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    Neutrino NO-TUNNEL
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    Predefinito G8:La violenza di BOLZANETO raccontata da un infermiere

    Marco Poggi (Bologna, 1948) è infermiere psichiatrico dal 1971. Ha lavorato presso l’ospedale psichiatrico provinciale "Luigi Lolli" di Imola dal marzo 1972 all’ottobre 1973 e da quella data fino al febbraio 1991 presso l’ospedale psichiatrico provinciale "Francesco Roncati" di Bologna. Ha prestato la sua opera alla "Dozza" di Bologna dal settembre 1988 al settembre 1999 e dal settembre 1990 sino al luglio 2001. Dall’ottobre 1993 ha svolto mansioni di coordinamento e di ristrutturazione del servizio infermieristico. Con la collaborazione del collegio IPASVi di Bologna ha organizzato due corsi di formazione ed aggiornamento per infermieri penitenziari. Dal 1998 è segretario nazionale del SAI ( sindacato autonomo infermieri), che ragruppa una parte degli infermieri penitenziari. Dopo i fatti di Genova, pur non essendo stato licenziato, ha dovuto lasciare il lavoro.

    Intervista a Marco Poggi:


    I mezzi di informazione, che hanno acceso i riflettori su di lui quando era un testimone privilegiato, hanno poi ignorato la sua vicenda umana e personale.

    Il 30 agosto, Marco Poggi è intervistato dal Tg3 nazionale. Dice: "Io mi sono nutrito di violenza, è il mio mestiere, ne ho vista tanta. Ma se dovessi dare una spiegazione a quello che ho visto a Bolzaneto penso che in altri 52 anni non riuscirei a darla.
    Già dal venerdì sera io ho visto numerosissimi episodi di violenza esercitati all'interno della caserma di Bolzaneto, sia all'interno che all'esterno dell'infermeria. In infermeria ho visto un medico che ha tolto ad una ragazza un piercing dal naso con la mano, strappandolo (...) Io devo sinceramente chiedere scusa a tutti questi ragazzi e alle loro famiglie, perché io ho assistito senza fare nulla. Probabilmente non sarei riuscito a fare nulla, ma avevo il dovere di provarci". Prima di quell'intervista, dopo aver già rilasciato la sua testimonianza davanti al sostituto procuratore Francesco Pinto, Poggi aveva scritto una lettera datata 29 agosto e indirizzata al presidente della commissione parlamentare d'indagine Antonio Bruno dove racconta le violenze di cui era stato testimone a Bolzaneto dalla sera del venerdì 20 alle ore 8 del giorno 21 luglio. Ma la commissione d'indagine non ha ritenuto di doverlo ascoltare. Le sue accuse non sono generalizzate: non tutti gli agenti si sono lasciati andare a violenze ma, ripete Poggi, "ho avuto la netta sensazione che nessuno comandasse o avesse responsabilità di coordinamento, nonostante la presenza di ufficiali e graduati".


    - PERCHÉ HAI DECISO DI RACCONTARE QUELLO CHE HAI VISTO A BOLZANETO?

    "Probabilmente dopo Genova mi sarei tirato indietro anch'io come tutti gli altri, ma appena sono tornato a casa la mia vita era cambiata. Ho visto delle cose che avrei mai ritenuto possibili. Lavorando per l'amministrazione penitenziaria ho imparato il concetto di legalità, la necessità di essere al di sopra delle parti. Nonostante i miei 15 anni di lavoro all'interno del carcere, a Genova ho incontrato una situazione completamente nuova. Quando sono stato convocato dal giudice Pinto in qualità di persona informata sui fatti, ho sentito in coscienza di dover andare fino in fondo. Nei giorni precedenti all'interrogatorio ho parlato anche con i miei colleghi di questa decisione, e c'è stato un grande dibattito su questo. Molti mi hanno dato ragione, la maggioranza no, e infatti sono stato praticamente costretto a lasciare il lavoro, dopo forti pressioni. Già nel momento in cui stavo firmando le mie dichiarazioni davanti al giudice ero consapevole di firmare la perdita del mio lavoro. A parole mi è stata lasciata libertà di decidere se rimanere o no, ma dietro le parole si nascondeva un messaggio chiaro: se rimani lo fai a tuo rischio e pericolo. Onestamente devo dire che se non avessi avuto famiglia sarei sicuramente rimasto al mio posto. Davanti al giudice non ho parlato male di nessuno, non ho enfatizzato nulla, non mi sono inventato nulla, ma ho semplicemente risposto, in scienza e coscienza. Le cose che ho raccontato al giudice riguardano solo una minoranza, ma a mio parere questa minoranza non avrebbe potuto comportarsi come si è comportata se non avesse avuto la sensazione di essere in qualche modo 'coperta' o di non doversi preoccupare troppo delle conseguenze dei propri atti. Queste, tuttavia, sono solo mie supposizioni".

