Uruguay: "questa volta si comincia dagli ultimi"
di Fabrizio Casari
12 Mar 2005
Dal nostro inviato in Uruguay
Montevideo, 12 Marzo 2005. “Lavoreremo con lo sguardo all’utopia ed i piedi ben piantati a terra”. Le parole con le quali Tabarè Vasquez, neo Presidente dell’Uruguay, ha aperto il discorso per il suo insediamento ufficiale, sembrano tracciare il cammino per la rinascita del Paese. Tabarè ha delineato le linee guida della sua Amministrazione parlando di “cambi responsabili” in un “nuovo stile di Governo”. Parole chiare, diverse da quelle udite fino a ieri. “Un Paese non è solo la sua superficie, la sua bandiera, i suoi confini: un Paese è certo tutto questo ma soprattutto è la sua gente”.
E all’appuntamento con la sua gente il nuovo governo si presenta attraverso un piano d’emergenza nazionale con l’obbiettivo di ridurre rapidamente il numero d’indigenti (oltre il 60% sotto la soglia di povertà). Alla testa del Ministero, Marina Arismendi, senatrice e Segretaria del Partito Comunista. Donna e comunista, una scelta inequivocabile circa l’approccio politico al dramma della povertà. Quella povertà che rende l’Uruguay uno dei paesi con il tasso più alto di detenuti in rapporto alla popolazione.
Tabarè non gira intorno al problema: “Lotteremo contro le cause della povertà, non contro la povertà. Saremo quindi severi con il crimine, ma implacabili con le cause sociali che sono alla base della criminalità”. “Vi chiedo di accompagnarmi – ha proseguito Tabarè – perché conosco il significato della parola compagno: ed oggi voi avete un Compagno Presidente”. Parole inusuali per il continente latinoamericano che al ritmo di militari, caudillos e burghesia compradora ha scandito le tappe del suo sottosviluppo.
L’Uruguay, però, vuole cambiare decisamente strada ed il consenso straordinario che ha premiato la coalizione di sinistra sembra poter dare il sufficiente spazio di manovra al nuovo governo. Il messaggio presidenziale è rivolto in primo luogo ai familiari dei desaparecidos della dittatura militare. Nessun perdono per assassini e torturatori, anzi inchiesta approfondita, con l’aiuto argentino, per l’accertamento della verità e la ricerca degli scomparsi. Risarcimento dello Stato alle famiglie colpite dalla dittatura e ristabilimento della carriera ai militari cacciati che si opposero.
“Un Paese senza memoria è un paese senza futuro – ha detto il Presidente. “Pubblicheremo ciò che riusciremo a sapere affinché tutti sappiano, perché ciò che è successo non succeda mai più – ha quasi gridato Tabarè dal palco – mai più!!”. La ricostruzione di un Paese, secondo le parole del Presidente, comincia restituendo la dignità di persone a quelli che non hanno più nulla. “Quelli che hanno più bisogno saranno i privilegiati. I poveri – ha insistito Tabarè nel suo discorso d’insediamento – non sono oggetto di carità, ma soggetti di diritto”.
Quindi lotta decisa alla povertà attraverso il piano d’emergenza nazionale, investimenti destinati alla ripresa produttiva nel settore tessile, della canna da zucchero e dei servizi che consentiranno un aumento significativo della base occupazionale. A questo proposito, l’Uruguay ha firmato accordi di cooperazione con Brasile, Venezuela e Argentina che rappresentano una vera e propria boccata d’ossigeno per le casse vuote lasciate dal Presidente uscente Battle.
Ma soprattutto, alla base della rinascita del paese, Tabarè pone con forza l’accento sul debito estero della ex Svizzera dell’America latina: “Rispetteremo gli impegni contratti con gli organismi internazionali – ha aggiunto - ma in primo luogo rispetteremo gli impegni presi con il Paese e con la sua gente, soprattutto con quelli che più lo necessitano”. In parole povere, nuovi negoziati e nuovi programmi sulla base di una nuova stagione politica ed economica, dove la cooperazione e le linee di credito per la ripresa dovranno adeguarsi al nuovo corso.
