Il Csm a Verona indaga sugli sfottò a Papalia


GIULIO FERRARI
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Si vede che lo stato della giustizia non desta negli addetti ai lavori soverchie preoccupazioni se un manipolo di giudici ha trovato tempo e opportunità di mettersi alacremente all’opera investigando e consultandosi... sui lazzi e gli sfottò che hanno fatto da cornice alla manifestazione leghista di Verona dello scorso 13 febbraio.
In quella data una grande folla di cittadini scese in piazza per protestare contro la stupefacente sentenza con cui sono stati condannati 6 esponenti del Carroccio scaligero, rei di aver raccolto firme per lo sgombero di un insediamento abusivo di zingari.
L’azione penale, promossa da Guido Papalia e conclusa in bellezza da Mario Sannite è stata fantasiosamente motivata nei giorni scorsi dalla necessità di colpire la mentalità “differenzialista” (testuale) dei leghisti. In pratica, promuovendo la petizione contro la presenza peraltro illegale degli zingari, i militanti leghisti avrebbero stabilito una differenza oggettiva tra i cittadini veronesi che rispettano la legge e i nomadi che fanno i comodi loro.
Sottolineando di fatto questa diversità, gli imputati si sono macchiati del nefando crimine di razzismo e sono finiti sotto i rigori della cosiddetta legge Mancino che, appunto, punisce qualsivoglia discriminazione (cioè distinzione) di carattere etnico o religioso. La legge è liberticida (e la Lega Nord da tempo si propone di neutralizzare questa spada di Damocle che pende su qualsiasi testa), i magistrati d’altra parte sostengono che non possono esimersi dall’applicarla visto che figura a pieno titolo nell’ordinamento. E c’è chi, come Papalia e Sannite, lo fa con molto zelo, suscitando incredulità e sdegno popolare al punto che il Consiglio superiore della magistratura deve ergersi a difensore d’ufficio di giudici tanto meritevoli finiti alla berlina.
Così ieri, alla procura della Repubblica del tribunale di Verona, sono iniziate le audizioni della prima commissione del Consiglio superiore della magistratura, presieduta da Luigi Riello, mobilitata per indagare sulla manifestazione della Lega Nord “Contro la giustizia ingiustizia”.
I commissari del Csm, si sono incontrati con i loro colleghi togati, il procuratore capo di Verona Guido Papalia, il procuratore generale Ennio Fortuna, il primo presidente della corte d’appello di Venezia Gianni Massagli. Alla fine, e dopo aver attentamente esaminato i filmati della manifestazione, Riello si è convinto che il 13 febbraio è stato consumato un atto di lesa “sacralità” (tanto per usare un’espressione impiegata nella circostanza da Antonio Di Pietro) della toga, non solo metaforicamente, visto che il ministro Roberto Calderoli ha avuto l’ardire d’arringare la folla indossando una sorta di... tonaca da giudice. «Abbiamo avuto conferma di quanto immaginavamo - ha sentenziato Luigi Riello -, e cioè che si è andati ben al di là della critica legittima di una sentenza e del rispetto della persona dei magistrati». Immaginiamo la costernazione del popolo veronese...


[Data pubblicazione: 12/03/2005]