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  1. #1
    Silvioleo
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    Predefinito GIUSSANI,la fede nella LIBERTA'

    La lezione del sacerdote scomparso
    di Carlo Lottieri


    L’equazione corrente vuole che i liberali siano laici: che celebrino il cosiddetto ‘Stato di diritto’ e l’autonomia della politica dalla religione, e perfino (à la Machiavelli) l’autonomia del potere dalla morale. In questa versione parodistica dell’ordine liberale, ognuno avrebbe diritto a professare la propria fede, ma solo entro luoghi ristretti e chiusi, popolati da un’umanità ‘minore’ e prigioniera del passato: la quale deve rimanere nelle catacombe e starsene ben lontana dai più ampi spazi destinati alle sfilate di altri simboli. Seguendo questa medesima logica a Parigi si tolgono i veli alle giovani musulmane affinché siano – innanzitutto – francesi e repubblicane.
    Anche per aver resistito di fronte a ciò, oggi è doveroso esprimere riconoscenza a don Luigi Giussani, il sacerdote brianzolo che in questi giorni se ne è andato dopo aver creato un universo di relazioni ‘forti’ tra cattolici: una libera compagnia per sua natura intimamente ostile ai dogmi della statualità e a quella mimesi del religioso che segna tanta parte della retorica dominante.
    Non a caso, e da decenni, ogni riflessione su don Giussani porta molti a parlare di ‘integralismo’. Il sacerdote ha infatti scandalosamente affermato che i cristiani non devono abdicare alla propria identità, né rinunciare a creare cultura e istituzioni. E non può sorprendere il fatto che proprio dalla lezione di Comunione e Liberazione abbia preso il via una decisa battaglia per permettere ai cattolici di avere proprie scuole: destatizzando l’educazione al fine di socializzarla veramente (consegnandola alle famiglie, agli studenti e agli insegnanti).
    I cosiddetti ‘integralisti’ di Giussani, allora, hanno capito prima e meglio di tanti sedicenti liberali l’esigenza di separare lo Stato dalla scuola, liberando le aule da ogni controllo politico-burocratico perché esse possano essere luoghi in cui identità si incontrano, legami si costruiscono, progetti esistenziali possono prendere il largo.
    Nel mondo cattolico non è mancato chi ha accusato ai ciellini di ‘sporcarsi’ troppo le mani: occupandosi di affari e politica. Ma in queste considerazioni, critiche talora anche comprensibili si sono spesso unite a preoccupazioni ‘protestanti’, inclini a confinare i credenti – come si è detto – in chiese non di rado sempre più vuote e desolate.
    A tale proposito, non si può dimenticare come nel linguaggio del ‘Gius’ vi fosse una parola-chiave: esperienza. E in effetti per lui il cristianesimo non è mai stata una filosofia o un insieme di astratte dottrine, ma un avvenimento storico che ha avuto luogo duemila anni fa e si rinnova ogni giorno. Perché o il cristianesimo è un fatto, oppure non può offrire speranze ad alcuno.
    Da qui la centralità della persona: in tutte le sue dimensioni e anche (e soprattutto) nella sua materialità. Se Dio stesso si è incarnato, non è accettabile che oggi si chieda ai cristiani di vivere un’esistenza ‘scissa’: praticando la propria fede alla domenica ed essendo cittadini perfettamente disciplinati e integrati nel resto della settimana.
    In questa resistenza di fronte alle pretese dell’Ovvio (l’apparato ‘laico’ e democratico che non ammette eresie), c’è uno degli insegnamenti più duraturi di questo piccolo grande cristiano che è stato don Luigi Giussani. La cui lezione – ne siamo certi – continuerà ad accompagnare quanti insieme a lui hanno imparato ad affrontare la vita.