“Alla fine dei conti, -afferma Tabarè – si tratta di ribadire che la gente non è al servizio dell’economia: l’economia dev’essere al servizio della gente”. D’altra parte, la eco del risultato straordinario ottenuto proprio in questi giorni dall’Argentina nella ristrutturazione del suo debito, predispone l’Uruguay a rinegoziare il suo con notevoli speranze di successo, vista la possibilità d’inserirsi in un quadro di riassetto complessivo dell’indebitamento latinoamericano.
Sulla politica estera, il nuovo governo uruguayano pare avere idee chiare: “Nessuna ingerenza straniera negli affari interni sarà tollerata” ha ribadito Tabarè con chiaro riferimento alla relazione con gli Stati Uniti. E a rimarcare questo atteggiamento, il primo atto ufficiale del governo insediatosi è stato la riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba. Relazione “che mai avrebbe dovuto interrompersi” ha detto Tabarè, criticando apertamente la passata adesione dell’Uruguay ai desiderata di Washington.
Gli Usa non sono certo soddisfatti del nuovo corso del Paese di Artigas e il rapporto intenso che il nuovo governo dimostra voler intrattenere con Cuba, Panama, Argentina, Brasile e Venezuela non migliora certo la percezione di Washington verso Montevideo. Anche perché la scelta dell’Uruguay di aderire immediatamente al cartello dei 22 paesi che, dall’ultimo vertice del Wto a Cancun, decisero di unirsi per opporsi allo strapotere Usa e Ue negli organismi internazionali, contribuisce seriamente alla riduzione di peso specifico di Washington nella regione.
Un’alleanza continentale che abbraccia i principali paesi latinoamericani e che ora attende la prova elettorale in Messico dove la sinistra, reduce da significative vittorie alle elezioni per governatori in diversi stati-chiave, è nettamente in vantaggio in tutti i sondaggi per le presidenziali. Lo stesso dicasi per il Cile, che vedrà quasi certamente la vittoria di Michelle Bachelet, candidata socialista di orientamento più radicale rispetto all’attuale presidente Lagos. Se anche il Messico si aggiungesse al cartello del blocco democratico latinoamericano, il quadro sarebbe oltremodo preoccupante per gli interessi statunitensi.
La messa in discussione dell’Alca sarebbe sostanzialmente definitiva e, dal punto di vista energetico, la sinistra latinoamericana si vedrebbe con le mani sui rubinetti di petrolio di Messico, Venezuela e Brasile. Una parte piuttosto significativa del consumo energetico statunitense, per la prima volta sarebbe dipendente da governi non più servili verso Washington. Chiaro che le trattative sul debito, sull’Alca e sul Wto, più in generale sul ruolo Usa nel subcontinente, risentirebbero di questo elemento e verrebbero inevitabilmente inserite in un contesto che vede l’America latina non più terra di conquista per il mercato statunitense, che importa immigrazione illegale ed esporta eccedenze di prodotti a bassa qualità.
Per la prima volta, l’America latina, saccheggiata e vilipesa, utilizzata e dimenticata, cesserebbe d’essere il cortile di casa su cui scaricare le crisi monetarie Usa, per diventare un continente politicamente sovrano e per giunta fornitore di greggio indispensabile per il gigante del nord. E sul fatto che i paesi latini farebbero pesare questo dato, non c’è da dubitarne. D’altra parte, l’assenza di investimenti significativi statunitensi, a fronte di una penetrazione straordinaria della Cina nell’area, garantisce qualche modo gli investimenti stranieri.
Un gigante dal portafoglio gonfio e politicamente amico, è in questa fase molto più importante di un gigante a corto di investimenti, politicamente ostile e distratto sempre più da Medio Oriente e Golfo Persico.
Sul piano politico, tra l’altro, se il Venezuela di Chavez appare cosa diversa – e in parte lo è certamente – tra Brasile, Argentina e Uruguay ed eventualmente Messico e Cile, le affinità politiche sono notevoli. Il continente non pensa più in inglese. A Montevideo tutto questo appariva chiaro. In un clima di allegria e di speranza la tremenda scommessa di un Paese nuovo, di un futuro diverso e di una società più giusta.
Questa volta si comincia dagli ultimi.
Fabrizio Casari
redazione@reporterassociati.org




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..sai la CIA ha un debole per queste cosette...