    - QUALI ALTRE MOTIVAZIONI TI HANNO SPINTO AD USCIRE ALLO SCOPERTO?

    "La mia formazione scolastica si limita ad una terza media conquistata alle scuole serali, ma nella mia famiglia ho imparato il senso della giustizia e la necessità di essere vicino ai deboli. Non sono religioso e non credo in Dio, ma credo molto in questo. Io vorrei che la mia testimonianza non fosse fine a se stessa, ma che possa essere un esempio concreto per dare un senso a tutte le parole sull'onestà e la giustizia che ci sentiamo dire sin da quando siamo piccoli, mentre diventando grandi ci abituiamo all'omertà e ci troviamo a lottare contro tutti quando proviamo a rompere il muro del silenzio. Io vengo considerato un eroe o un criminale, a seconda dei punti di vista, ma non sono ne l'uno né l'altro, sono solamente una persona normale che si è indignata e ha voluto raccontare le cose che ha visto. Spero che il mio gesto abbia dato un minimo di speranza ai giovani, soprattutto a quelli che erano presenti a Genova".

    - A PROPOSITO DI GIOVANI: MI CHIEDO CHE COSA DIRESTI AD UNO DEI RAGAZZI CHE HANNO SUBITO LE VIOLENZE DI BOLZANETO...

    "Direi innanzitutto che è importante rimanere sul terreno della legalità e della democrazia, perché la Polizia non è tutta marcia. La maggior parte è ancora vicina ai cittadini, perché chi ha picchiato a Bolzaneto erano in pochi, ma se questi pochi non vengono isolati, non vengono perseguiti, quei pochi diventeranno molti e quelli che a Bolzaneto si sono trattenuti per paura delle conseguenze la prossima volta potrebbero decidere di imitare i loro colleghi che l'hanno passata liscia nonostante tutto. A un giovane direi di scendere ancora in piazza, ma insieme alla Polizia, non contro. Tutta la rabbia e la frustrazione nate dall'esperienza di Bolzaneto dovrebbero essere incanalate per lottare contro le ingiustizie con una forza che non sia finalizzata a distruggere ma a costruire. La mia scelta di testimoniare le cose che ho visto a Bolzaneto è stata anche una forma di adesione alla sofferenza di quei ragazzi. Lo dovevo a loro e alle loro famiglie".

    - CHE CONSEGUENZE HANNO AVUTO LE TUE DICHIARAZIONI?

    "Appena ho rilasciato la mia intervista al Tg3, successiva al colloquio con il magistrato, ho subito minacce e ritorsioni per quello che ho detto, mentre nulla è stato fatto per fare in modo che non si ripeta più quello che è successo. Forse è questo che mi fa arrabbiare di più, il fatto che da questa esperienza non si sia imparato niente".

    - QUALI SONO SECONDO TE I PROBLEMI DA AFFRONTARE ALL'INTERNO DELLA POLIZIA PENITENZIARIA?

    "Nonostante tutto quello che è successo, io continuo ad essere affezionato al corpo di Polizia Penitenziaria, perché è un corpo fondamentalmente sano. L'unico problema è il forte senso di 'gruppo', la chiusura corporativa e la mancanza di trasparenza. Loro sanno perfettamente quello che è successo a Bolzaneto, e parlando singolarmente con le persone coinvolte non hanno problemi a riconoscerlo e a darmi ragione. Quello che appare inaccettabile all'interno del 'gruppo' è che io abbia parlato di queste cose all'esterno. Fuori dal carcere ho avuto molte dimostrazioni individuali di affetto e di solidarietà, ma all'interno della struttura io resto comunque un 'traditore' che ha fatto qualcosa di intollerabile. Quando il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria ha disposto una indagine interna per i fatti accaduti a Genova, ho dichiarato di fronte alla commissione d'indagine del Dap che la mia decisione di uscire allo scoperto è stata presa innanzitutto per un senso di giustizia nei confronti di quei giovani che hanno dovuto subire cose innominabili, ma anche e soprattutto in difesa di quelle migliaia di poliziotti che con onestà e dedizione fanno il loro lavoro, nonostante la presenza di un piccolo gruppo di persone che io continuo a definire delinquenti".

    http://www.marcopoggi.org


    www.marcopoggi.org
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  2. #2
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    Una persona civile, un vero Italiano. Di quelli che hanno dignità.

