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Discussione: Dazi? si...grazie.....

  1. #1
    Globalization Is Freedom
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    Predefinito No Al Protezionismo!

    NO AL PROTEZIONISMO!

    Un manifesto promosso dall'Istituto Bruno Leoni


    La consapevolezza dell'inefficienza e dell'ingiustizia delle tariffe
    doganali è al cuore della stessa teoria economica, sin dai tempi di Adam Smith. Tuttavia, nonostante vi sia chi parla di "pensiero unico liberale" e di miti ideologici sul cui tronco s'innesterebbe l'avventura della globalizzazione, viviamo ancora in un mondo di barriere e tariffe.

    L'Unione Europea, in particolare, nata come area comune di libero scambio, oggi impone 15000 dazi contro prodotti di varia provenienza. Una serie di misure economiche che, nel Terzo mondo - secondo le stime di un recente report del Centre for the New Europe - costano la vita a 6,600 persone ogni giorno. Che significa 275 persone all'ora. Un uomo ogni tredici secondi, da qualche parte nel mondo, muore a causa di troppo protezionismo e troppo poca globalizzazione.

    Se l'Africa potesse intensificare la sua quota di interscambio mondiale di appena l'un per cento, ciò le frutterebbe 70 miliardi di euro in più l'anno. Il che basterebbe per trascinare 128 milioni di persone fuori dalla povertà.

    Ciononostante, in prossimità dell'importante riunione della World Trade Organization a Cancun (Messico), in Italia si sono udite soltanto voci schierate a favore di una limitazione degli scambi - attraverso vari strumenti. Si è immaginato, come stratagemma per rafforzare la nostra competitività, l'istituzione di nuove tariffe in funzione anti-asiatica.
    Anziché fare pressione sul governo cinese perché elimini le barriere all' entrata, che sbarrano il cammino ai nostri prodotti, si vorrebbe seguirne il modello: aprendo la strada a una "guerra di tariffe" che potrebbe precluderci il più grande mercato del mondo.

    Come intellettuali, come imprenditori, come politici, ma soprattutto come persone, diciamo "no" a una politica che mette a rischio la vita dei nostri simili, oltre a proibire a consumatori italiani di beneficiare di buoni prodotti a basso prezzo.

    Il libero scambio è la premessa della pace: il Novecento ha dimostrato cosa succeda quando gli si antepongono questo o quell'egoismo nazionale. Il nostro auspicio è che la storia non sia destinata a ripetersi.

    Istituto Bruno Leoni,
    in collaborazione con Centre for the New Europe
    e Comitato Globalia



    Primi firmatari:

