GIACOMO STUCCHI *
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Il momentaneo fallimento delle trattative in sede comunitaria per la riforma del Patto di stabilità è la prova di quanto fondato sia lo scetticismo della Lega Nord Padania sulle politiche di integrazione europea, soprattutto quando si devono mettere intorno a un tavolo i rappresentanti di 25 Stati.
L’Unione europea sta somigliando sempre più a una babele, dove la Francia e la Germania spingono per introdurre eccezioni e deroghe alla regola del tre per cento sul deficit; l’Italia è tutto sommato soddisfatta perché non saranno indicati traguardi quantitativi per il taglio del debito; le repubbliche baltiche non concordano sulla lunga lista di deroghe proposta per il calcolo del deficit; il Regno Unito propone lo scorporo dal deficit degli investimenti e più libertà di azione per i Paesi virtuosi; l’Olanda e l’Austria vogliono invece la piena applicazione del Patto di stabilità ma dimostrano di non disdegnare i compromessi.
Questo caos dovrebbe quindi far riflettere taluni europeisti a tutti i costi, tanto sulle possibili conseguenze di un ulteriore allargamento dell’Unione europea, quanto sull’inopportunità che i destini di centinaia di milioni di individui siano decisi da pochi maldestri burocrati. Questi ultimi, preso finalmente atto, grazie anche all’insistenza del governo della Casa delle Libertà, della necessità di una modifica del famigerato Patto di stabilità legato al Trattato di Maastricht, pensavano di farsi un sol boccone dei nuovi soci dell’Ue, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania, proponendo loro l’accettazione del documento-polpettone del premier del Lussemburgo e presidente pro tempore dell’Unione europea, Jean-Claude Junker, con le sue 16 “attenuanti” da considerare prima di avviare una procedura di “deficit eccessivo”.
Invece, i rappresentanti dei Paesi baltici hanno subito fatto capire di non essere entrati nell’Ue per recitare la parte dei comprimari e hanno posto sul tappeto le loro condizioni per raggiungere una soluzione condivisa. Le richieste dei Paesi soci fondatori dell’Ue, come Francia, Germania e Italia, di una modifica del Patto di stabilità perché «funziona male ed è di difficile applicazione» sono giuste e legittime. Peraltro, tale istanza deriva proprio dalla loro conclamata esperienza in seno all’Ue, in base alla quale non è stato possibile garantire né politiche di sviluppo né tanto meno quelle a favore delle fasce sociali più deboli. Quindi, sul piano del merito, non c’è nulla da eccepire.
Anzi, sarebbe stato meglio se l’Unione europea si fosse resa conto di tale necessità già da un po’, riconoscendo agli Stati membri la possibilità di sfondare il tetto del deficit annuo, anziché farli sottostare alla tagliola del tre per cento del Pil. Ma oltre all’opportunità di una revisione del Patto di stabilità, che per quanto riguarda il nostro Paese, la Francia e la Germania, vede tutti d’accordo, c’è una duplice questione, peraltro posta sempre in primo piano dal Carroccio tanto nel Parlamento nazionale quanto nelle sedi istituzionali comunitarie: da un lato, la necessità di riconoscere quanto si sia rivelata sbagliata la scelta di ingabbiare le economie degli Stati membri dell’Ue con parametri prefissati; dall’altro, quanto sia difficile far andare nella stessa direzione un gran numero di Stati.
Le difficoltà di trovare un accordo per la revisione del Patto di stabilità, che secondo il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco potrebbe comunque arrivare nella prossima riunione dell'Eurogruppo il 20 marzo, dovrebbero quindi almeno insegnare qualcosa e servire da monito per scongiurare ogni ipotesi di costruzione di un Superstato europeo, ma anche di comprendere in esso altri Paesi, come la Turchia, con i quali il dialogo sarebbe ancora più difficile. Se già oggi è complicato trovare accordi con i nuovi arrivati, figuriamoci se dovesse accadere di trovare un’intesa anche con Ankara. Ecco perché sarebbe opportuno che quando ci si dichiara favorevoli al Superstato Ue, si spieghi ai cittadini anche come si intende farlo funzionare.
* Presidente commissione Politiche dell’Unione europea della Camera dei deputati
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[Data pubblicazione: 11/03/2005]




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