    (Da L'Indipendente, 23 febbraio 2005)

  2. #2
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    Predefinito

    Don Giussani senza miracoli
    di FRANCESCO MERLO

    E' morto un uomo storico, hegelianamente storico, uno dei protagonisti di un passaggio importante della storia del nostro Paese, ma non è morto il cappellano d'Italia, il padre spirituale di tutti noi.
    In Italia c'è l'abitudine di distogliere lo sguardo dagli occhi della morte. Sempre, davanti a un morto, si parla d'altro, mai di lui. Nel caso di don Giussani, la morte ha transustanziato la realtà viva.
    E così da finissimo politico combattente, da ispirato pastore d'anime, da coltissimo organizzatore di potere, da reclutatore di talenti, don Giussani è diventato un candidato alla santità, il nuovo patrono che, a destra e a sinistra, laici e religiosi, fedeli e infedeli, deformano nell'ultimo doveroso saluto. Ma don Giussani, profondo e sincero, pedagogo e amorevole, era e rimane il leader di una minoranza antimoderna.
    E, se fosse davvero severo e misericordioso, generoso e giusto, come lo immaginava lui, Dio, dopo averlo accolto in Paradiso e fatto accomodare alla sua destra, già adesso starebbe chiedendogli conto anche delle lucrose attività della sua Compagnia delle Opere, di quel gran fumo di clericalismo simoniaco, di presunte truffe, di denunzie, di scandali e di processi penali che ha accompagnato il miracolo economico di don Giussani, dalle mense scolastiche di Roma alla Cascina San Bernardo di Milano, dai parcheggi ai cibi precotti e avariati, sino all'affaraccio di Oil for Food e al ruolo di Formigoni, sino alle suggestioni letterarie del Codice da Vinci.
    Certamente il Dio che immaginiamo noi laici, così diverso dal raggio di sole caravaggesco che tanto gli piaceva, il Dio che non è sole di tragedia ma dolcezza privata, non senzazioni trionfali e scoppi di luce ma atmosfere rarefatte e solidarietà intellettuali, non esplosioni ma implosioni, il Dio che si nasconde e non si mostra, certamente questo Dio perdonerebbe l'appoggio spirituale che lui, così onesto, diede alla peggiore Dc, quella romana delle tangenti, e quella della Sicilia complice della mafia, allo squalo Sbardella e al contiguo Salvo Lima.
    Secondo noi, Dio si è già messo a conversare con lui, non della Madonna dantesca e neppure del Cristo leopardiano, perché di quelli c'era già tutto sui giornali italiani di ieri, ma di quell'estremismo all'incontrario che rappresentò e continua a rappresentare Comunione e liberazione, versione cattolica integralista della rivolta generazionale di sinistra. Fu l'altra faccia del sessantotto, quel che lo rende chiaramente comprensibile, estremismo contro estremismo, Jaca Book contro Feltrinelli e Savelli, Rocco Buttiglione contro Franco Fortini, i cori dell'Antoniano contro l'anarchico ferroviere di Guccini, e anche, se permettete, Cristo contro Cristo. Al nostro Cristo infatti, che era confusamente costruito su una ideologia di liberazione guerrigliera e di preti operai, loro opponevano un Cristo da Torquemada.
    E non è vero che la nostra era ideologia e la loro era devozione. Il nostro Cristo era vivo almeno quanto il loro.
    Sicuramente il nostro Cristo era ideologia, ma anche quello di don Giussani era ideologia. Ecco: ideologia contro ideologia, specchio rovesciato di tutto quel mal di vivere e di quel disadattamento in cui nessuno voleva stare, emigrando a salti e a piroette nelle paranoie politiche o religiose, nelle milizie combattenti per il proletariato o per Dio.
    Ieri, solo su La Croix, che è il giornale ufficiale della Chiesa cattolica in Francia, come lo è Avvenire in Italia, di don Giussani è stato scritto nel titolone che "incarnò l'integralismo".
    E' vero infatti che don Giussani si batteva contro la scristianizzazione dell'Italia e della stessa Chiesa, ma chi ha stabilito che il Cristo è quello di don Giussani? Quale visione di Fatima ha rivelato che il Cristo è un militante politico, un editore, un industriale, un prete filosofo, un fustigatore, un moralista, un sessuofobo, un classificatore di peccati? Eppure i seguaci italiani di don Giussani ancora nella camera ardente raccontavano e scrivevano di miracoli, e del sangue di San Gennaro che si è liquefatto per lui. I pur bravi e simpatici giornalisti Antonio Socci e Renato Farina addirittura preannunciano altri miracoli "nei prossimi giorni". E si capisce subito che gli epigoni di don Giussani non solo non gli somigliano, ma sono tutti dentro quel cliché di svettante bigottismo che Totò parodiava espressionisticamente con un segno della croce che era strabuzzio d'occhi, compunzione immusonita, agitazione di braccia, la mano con le dita strette a becco che convulsamente correva dalla fronte alle spalle... Per Totò il bigottismo era il rovescio della religione che per contrappasso poteva essere rappresentato solo parodisticamente. Tutto questo parlare di miracoli, di sangue e sanguinaccio, di lacrime usate al posto dell'inchiostro, è di nuovo estremismo, spettacolo sciita, pasqua santa da processione paganeggiante, è ancora quell'estremismo al contrario di cui in fondo la nostra generazione ha saputo liberarsi mentre loro, che si credono "salvati", ancora non ci riescono.
    Noi piangiamo in privato e non lo raccontiamo a nessuno, non abbiamo bisogno di prefiche per gridare il dolore. E abbiamo tutti i nostri padri spirituali, e spesso li cambiamo perché anche i padri invecchiano: oggi Musil e domani Colletti, ieri Feyerabend e l'altro ieri Marx, e ancora il cattolico Manzoni e il radicale Sciascia, don Milani e Bobbio, Gassman e Montanelli, Calvino e Papa Giovanni. E da Gramsci siamo arrivati sino a De Felice... Mai però ci siamo inventati miracoli. Noi non ci attarantoliamo. E rispettiamo anche don Giussani perché rispettiamo la storia, senza miracoli e senza monumenti, rispettiamo l'uomo che tante volte da avversario ci ha dato da pensare, ci ha offerto provocazioni su cui riflettere e, con i suoi estremismi, ci ha fatto pure sorridere. I suoi epigoni invece banalizzano lui e annoiano noi.

