La lezione del sacerdote scomparso
di Carlo Lottieri
L’equazione corrente vuole che i liberali siano laici: che celebrino il cosiddetto ‘Stato di diritto’ e l’autonomia della politica dalla religione, e perfino (à la Machiavelli) l’autonomia del potere dalla morale. In questa versione parodistica dell’ordine liberale, ognuno avrebbe diritto a professare la propria fede, ma solo entro luoghi ristretti e chiusi, popolati da un’umanità ‘minore’ e prigioniera del passato: la quale deve rimanere nelle catacombe e starsene ben lontana dai più ampi spazi destinati alle sfilate di altri simboli. Seguendo questa medesima logica a Parigi si tolgono i veli alle giovani musulmane affinché siano – innanzitutto – francesi e repubblicane.
Anche per aver resistito di fronte a ciò, oggi è doveroso esprimere riconoscenza a don Luigi Giussani, il sacerdote brianzolo che in questi giorni se ne è andato dopo aver creato un universo di relazioni ‘forti’ tra cattolici: una libera compagnia per sua natura intimamente ostile ai dogmi della statualità e a quella mimesi del religioso che segna tanta parte della retorica dominante.
Non a caso, e da decenni, ogni riflessione su don Giussani porta molti a parlare di ‘integralismo’. Il sacerdote ha infatti scandalosamente affermato che i cristiani non devono abdicare alla propria identità, né rinunciare a creare cultura e istituzioni. E non può sorprendere il fatto che proprio dalla lezione di Comunione e Liberazione abbia preso il via una decisa battaglia per permettere ai cattolici di avere proprie scuole: destatizzando l’educazione al fine di socializzarla veramente (consegnandola alle famiglie, agli studenti e agli insegnanti).
I cosiddetti ‘integralisti’ di Giussani, allora, hanno capito prima e meglio di tanti sedicenti liberali l’esigenza di separare lo Stato dalla scuola, liberando le aule da ogni controllo politico-burocratico perché esse possano essere luoghi in cui identità si incontrano, legami si costruiscono, progetti esistenziali possono prendere il largo.
Nel mondo cattolico non è mancato chi ha accusato ai ciellini di ‘sporcarsi’ troppo le mani: occupandosi di affari e politica. Ma in queste considerazioni, critiche talora anche comprensibili si sono spesso unite a preoccupazioni ‘protestanti’, inclini a confinare i credenti – come si è detto – in chiese non di rado sempre più vuote e desolate.
A tale proposito, non si può dimenticare come nel linguaggio del ‘Gius’ vi fosse una parola-chiave: esperienza. E in effetti per lui il cristianesimo non è mai stata una filosofia o un insieme di astratte dottrine, ma un avvenimento storico che ha avuto luogo duemila anni fa e si rinnova ogni giorno. Perché o il cristianesimo è un fatto, oppure non può offrire speranze ad alcuno.
Da qui la centralità della persona: in tutte le sue dimensioni e anche (e soprattutto) nella sua materialità. Se Dio stesso si è incarnato, non è accettabile che oggi si chieda ai cristiani di vivere un’esistenza ‘scissa’: praticando la propria fede alla domenica ed essendo cittadini perfettamente disciplinati e integrati nel resto della settimana.
In questa resistenza di fronte alle pretese dell’Ovvio (l’apparato ‘laico’ e democratico che non ammette eresie), c’è uno degli insegnamenti più duraturi di questo piccolo grande cristiano che è stato don Luigi Giussani. La cui lezione – ne siamo certi – continuerà ad accompagnare quanti insieme a lui hanno imparato ad affrontare la vita.
(Da L'Indipendente, 23 febbraio 2005)


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