa è successo per il risparmio, diventa solo l’ennesimo ring su cui la maggioranza continua a fare a pugni. Una vergogna».
    «Il Governo, onestamente, litiga e non governa», gli fa eco il presidente della Margherita, Francesco Rutelli. «La Lega - ha affermato - avrebbe annunciato di non volere votare il provvedimento se non ci fossero misure del tipo dazi verso la Cina, e l’Udc ha attaccato fortemente la Lega. Segnalo, visto che stiamo parlando di argomenti concreti, che c’è una crisi industriale, una situazione da risolvere anche attraverso misure a favore della competitività e a tutela dei processi produttivi».


    [Data pubblicazione: 09/03/2005]
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    COMPETITIVITA', SCONTRO CDL-LEGA NEL GOVERNO SUI DAZI



    ROMA - La Lega tiene duro e mette a rischio il via libera al decreto legge sulla competitivita', che sara' esaminato dal Consiglio dei Ministri convocato per venerdi'. Ad incrinare la compattezza del Governo sul 'Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale' (questa il vero nome del provvedimento) e' il nodo dell'introduzione dei dazi all'import che ieri, guardando soprattutto ma non solo alla salvaguardia dei prodotti tessili italiani, il Carroccio ha definito condizione indispensabile per il suo voto favorevole al decreto.

    - LEGA, SENZA DAZI VOTEREMO NO. Una posizione ribadita a piu' riprese anche oggi, senza ombra di cedimento o tentazioni di mediazione. ''Sfidiamo coloro che ci criticano a trovare una risposta alternativa piu' efficace della nostra'', ha esordito infatti il ministro del Welfare Roberto Maroni, che non ha esitato a rispondere alle critiche piovute da parte sindacale. ''I sindacati dicono che i balzelli non servono? - ha affermato - Qual e' la loro proposta? Non ne ho sentita finora nessuna''. E mentre il titolare delle Riforme Roberto Calderoli ha ricordato che sulla questione dei dazi la Lega attende una risposta dal premier Berlusconi nello stesso cdm di venerdi', a ribadire la determinazione dei leghisti ci ha pensato il capogruppo alla Camera Alessandro Ce': se non verra' accolta la proposta di introduzione dei dazi, ha detto al question time, ''la Lega non votera' il provvedimento sulla competitivita'''.

    - URSO, NON SARANNO IN DECRETO. Che sul nodo-dazi sia 'spaccatura' fra le forze di Governo lo segnala la presa di posizione, netta, del vice ministro delle Attivita' Produttive con delega al commercio estero Adolfo Urso. ''Una cosa e' assolutamente certa - ha detto infatti il vice ministro di An -: nel decreto-legge sulla competitivita' non ci saranno norme riguardanti i dazi. La Lega dovra' quindi fare marcia indietro''. Contrario all'applicazione dei dazi anche il presidente della Commissione Attivita' Produttive della camera, l'Udc Bruno Tabacci che, sperando in un provvedimento snello e di veloce approvazione, si inserisce nel dibattito scatenato dalla Lega ricordando che ''i dazi sono una risposta del tutto sbagliata, perche' in questo modo si rinuncia alla concorrenza e se il mercato non e' aperto alla concorrenza si abitua male. Inoltre - conclude - i dazi non aiutano a vincere sul terreno della qualita''.

    - SINDACATI, MISURE ANACRONISTICHE. Bordate sulla proposta leghista anche dal fronte sindacale. ''In una realta' come quella in cui viviamo, interconnessa e globalizzata - ha commentato il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta - i dazi sono una cosa anacronistica. Quello che noi chiediamo, come sindacato, e' la reciprocita', la lotta contro il dumping''. E se il numero uno della Uil Luigi Angeletti ricorda che ''chi governa dovrebbe chiedere alle imprese la loro opinione'' e che se lo facesse scoprirebbe che ''nessun imprenditore italiano sarebbe favorevole all'introduzione dei dazi, perche' prima o poi sarebbero imposti anche alle merci che noi esportiamo'', il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani si concentra soprattutto sulle iniziative che il sindacato dovra' prendere dopo l'approvazione del provvedimento. ''Credo che dobbiamo lavorare per dare continuita' alle nostre critiche - ha detto infatti - Credo sia giusto con Cisl e Uil poter avere una sede di confronto per mettere insieme una comune valutazione e poi decidere le iniziative necessarie''.