  3. #3
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    Sarà stato un uomo starordinario per certi cattolici.
    Ma per oe persone libere Don Giussani rappresenta la negazione delle parole di Gesù di Nazareth: Dai a Dio quello che è di Dio, a Cesare quello che è di Cesare.
    La sua visione totalizzante della vita politica di un cattolico comporta la lesione delle libertà più private dell'individuo.
    Poi non dimentichiamoci che Don Giussani è stata la spalla di Andreotti, con la sua visione sprecona e emergenziale della vita politica.
    Ed è stata l'incubatore di Formigoni e Bindi e lo sponsor principale di Buttiglione.
    Insomma...non mi pare che abbia dato un grande contributo all'Italia.

  4. #4
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    In origine postato da aguas
    Sarà stato un uomo starordinario per certi cattolici.
    Ma per oe persone libere Don Giussani rappresenta la negazione delle parole di Gesù di Nazareth: Dai a Dio quello che è di Dio, a Cesare quello che è di Cesare.
    La sua visione totalizzante della vita politica di un cattolico comporta la lesione delle libertà più private dell'individuo.
    Poi non dimentichiamoci che Don Giussani è stata la spalla di Andreotti, con la sua visione sprecona e emergenziale della vita politica.
    Ed è stata l'incubatore di Formigoni e Bindi e lo sponsor principale di Buttiglione.
    Insomma...non mi pare che abbia dato un grande contributo all'Italia.

    Infatti andrebbe fatta una distinzione tra l'opera religiosa e quella politica (quest'ultima realizzata tramite Cl).

  5. #5
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    http://www.gaynews.it/print.php?ID=700

    Meeting di CL Rimini. Garibaldi? Meglio i briganti E' processo al Risorgimento
    Al meeting una mostra contro l'ideologia illuminista e il centralismo dei Savoia.
    Da Repubblica di martedì 22 agosto 2000