    Luigi Amicone (direttore di Tempi), Dario Antiseri (LUISS Roma), Simone Baldelli (Giovani di Forza Italia), Marco Bassani (Università di Milano), Luisella Battaglia (Università di Genova), Sergio Belardinelli (Università di Bologna), don Bruno Bordignon, Romano Bracalini (giornalista), Rino Cammilleri (giornalista), Aldo Canovari (editore), Cinzia Caporale (Università di Siena), Fausto Carioti(giornalista), Rodolfo Casadei (giornalista), Riccardo Cascioli(giornalista), Maurizio Cassano (imprenditore), Alessandro Cecchi Paone (giornalista), Franco Cellino (imprenditore), Alejandro A. Chafuen Rismondo (Atlas Economic Research Foundation), Enrico Colombatto (Università di Torino), Dino Cofrancesco (Università di Genova), Giovanni Cofrancesco (Università di Genova), Mauro Cresti (Università di Siena), Raimondo Cubeddu (Università di Pisa), Bruno Dapei (imprenditore), Benedetto Della Vedova(europarlamentare radicale), Alessandro De Nicola (presidente della Adam Smith Society), Fabrizio D'Esposito (giornalista), Sergio Dosio (Unione Industriale di Torino), Tim Evans (Centre for the New Europe), Leonardo Facco (editore), Renato Farina(giornalista), Vittorio Feltri (direttore di Libero), Roberto Festa(Università di Trieste), Angelo Fiori (Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma), Franco Forlin (imprenditore), Diego Gabutti(giornalista), Antonio Gaspari (giornalista), padre Piero Gheddo, Lord Harris of High Cross, Nicola Iannello (giornalista), Lorenzo Imbasciati (imprenditore), Lorenzo Infantino (LUISS Roma), Sergio Leali (imprenditore), Leonard Liggio (George Mason University), Carlo Lottieri (Università di Siena), Vittorio Macioce (giornalista), Antonio Martino (ministro della Difesa), Vittorio Menesini(Università di Perugia), Bruno Mezzetti (Università politecnica delle Marche), Alberto Mingardi (Centre for the New Europe), Diego Minonzio (giornalista), Stefano Monti Bragadin (Università di Genova), Giovanni Orsina (Università "La Sapienza", Roma), Andrea Orsini (deputato di Forza Italia), Guglielmo Piombini(saggista), Antonio Polito (direttore de Il Riformista), Raffaele Prodomo (Università della Calabria), Giuseppe Quarto(imprenditore), Giorgio Rebuffa (Università di Genova), Renato Angelo Ricci (presidente onorario Società Italiana di Fisica), Sergio Ricossa (Università di Torino), Robi Ronza (giornalista), Giambattista Rosa (dirigente d'impresa), Cesare Romit (presidente Associazione Italia-Cina), Florindo Rubbettino (editore), Francesco Sala (Università di Milano), Pascal Salin(Université Paris Dauphine), Corrado Sforza Fogliani (presidente Confedilizia), Angelo Spena (Università di Verona), Carlo Stagnaro(Istituto Bruno Leoni), Roberta Tatafiore (giornalista), Adriano Teso (imprenditore), Luigi Tessera Chiesa (imprenditore), Tito Tettamanti (imprenditore), Giorgio Troi (Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione), Alessandro Vitale (Università di Milano), Paolo Zanetto (Globalia), Luigi Zingales (University of Chicago).


    E' possibile aderire via email (noalprotezionismo@cne.org), per fax (02-700429814), o telefonicamente (328-4453502).
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  2. #2
    Veneta sempre itagliana mai
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    '' E' in gran parte merito di Luca Cordero di Montezemolo se la Juventus non si rivolse ai tribunali ordinari '' (Joseph S. Blatter - Presidente F.I.F.A. - Dicembre 2007)
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    Talking Dazi? si...grazie.....

    Vuoi vedere che anche so sta roba dei dazi alla lunga c'ha ragione il padagno ubriacone (per chi lo conosce personalmentre sa che manco beve alcolici, ma tant'è) quando ne parlava due anni fa?...e intanto s'è perso tempo e la situazione è precipitata...PIRLONI

    Ue, nel tessile Italia chiede misure contro concorrenza Cina

    Mon March 7, 2005 5:27 PM GMT
    BRUXELLES (Reuters) - L'Italia ha chiesto all'Unione europea di introdurre misure di salvaguardia per arginare le importazioni cinesi a basso costo nel settore tessile e dell'abbigliamento.

    L'Unione europea in gennaio ha fissato delle quote sull'import in questi due settori, ma ha messo a punto uno specifico sistema di monitoraggio sulla Cina che consentirà, se necessario, l'introduzione di misure restrittive di emergenza.

    "I risultati dei primi due mesi di monitoraggio sono allarmanti", ha detto il ministro delle Attività produttive italiano, Antonio Marzano, precisando - alla vigilia di uno sciopero nazionale dei lavoratori del settore tessile - che "l'Italia ha sollevato la questione dei problemi dell'industria tessile e dell'abbigliamento. [Il presidente del Consiglio Silvio] Berlusconi solleverà nuovamente la questione al summit Ue di primavera" del 22 e 23 marzo prossimi.

    La Cina ha prodotto nel 2003 il 17% dei prodotti tessili mondiali, ma il Wto vede la quota di mercato in crescita al 50% entro tre anni dopo la fine del sistema di quote all'import.