    - IMPRESE, SI' DAZI TEMPORANEI. A favore di un'applicazione delle misure europee gia' esistenti, si pronuncia invece Confindustria. Il Comitato di presidenza di viale dell'Astronomia chiede infatti chiede che, ''laddove vi siano le condizioni, siano utilizzati i mezzi da tempo previsti dai regolamenti comunitari, compresi i dazi temporanei compensativi antidumping e gli altri strumenti di salvaguardia'' e, per cio' che riguarda la normativa dell'etichettatura obbligatoria del Paese d'origine per i prodotti importati, ''chiede al Governo di mantenere e accentuare il suo impegno presso gli organismi europei nelle prossime settimane''.
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    NON ABBANDONIAMOLE
    Le aziende muoiono è c’è disoccupazione


    Roma - «Non vorrei parlare di dazi ma della necessità di consentire ai nostri prodotti di essere esportati e quindi di abbattere le barriere doganali di chi ce lo impedisce e, dall'altro, dell'opportunità di una decisa azione antidumping»: questa la risposta del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, a una interrogazione del capogruppo della Lega Nord, Alessandro Cè. Una risposta evasiva, “timida”, che non tiene conto della tragica situazione economica del Paese dove «negli ultimi anni e, in particolare, negli ultimi mesi, vi è stato un forte aumento dell'importazione di prodotti provenienti dalla Cina» che hanno prezzi bassissimi.
    «In questi anni, l'Europa non ha fatto assolutamente nulla – ha spiegato Cè - Prodi, Presidente della Commissione europea, non ha fatto nulla e il Governo italiano, purtroppo, ha fatto troppo poco, nonostante le nostre ripetute sollecitazioni». Da Giovanardi, però, sono arrivate risposte insoddisfacenti.
    «La Comunità e gli Stati membri hanno introdotto un controllo sulle importazioni dei prodotti più sensibili, specialmente tessili e calzature» ha spiegato il ministro. Ma Giovanardi ha anche ribadito di non voler «parlare di dazi ma, da un lato, della necessità di consentire ai nostri prodotti di essere esportati e quindi di abbattere le barriere doganali di chi ce lo impedisce e, dall'altro, dell'opportunità di una decisa azione antidumping». Secondo Cè si è trattata di risposta “timida”. «Siamo in netto ritardo. Bisognava fare di più, - ha commentato - le nostre aziende muoiono, c'è disoccupazione. La Cdl deve dire sì ad una economia sociale di mercato, sì al mercato, ma con le regole e per far questo bisogna attivarsi rapidamente. Bisogna introdurre dazi perché con i prezzi dei prodotti cinesi non è possibile assolutamente competere e le nostre aziende chiudono».
    Sulla vicenda è intervenuto anche il sottosegretario alle Attività produttive, Roberto Cota (Lega) «Con la guardia abbassata prendiamo solo pugni in faccia», ha detto. «Forse - ha aggiunto - qualcuno non ha letto l’emendamento proposto dalla Lega, visto il tenore delle obiezioni che stanno fioccando sulle agenzie di stampa: siamo alle solite, la Lega sostiene una cosa giusta e gliene contestano un’altra».
    Nel pomeriggio di ieri, la commissione sulle Politiche dell’Unione ha audito Zhang Junfang, ministro consigliere dei rapporti commerciali e rappresentante dell’ambasciata cinese. Dietro precise domande del deputato leghista Andrea Gibelli, l’esponente della Repubblica Popolare Cinese ha cercato di svicolare. «Faremo i controlli» ha detto quando si è parlato dell’ingresso nel nostro Paese di container con derrate alimentari contaminate da mercurio, piombo e cianuro, mentre alla domanda sui diritti umani ha laconicamente affermato che »la Cina di oggi è come l’Italia degli anni ‘50».
    I. I.
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    [Data pubblicazione: 10/03/2005]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    ma il provvedimento resta insufficiente
    L’Ue tassa 58 prodotti extracomunitari