    dal nostro inviato MARCO MAROZZI

    RIMINI - "Viva Tata Maccarone/ che rispett' 'a religgione" canta la colonna sonora, dolce, quasi musica da chiesa. E amen se Maccarone era un brigante, un "antitaliano". Le folle sfilano compunte davanti ai pannelli, con volontari ciellini a far da guide. "Ecco qui i moti popolari del 1821, che poi popolari non furono anche se ce l'hanno raccontato a scuola. A comandare erano sempre quelli, lor signori i giacobini, sopravissuti belli belli alla restaurazione.". Abbasso Cavour, Vittorio Emanuele II ("Re Buono? Brrr") e pure Garibaldi. Si cuociono in mille sotto i tendoni ad ascoltare quanto fu maltrattato Pio IX e quanto fu profetico il Sillabo con cui mise in guardia contro i pericoli del liberalismo. "Anzi di tutti gli ismi. Persino del comunismo, parlò, quando nessuno lo conosceva. E adesso quelli che sono lì tutti cerimoniosi con Papa Wojtyla non sanno che la chiesa è sempre quella, che Giovanni Paolo II fa beato Pio IX. E' sempre quella: con il suo realismo di carne e anima contro l'irrazionalismo di chi in nome di utopie ha seminato milioni di morti. Sempre quella: da Pietro ai due milioni di ragazzi a Tor Vergata ma anche a Porta Pia". Benvenuti all'Antirisorgimento. Ovvero al modo con cui capire perché l'Italia è finita come è finita. Tanto che qualcuno già chiede di indagare sulla Tangentopoli risorgimentale, di far esplodere una "Mani Pulite" dei falsi miti. Ovvio che una faccenda del genere nasca dai fiori spinosi dell'integralismo e dell'integralità cattolica di Comunione e Liberazione, dove da sempre sparano su quella che chiamano la "cultura dominante". Il Risorgimento è già bistrattato, basti ricordare Vittorio Messori che fecero arrabbiare pure Craxi, con l'apologia sanfedista contro la Repubblica Partenopea dell'Eleonora Pimentel Fonseca. Ma adesso, al Meeting riminese, il tema è diventato ancor più di massa, è cultura diffusa e insieme affonda ancor più i suoi artigli nell'attualità. "Un tempo da riscrivere: il risorgimento italiano". Così, con la minuscola, si intitola una mostra che sta spopolando. Da Silvio Pellico "che tutti ricordano come carbonaro ma in carcere riscoprì la fede e quando uscì fu lasciato solo come un cane" a Gramsci, passando per don Bosco e il Cottolengo, "i santi sociali, che si opposero con le opere verso i dimenticati al pensiero unico di allora". Attorno dibattiti, presentazione di libri. File di popolo. In questo clima stasera Giulio Andreotti va a presentare "Studi sulla sovranità", libro di Joseph De Maistre, teorico della Restaurazione, amato da Augusto Del Noce e - negli anni del suo boom pre-Mastella da Pulzella d'Orleans - da Irene Pivetti. E proprio un suo antico anfitrione riminese, Adolfo Morganti, è fra i curatori della mostra. Indica la foto di Gramsci: "Ecco come definì i governi unitari: una banda di avventurieri senza coscienza e senza pudore che, dopo aver fatto l'Italia, l'hanno divorata". E allora via, eccoli gli eroi del Vero Risorgimento: i Briganti. "Briganti? Perché non chiamarli partigiani? - esordisce lo scrittore Rino Cammilleri, discepolo della linea critica messoriana - Sa quando è stata l'unica volta in cui gli italiani, tutti quanti, hanno combattuto contro gli invasori? Ai tempi della calata napolenica". I sanfedisti del cardinal Ruffo nel Regno Borbonico, Hofer in Tirolo, parla di questi? "Sì, ma anche dei Vivamaria in Toscana, dei Barbez in Piemonte, delle Pasque Veronesi, e delle Insorgenze di Milano, Pavia, Lugo". E la Repubblica Cispadana, la Cisalpina, quella napoletana, cos'erano allora? "Collaborazionisti". E i martiri di Belfiore, Ugo Bassi, Pisacane? "Martiri in buona fede in una guerra civile. - concede Morganti - Ma conquistati da un ideologia fondamentalmente antipopolare, massonica". Abbasso l'Italia? "Macchè, l'idea di unità era splendida e generosa - dice Cammilleri - ma era fondata su un progetto di federazione. Tutti buoni a parlarne adesso. Abbiamo gettato un'occasione storica. Perché crede che nella Prima Guerra d'Indipendenza tutti i sovrani italiani accorsero a combattere contro gli austriaci? Avevano fiducia nella Lega dei Popoli italiani sostenuta da Pio IX. Poi invece si accorsero che Carlo Alberto cercava solo un allargamento dei Savoia. E lo abbandonarono. L'ideologia illuminista ha cercato di conquistare l'Italia con le armate napoleoniche, poi è riuscita a farlo con la repressione di tutte le differenze culturali e le gabelle: dalla tassa sul macinato a quelle sulle finestre. Quando i garibaldini conquistarono Napoli spedirono a Nord le casse del Regno delle Due Sicilie: casse in attivo! E cominciò la spoliazione di una nazione". Tangentopoli, Mani Pulite 150 anni dopo. C'è anche il Di Pietro antisabaudo: Francesco Maria Agnoli, presidente di sezione della Corte d'Appello di Bologna ed ex Consiglio superiore della magistratura, curatore della mostra riminese. "Occorre una purificazione della nostra memoria storica nazionale, se vogliamo guarire dai nostri difetti endemici, quali la corruzione, che ha segnato la nostra storia nazionale fin dal Risorgimento, età anche di bustarelle e tangenti". Parte dal conte Filippo Bastogi, primo ministro delle Finanze del Regno d'Italia dopo essere stato cassiere della Giovane Italia di Mazzini, "e che ricevette l'appalto delle Ferrovie Meridionali". "E la Bastogi ancora trent'anni fa era il salotto buono della finanza italiana. La nostra oligarchia economica parte da lì, da quando i monopoli furono concessi ad ambienti liberali e massonici. Come la Manifattura Tabacchi, che Mazzini voleva affidare, attraverso Garibaldi, a un affiliato". E Cammilleri si tramuta in un Sciascia antigaribaldino: un suo romanzo appena uscito racconta che Ippolito Nievo fu ucciso in mare perché trasportava le ricevute della spedizione dei Mille. "Il primo delitto eccellente".