    Marzano ha aggiunto di aver invitato una lettera al commissario europeo al Commercio Peter Mandelson, spiegando che i produttori italiani del settore tessile stanno affrontando "una concorrenza sleale" da parte della Cina e di altri Paesi asiatici e che potrebbero essere necessarie anche misure anti-dumping.

    "Questa competizione non è basata su una qualità superiore, ma su prezzi artificialmente bassi resi possibili dall'assenza, in questi Paesi, di standard sociali e ambientali che invece rappresentano l'orgoglio dell'industria europea e italiana", si legge nella lettera.

    "Non auspichiamo certo l'introduzione di dazi, salvo i cosiddetti dazi anti-dumping, quanto piuttosto la piena e puntuale applicazione di quelle misure di salvaguardia che sono i meccanismo comunitari contemplano a fronte di chiare violazioni di principi di fair competition di Paesi terzi", prosegue Marzano nella lettera.


  3. #3
    Silvioleo
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    la conferma che FI e compagnia han preso una gran brutta piega...pirloni si,se continuiamo a votarli...

  4. #4
    Silvioleo
    Ospite

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    e io lo riposto...

    Il protezionismo è l'ultimo rifugio degli opportunisti
    di Antonio Martino

    In tempi recenti si è assistito ad una serie di affermazioni volte a fare risorgere un vecchio, malevolo mito: il protezionismo, la necessità cioè che i produttori nazionali debbano essere “protetti” dalla concorrenza (quasi sempre denunciata come “sleale”) dei produttori esteri. Le giustificazioni di questa tesi sono numerose: i produttori esteri praticano salari più bassi dei nostri, oppure hanno un grado di tutela sociale e di protezione ambientale minore del nostro e, quindi, godendo di costi minori di quelli dei loro concorrenti italiani, hanno facile gioco ad essere più competitivi. Converrà occuparsi di questa idea che conferma la vecchia massima secondo cui le ipotesi, come le calunnie, sono tanto più pericolose quanto più sono plausibili.
    Cominciamo col dire che i bassi salari e le ridotte protezioni sociali ed ambientali sono l’ovvia conseguenza del fatto che questi paesi sono poveri. Anche in Italia i salari erano bassi e le protezioni modeste quando l’Italia era povera. Poi, quando anche grazie al commercio internazionale siamo usciti dalla povertà, sia il livello dei salari che quello delle protezioni sociali ed ambientali si è elevato fino a raggiungere i valori odierni. Quanti sostengono che la concorrenza è “sleale” perché in quei paesi i salari sono bassi e non ci sono i nostri livelli di tutela dovrebbero avere il coraggio di dire che è “sleale” essere poveri, colpevolizzando la miseria. Quando sentite parlare di “concorrenza sleale”, nota con sacrosanto sarcasmo antistatalista il compianto Murray Rothbard, mettete mano al portafoglio.
    In secondo luogo, il costo del lavoro e quelli della tutela sociale e ambientale sono solo una parte, e non necessariamente la più rilevante, della storia. Se fossero tutto ciò che conta in materia di competitività, gli Stati Uniti, che hanno alti salari ed alti livelli di protezioni, non potrebbero esportare prodotti ad alta intensità di lavoro, come i prodotti agricoli, che invece (anche tuttavia grazie a sussidi peraltro molto meno elevati di quelli europei) esportano in tutto il mondo, specie verso paesi che hanno salari più bassi dei loro e livelli di protezione minimi. Il fatto è che, come sanno bene gli esportatori italiani, il costo più rilevante è quello dello Stato: trasporti inefficienti, fiscalità punitiva, regolamentazioni asfissianti riducono la nostra competitività molto più degli alti salari.
    Comunque sia, anche se le cose stessero diversamente, il rimedio (il protezionismo) è assai peggiore del male (la scarsa competitività). Il protezionismo danneggia la società nel suo complesso: non è un caso che i Paesi più aperti al commercio internazionale siano anche quelli che crescono di più (basta confrontare Hong Kong e Singapore con un Paese chiuso come la Birmania). Il protezionismo alla lunga danneggia anche le industrie protette perché le sottrae alla concorrenza internazionale che è l’unico vero incentivo alla ricerca di maggiore efficienza. Infatti i settori più protetti, come la siderurgia negli USA o l’agricoltura in Giappone, sono anche i meno efficienti. Il protezionismo danneggia i consumatori tutti, perché li costringe a sopportare prezzi maggiori di quelli che pagherebbero in assenza di protezioni. Spostando risorse verso le industrie “protette” (che vengono rese artificialmente più competitive dalle protezioni doganali), danneggia tutti gli altri produttori che dovranno sostenere costi di produzione maggiori di quelli che avrebbero in assenza delle misure protezionistiche. Il protezionismo, inoltre, condanna i Paesi poveri alla miseria ed all’instabilità perché, impedendo loro di vendere quanto potrebbero produrre, li mette nell’impossibilità di produrlo, con conseguente sottosviluppo e disoccupazione. Infine, ma potrei continuare a lungo, le misure di protezione adottate da un Paese spingono gli altri Paesi a misure di ritorsione, determinando attriti fra Paesi, guerre commerciali prima e militari poi. Come sosteneva giustamente Frédéric Bastiat nel XIX secolo: “dove non passano le merci, passano gli eserciti”. Il libero scambio non è, forse, condizione sufficiente per la pace, ma il protezionismo e le dispute commerciali sono stati molte volte causa di guerre.
    I vantaggi delle misure protettive sono effimeri e limitati a pochi soggetti; i danni sono duraturi e generali. C’è poi, come sottolinea Enrico Colombatto nel suo contributo, un problema di ordine morale, non economico: il protezionismo è indifendibile, se si persegue il benessere di tutti (cioè dei consumatori) e non quello di pochi (l’industria protetta). Quest’intuizione fondamentale è ampiamente suffragata da una mole di evidenza enorme, non si tratta di un’opinione qualsiasi. Eppure, il protezionismo, come l’inflazione e la guerra, resta tutt’ora, per dirla con Hemingway, l’estremo rifugio degli opportunisti economici e politici.