    ROMA - Fra i vari oggetti esposti dalla Lega in piazza Montecitorio, sotto il gazebo della Lega, ci sono due identiche macchine casalinghe per preparare il cappuccino (nella foto qui sopra). Una differenza, però c’è: una delle due macchinette, infatti, è stata prodotta a Lumezzane, in provincia di Brescia, mentre l’altra, del tutto identica, è made in China. Identica, ma solo nella forma perché quella cinese funziona male ed è meno sicura, costa solo un euro rispetto a quella di Limezzane, che costa cinque euro. Le macchinette sono vendute in genere nei mercatini ambulanti.
    E cos’ è per decine di altri prodotti. Non è che l’Unione europea non se ne sia accorta. Dalle biciclette cinesi agli accendini, dalle lampadine alle bilance elettroniche. Dai più noti dischetti per computer e tv color, fino agli impensabili carrelli elevatori. Sono alcuni dei 58 prodotti sull'importazione dei quali l’Unione europea ha già imposto dazi anti-dumping.
    Un “fuoco di sbarramento” che la comunità europea contrappone a quella che i numeri denunciano come una vera e propria invasione di prodotti provenienti dai Paesi a basso costo di manodopera, Cina in testa. Proprio nei confronti di Pechino quindi, Bruxelles ha fissato il maggior numero di dazi ed effettuati il maggior numero di investigazioni: 33 su 58 i “super-dazì” imposti e 8 su 16 le indagini in corso. Ad esempio, sulle biciclette importate dalla Cina, oltre al dazio vigente per i Paesi terzi, si applica un “super-dazio” del 3,6%. Che sale, per esempio, al 30,7% per le bilance elettroniche, al 39,4% per i dischetti per computer, al 44,6% per i tv color, al 49,6% per i carrelli elevatori e, addirittura al 66,1% per le lampadine.
    Indagate dall’Ue, sono soprattutto le importazioni dalla Cina di tessile ed abbigliamento, in seguito alla scadenza dell’Accordo Multifibre: sono infatti in corso indagini su 9 prodotti, 7 dei quali sintetici. Sull'abbigliamento è stata avviata una sola azione, su capi in cotone, nei confronti, oltre che della Cina, anche di Egitto, India, Indonesia, Pakistan e Turchia.
    Dal 1 gennaio 2005 all’8 marzo scorso - affermano fonti vicine a Bruxelles sempre riferendosi al tessile-abbigliamento - “si constata un aumento delle domande di importazione per quasi tutte le categorie monitorate: notevoli incrementi sono stati registrati nelle importazioni di camicie, magliette, pullover, biancheria intima e reggiseno”.
    Gli incrementi vanno dal 20 al 788% e, in contemporanea, si è registrato un calo del prezzo di questi prodotti sceso da 3 al 136% rispetto allo stesso periodo del 2004. Sotto attacco-cinese anche il comparto calzature, nel quale è stata avviata in sede Ue una pre-indagine su alcuni casi di rilievo. Dal più recente monitoraggio comunitario emerge che le importazioni dalla Cina di scarpe sono aumentate, nel primo bimestre dell’anno, di oltre il 1.000%. Nel mirino dei nuovi competitori internazionali c'è anche il settore agroalimentare, dove però, sempre secondo quanto riportano fonti vicine a Bruxelles, l'Ue trova più difficoltà ad attuare gli strumenti di difesa.


    [Data pubblicazione: 10/03/2005]
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    Der Wehrwolf

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    «Dazi? Chiamateli come volete ma vanno messi»
    Parla Soldini, presidente dell’Associazione nazionale calzaturieri: è questione di vita o di morte