    Non che fanno finta di averla.
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  3. #3
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    Dove sono i sostenitori delle violente forze repressive?
    Emanuele

  4. #4
    Israele= Paese terrorista
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    Predefinito

    In Italia non valgono piu' le testimonianze, valgono solo le C.....E che tutti i giorni il NANO FA IN TV, che ovviamente smentisce il giorno dopo.
    Chi sono i filosudici? Quelli che definiscono filoterroristi i difensori dei palestinesi.
    I MELONOMI, i sudditi della meloni
    Israele=Paese Terrorista - Palestina libera dai terroristi dell'IDF

  5. #5
    remedios
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    Predefinito oggi a genova

    poco prima della pesante sentenza a carico di un militante dell'orso, oggi a genova sono stati sequestrati i portatili di due consulenti del genoa legal forum ed è stata loro notificata una denuncia di diffamazione.

    ecco la trascrizione dell'intervista a radio onda d'urto a uno dei due attivisti, fatta appena dopo l'accaduto

    R.: oggi 16 marzo, a due anni dalla morte di Dax, alla interruzione per il ritiro in camera di consiglio del tribunale che doveva decidere la sentenza per Orlando e Milo uno stuolo di digotti ci ha seguiti fuori dall'aula del tribunale a me e a un altro ragazzo che sta svolgendo anche il ruolo di consulente per il Genoa Legal forum durante i processi di Genova - g8 (con gli stessi pm), ci hanno seguiti e appena abbiamo svoltato hanno cercato di bloccarci e di portarci in questura per, dicevano loro, notificarci un atto giudiziario. Noi abbiamo detto che non c'era bisogno di portarci in questura per notificarci alcunché, che i nostri avvocati eran qua, che se aspettavano li chiamavamo e ci notificavano tutto quello che dovevano notificarci. Al che sono sopraggiunte altre persone, si è creato molto parapiglia e alla fine alla presenza dei nostri avvocati ci hanno fatto capire cosa volevano da noi e si sono rivelati essere i nostri due computer con un decreto firmato dal procuratore capo Pellegrino che ha autorizzato una richiesta rispetto alla denuncia per diffamazione da parte dei procuratori Canepa e Canciani (procuratori sia del processo a Orlando, Milo, Marta e Fede che del processo ai 25) una richiesta di acquisizione di prove. In sostanza nella richiesta c'è scritto: prendete chiunque usi un pc per prendere appunti durante l'udienza di Orlando e Milo e sequestrategli il pc perché potrebbero essere loro a diffamarci sul sito internet italy.indymedia.org e via dicendo. Alla luce di questo abbiamo capito perché i due pm ghignavano per tutta l'udienza, questo è un atto allucinante dal nostro punto di vista, siamo un po'scioccati perché è un atto proprio di un autoritario oltre ogni limite, non ci sono parole. Sottrarre i computer con cui lavorano due consulenti di un processo è un atto di intimidazione a livelli di regime che proprio non si riescono a immaginare. Evidentemente tentano di (..non si capisce...)e anche di più. Noi ovviamente speriamo che questa cosa si ritorca contro di loro mostrando a tutti, per chi ancora non l'avesse capito, quanto la giustizia è funzionale a cercare di mettere una gabbia intorno alle proteste e a chi si oppone a un certo sistema di cose presenti.

    Radio: senti, ti volevo chiedere... Ovviamente ne avrete già parlato con gli avvocati che erano lì, legalmente cosa avete intenzione di fare?

    R.: legalmente ci sarà un ricorso, ovviamente, presumo anche ulteriori passaggi; dal nostro punto di vista non ci sarebbe niente di male nel chiedere, palese, un'interdizione di questi procuratori che pensano di poter fare il bello e il cattivo tempo nei confronti di tutto, qualcosa al di sopra della legge.

    Radio: purtroopo sappiamo che la sentenza per Orlando si è conclusa male, molto male, però penso che questo brutto evento non blocchi il lavoro di supporto legale soprattutto per i processi di Genova - g8, giusto?

    R.: no, ovviamente non blocca nessun tipo di lavoro, perché siamo in grado di ripristinare la funzionalità di quei materiali; certo, sono segnali che si continuano a ripetere, vedi la trasmissione su Sky, quella su Raidue; il lavoro di comunicare quello che avviene all'interno delle aule dei tribunali, di esporre la fragilità di tutta una serie di memeccanismi evidentemente non piace a moltissima gente.

    Radio: infatti, poi vediamo da ottobre come va il sequestro dei server di indymedia da parte dell'FBI, fino ad oggi ci sono una serie di eventi concatenati che non sono così casuali.

 

 

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