    Pubblicato il giovedì 24 agosto 2000

  6. #6
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    A parte la polemica anticapitalista ecco un giudizio del Senatore del PRC Malabarba:

    http://www.liberazione.it/giornale/050223/LB12D6D3.asp

    «Vedo toni un po' troppo sopra le righe da parte di tutti, ripeto, anche a sinistra - osserva Gigi Malabarba di Rifondazione comunista - con quell'aria di corteggiamento elettorale della sua impresa, che lascia esterrefatti. Io non ho cambiato idea: rispetto l'uomo, ma combatto con tutte le mie forze un'idea integralista della società, pericolosa, antifemminista e antilibertaria. E contrasto fino in fondo quella deregolamentazione del mercato del lavoro a lui tanto cara, e tanto cara ai padroni. Spero solo a questo punto - conclude - di non essere scomunicato».

  7. #7
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    Non posso dare giudizi su don Giussani perchè non l'ho mai conosciuto e non voglio neppure generalizzare riguardo CL , ma mi limito a dire che tutti i ciellini con cui ho avuto a che fare mi hanno dato l'impressione di essere degli invasati.
    Con tutto il rispetto.

  8. #8
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    In origine postato da Ronald
    Non posso dare giudizi su don Giussani perchè non l'ho mai conosciuto e non voglio neppure generalizzare riguardo CL , ma mi limito a dire che tutti i ciellini con cui ho avuto a che fare mi hanno dato l'impressione di essere degli invasati.
    Con tutto il rispetto.
    Concordo.
    Sono degli invasati.
    Basta pensare all'elogio del brigantaggio nell'Italia postunitaria, perché i briganti sarebbero stati portatori di idee (!!!) religiose, contrarie al liberalismo e al nazionalismo che fecero l'Italia e sfondarono la breccia di Porta Pia.

  9. #9
    sono felice e tanto mi basta
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    In origine postato da aguas
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    Meeting di CL Rimini. Garibaldi? Meglio i briganti E' processo al Risorgimento
    Al meeting una mostra contro l'ideologia illuminista e il centralismo dei Savoia.
    Da Repubblica di martedì 22 agosto 2000

    dal nostro inviato MARCO MAROZZI

    RIMINI -
    [...]
    Pubblicato il giovedì 24 agosto 2000
    E' ovvio, nulla di nuovo. La chiesa cattolica da sempre combatte l'illuminismo.

  10. #10
    sono felice e tanto mi basta
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    In origine postato da aguas
    Concordo.
    Sono degli invasati.
    Basta pensare all'elogio del brigantaggio nell'Italia postunitaria, perché i briganti sarebbero stati portatori di idee (!!!) religiose, contrarie al liberalismo e al nazionalismo che fecero l'Italia e sfondarono la breccia di Porta Pia.
    Anche i mafiosi, e della mafia peraltro il brigantaggio è considerato storicamente progenitore, sono tutti ferventi cattolici. Se vai a chiedere ad un cattolico chi è meglio tra un ateo onesto ed un mafioso, non mi stupirei affatto se ti rispondesse che sia meglio il mafioso.

 

 
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