    GABRIELLA POLI
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    Anche il 2004 si è chiuso con forti tensioni sul made in Italy. Ne hanno risentito tutti i settori produttivi ed in particolare le imprese della moda, sia tessili che calzaturiero. Una vera e propria emergenza se è vero come è vero che il dumping asiatico rende la competizione assolutamente improponibile per le nostre imprese.
    Particolarmente pesante è la forte crescita economica della Cina e la sua sfacciata politica commerciale delle esportazioni. La svalutazione della moneta cinese, artificialmente legata al dollaro, di oltre il 35% rispetto a due anni fa, il premio all’esportazione del 15%, le inesistenti regole per gli abusi in campo sindacale e ambientale oltre a un sistema di costi inavvicinabile per un paese europeo, hanno creato una situazione paradossale. Tanto per fare un esempio nel settore calzaturiero un paio di scarpe viene importato a 2, 36 euro di media. Un prezzo inferiore ai costi delle sole materie prime e soprattutto inferiori di 10 volte il prezzo medio all’export delle calzature italiane. Il che compromette anche l’esportazione verso gli altri paesi europei.
    Le importazioni italiane di calzature dalla Cina dal 2003 sono aumentate dell’81%, superando nel 2004 i 130 milioni di paia, pur con l’esistenza di quote protettive. Ne parliamo con Rossano Soldini, presidente dell’Anci, associazione nazionale calzaturieri, che ieri a Milano, ha presentato Micam, il più importante appuntamento internazionale con le collezioni moda per le calzature, dal 19 al 22 marzo alla Fiera di Milano.
    I dati diffusi per il settore calzaturiero evidenziano l’emergenza Cina; cosa propongono le industrie del comparto colpito e cosa ne pensate della questione dazi?
    «Il made in Italy non può più aspettare, i dati sono catastrofici: si parla di un aumento del 1530 % di licenze richieste nella Ue nei primi due mesi del 2005, vuol dire che siamo già a 110 milioni di paia di scarpe importate dalla Cina in Europa. Non si può più aspettare, nello specifico, l’obbligatorietà del marchio d’origine per esempio. Spero che l’azione del presidente del Consiglio, quando andrà a Bruxelles, sarà efficace in questo senso. In particolare l’adozione di misure di difesa con l’applicazione di dazi di salvaguardia sulle importazioni cinesi. C’è chi li chiama dazi eccezionali o compensativi ma l’importante è che si attivino quanto prima e comunque riducendo l’iter burocratico che l’Europa ci impone».
    Gli altri paesi europei potrebbero ritardare queste iniziative protezionistiche per il mercato europeo?
    «Non avendo i nostri stessi interessi non essendo paesi manufatturieri, può darsi che non spingano come noi per ottenere le misure antidumping che ci permetterebbero, con dazi straordinari di salvaguardare la nostra economia. Ma non possiamo più aspettare. E’ in gioco la nostra sopravvivenza. Il governo si è mosso con forza. A fine febbraio a Palazzo Chigi, presenti anche il ministro Maroni e il sottosegretario Cota, ci è stato promesso un’attenzione particolare. Le richieste riguardano comunque: lotta alla contraffazione, controlli doganali e sulle attività gestite da stranieri, revisione della politica monetaria e, soprattutto, adozione di misure tempestive di difese commerciali a seguito dello smantellamento delle quote per l'import dalla Cina dal primo gennaio di quest'anno».
    L’altro ieri i ministri Maroni, Castelli e Calderoli hanno presentato l’emendamento unico al provvedimento sulla competitività che permetterebbe al presidente del consiglio di intervenire subito per adottare le misure necessarie a contrastare le azioni di dumping economico e sociale, collegate alla importazione di prodotti provenienti dai paesi extracee, anche in caso di mancato adempimento da parte della commissione Europea.
    «So come la pensano Maroni, Cota e i ministri della Lega. E comunque se l’Europa non ci darà retta daremo battaglia e andremo a manifestare a Bruxelles. Se, quando il presidente Berlusconi andrà a Bruxelles a chiedere le misure di salvaguardia, l’Europa comincerà a tergiversare dovremo far sentire la nostra forza e determinazione. E’ questione di vita o di morte. Dovrebbe essere anzi una iniziativa bipartisan, trasversale rispetto alla politica e alle categorie produttive. Perchè il made in Italy è di interesse nazionale».
    Ci sono in pericolo, tra l’altro, migliaia di posti di lavoro. Come mai i sindacati, secondo lei, si sono attivati così tardi?
    «Non do giudizi in questo senso però, nonostante l’emergenza, i sindacati si sono mossi solo pochi mesi fa. Questo mi dà molto fastidio. Certo la crisi si è già fatta sentire a livello occupazionale. Secondo dati Anci nel 2004 hanno chiuso 860 aziende (calzaturifici, componentistica e pelletteria), si sono persi 8.000 posti di lavoro e le ore di cassa integrazione per le imprese dell'area pelle sono aumentate del 34,4%».
    C’è da considerare anche la questione degli importatori. A loro importare merce a prezzo competitivo conviene.
    «Ci sono interessi diversi. Ci sono dati che indicano che non hanno spese di risultanze primarie inoltre per il marchio d’origine a loro fa comodo che non ci sia».
    Ma a questo punto bisognerà coinvolgere anche i consumatori.
    «Bisogna assolutamente coinvolgere i consumatori che capiscano l’importanza del made in Italy, di acquistare merce con un marchio di origine che ne garantisce la provenienza e la produzione nel pieno rispetto della dignità e della sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente. Per 30 anni abbiamo vinto la globalizzazione proveniente da Brasile, Sud Corea e Taiwan ma stiamo sbattendo contro il muro cinese: non abbiamo paura di competere contro i bassi costi di manodopera, nulla possiamo però contro chi può vendere un prodotto al costo delle materie prime poichè opera in situazioni di dumping sociale, ambientale valutario».


    [Data pubblicazione: 10/03/2005]
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    Der Wehrwolf

 

 

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