Roma.Un vecchio saggio come Gerardo Bianco scuote la testa: “Scoppiano le divisioni dentro la Margherita? Beh, questa è la scoperta dell’acqua calda”.
Dice, l’ex segretario dei Popolari, che la faccenda male funziona
“perché la Margherita è stata concepita male, con una forzatura, così non ho aderito, con buona pace di Rutelli, Marini e
Castagnetti. Sarebbe stato meglio fare una coppia di fatto, che un matrimonio che potrebbe portare al divorzio”.
Il partito di Rutelli, mai del tutto pacificato, ribolle più che mai di inquietudini.
Certo, come dice Bianco, c’è una diffidenza di fondo che rimane tra le culture originarie del partito,
ma soprattutto sono opportunità (e opportunismi) che si affacciano, insopportabilità che crescono, ruoli che si mischiano.
Per dire, come spiega sempre Bianco: “Oggi Rutelli paradossalmente interpreta meglio la nostra tradizione di democratici cristiani di tanti che da quella tradizione vengono”.
E così, o ci si azzuffa o si sta in silenzio.
In silenzio si sta, per il momento, sul referendum sulla legge 40. Prodi ha detto che andrà a votare, al contrario di quanto suggerito dal cardinal Ruini.
I prodiani, come Franco Monaco, gli hanno fatto eco. Ma Rutelli, appunto, tace.
Svicola, non parla, sfugge. Due settimane fa in Africa, ora in partenza per la Francia. Però proprio su Rutelli fanno affidamento i cattolici della Margherita, coloro che alle urne non vogliono andare, tra Ruini e il comitato “Scienza e vita”.
Nella Margherita c’è chi giura: “Francesco dirà che a votare lui non ci va”.
Bianco già lo dice: “Io di certo non ci vado”.
Ma il referendum è solo una delle tante lacerazioni che attraversano il partito rutelliano. Se vissuta ancora in (relativo) silenzio, tutto il contrario è successo con la faccenda del candidato sindaco a Venezia.
Dove Massimo Cacciari, prima invocato ha disdegnato, poi accantonato si è risentito.E con lui si è risentito Rutelli, direttamente, con Prodi, che aveva accettato il giudice Felice Casson, caro ai Ds, mentre era stato messo da parte Alessio Vianello, che di Cacciari era stato assessore, e dell’attuale sindaco della Margherita Paolo Costa ancora assessore è, e il sindaco prima lo ha proposto e poi lo ha riposto, puntando sul giudice, con il consenso del professore, facendo però inferocire il filosofo, spalleggiato dall’ex piacione capitolino.
Ironizza (e cita) un diessino della laguna – ché per inciso pure i Ds hanno avuto il loro da fare con Fassino e i suoi inviati:
“Diciamo: le baruffe chiozzotte…”.
Precisa un rutelliano romano: “Casomai, un casson senza fine...”. E nel partito, che ieri con faticosa unanimità ha deciso di appoggiare Cacciari, ogni pertugio d’Italia ribolle, ogni anfratto associativo può prendere fuoco. La geografia interna, con (grosso modo) Marini e Rutelli da una parte, Prodi e Parisi e Castagnetti dall’altra, e registra persino la presenza di un centrista al centro del partito di centro del centrosinistra, Dario Franceschini.
Europa continua a sfottere Prodi
E dunque, in rapida sintesi. Sull’Iraq, una parte del partito ha votato contro Rutelli, facendolo finire in minoranza, e i rutelliani ancora non si danno pace, “fu un capolavoro di demenza”.
I prodiani, a loro volta, tengono sotto tiro Europa, il giornale che ha osato sfottere Prodi chiamandolo leader per 18 volte di seguito in prima pagina, per poi domandarsi: “Ora possiamo parlar d’altro?”.
Ma sono le imminenti elezioni regionali che hanno fatto salire la temperatura, già parecchio alta, nella Margherita. Ogni candidatura avanzata, un sospetto. Ogni candidatura rinviata, un sospetto. Intanto, il problema delle preferenze. La lista unitaria in nove regioni significa consegnare il grosso degli eletti ai Ds, ben più radicati nel territorio e ben più attenti al dosaggio delle preferenze.
In Lombardia, Nando Dalla Chiesa accusa il centrosinistra di non sostenere il candidato Sarfatti, e il segretario regionale della Margherita, Battista Bonfanti, invita in pratica il senatore ad andare a fare il riformista da Formigoni.
Nel Lazio malignano che Rutelli, per gelosia politica, sia stato ben felice della mancata candidatura alla Regione di Enrico Gasbarra, presidente della Provincia, caro al cuore di Marini.
In Piemonte, si sono calmate le tensioni tra il segretario, il rutelliano Gianni Vernetti, e il presidente, il popolare Gianfranco Morgando, intorno alla candidatura della diessina Mercedes Bresso alla presidenza e dell’amico Gian Luca Susta alla vicepresidenza.
Giù in Sicilia è al tramonto il breve feeling tra il magnifico rettore di Catania, Ferdinando Latteri, eurodeputato mancato, ed Enzo Bianco, sindaco di ritorno.
A proposito di sindaci: a Leoluca Orlando piacerebbe molto tornare a fare il primo cittadino di Palermo, per Totò Cardinale la decisione è ancora prematura.
Ovviamente, sono entrambi della Margherita.
saluti




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