  5. #5
    Veneta sempre itagliana mai
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    Silvioleo, la situazione è seria, anzi di più....drammatica...fai te

  6. #6
    Silvioleo
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    hai letto l'articolo di Martino?che mi dici in proposito?

  7. #7
    Veneta sempre itagliana mai
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    In origine postato da Silvioleo
    hai letto l'articolo di Martino?che mi dici in proposito?

    Cosa vuoi che ti dica....io vedo quello che vedo, e cioè che la Cina & similari senza regole hanno invaso il nostro mercato e hanno messo alla fame le nostre aziende...un conto è la concorrenza leale altro è quello che stanno facendo sti farabutti...dalle mie parti anche l'altro giorno in una sola settimana hanno scovato na decina di laboratori abusivi con stipati all'interno cinesi e cinesini notte e giorno che lavoravano....fai te....se questa è concorrenza o altro

  8. #8
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    In origine postato da pensiero
    Cosa vuoi che ti dica....io vedo quello che vedo, e cioè che la Cina & similari senza regole hanno invaso il nostro mercato e hanno messo alla fame le nostre aziende...un conto è la concorrenza leale altro è quello che stanno facendo sti farabutti...dalle mie parti anche l'altro giorno in una sola settimana hanno scovato na decina di laboratori abusivi con stipati all'interno cinesi e cinesini notte e giorno che lavoravano....fai te....se questa è concorrenza o altro
    Son le aziende italiane a fare concorrenza sleale, pretendendo di lavorare poco e male e non vedersi surclassare da chi lavora tanto e bene.

  9. #9
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    In origine postato da ARI6
    Son le aziende italiane a fare concorrenza sleale, pretendendo di lavorare poco e male e non vedersi surclassare da chi lavora tanto e bene.
    Le aziende italiane devono puntare sul marchio e sulla qualità non certo sulla quantità.

  10. #10
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    In origine postato da Misterbianco
    Le aziende italiane devono puntare sul marchio e sulla qualità non certo sulla quantità.
    Ma questo mi pare abbastanza ovvio, infatti ho scritto che lavorano poco e male.

 

 
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