Sul quotidiano IL GIORNALE di oggi, Adornato firma un interessante articolo...

" il Giornale del 15/03/2005


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Il futuro in gioco
Ferdinando Adornato
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Come è ormai purtroppo usuale, in Italia ogni tornata elettorale è accompagnata da una ridda di baruffe a volte meschine. Così, anche stavolta, tra i brogli contestati alla Mussolini e le gratuite invettive di Prodi, è forte il rischio che l'opinione pubblica perda di vista la reale posta in gioco dello scontro elettorale. Sarebbe un guaio: perché il periodo di votazioni che l'Italia ha di fronte, a partire dalle imminenti regionali per finire alle politiche del 2006, riveste per il nostro Paese un altissimo valore, persino storico. In questi giorni converrà allora cercare di farlo capire agli italiani, sottraendosi alle polemiche di piccolo cabotaggio. Qual è dunque la posta in gioco? Io credo non ci siano dubbi: da qui al 2006 si tratta di decidere se l'Italia dovrà vivere da protagonista la nuova era che si è aperta nel mondo o se, viceversa, dovrà subirla, restando a rimorchio delle aree più sviluppate del pianeta.
Sul fatto che il mondo sia entrato in una nuova era economica, sociale e anche morale non credo ci possano essere dubbi. Essa ha preso il via già negli ultimi decenni del secolo scorso quando Margaret Thatcher e Ronald Reagan sul piano politico e Karol Wojtyla sul piano spirituale hanno cambiato il corso della storia. La Thatcher è stata la prima a sostenere che in Occidente era necessario un cambio di mentalità: che i concetti di iniziativa personale e di merito e l'etica della responsabilità dovevano avere la meglio sull'assistenzialismo e sul conformismo, scongiurando quel declino delle nostre economie che a molti appariva ineluttabile. Con Ronald Reagan questo nuovo pensiero ha investito l'intero ordine mondiale e lo ha cambiato dalle fondamenta. L'avvio di questa nuova era è stato infine suggellato dall'ardore spirituale di Giovanni Paolo II. La sua fiducia che i movimenti di popolo avrebbero avuto la meglio sulle tirannie, la convinzione che la persona, creata a immagine di Dio, è il centro della storia: questi insegnamenti hanno «completato» sul piano morale il cambio di stagione.
Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Karol Wojtyla hanno dunque aperto alla storia umana la porta del XXI secolo. Eppure oggi siamo di fronte ad un paradosso: viviamo già in questa nuova era, eppure c'è chi, in Italia e in Europa non se ne rende ancora conto. Non si rende cioè conto del fatto che tutti i Paesi europei, se non vogliono restare ai margini del nuovo tempo storico, devono superare i loro vecchi sistemi sociali e puntare su nuovi valori morali. Già negli anni Ottanta era chiaro che gli Stati occidentali non ce la facevano più a reggere le domande della nuova società. Che il circolo - aumento della spesa, aumento dell'indebitamento pubblico, aumento delle tasse - era ormai vizioso e che andava sostituito con un nuovo circolo virtuoso: riduzione della spesa, riduzione delle tasse, minore invadenza dello Stato, crescita della sussidiarietà. Questa non era e non è la via per la riscossa del «sistema capitalista» come hanno pensato alcuni, ma al contrario era ed è l'unica via per creare benessere economico e sociale nella nostra epoca.
Alla base di questa via c'è una grande idea: quella di dar vita ad una società fondata sulla persona e sulla famiglia anziché sulle burocrazie e sullo Stato. E aiutare questo tipo di società a svilupparsi significa innanzitutto una cosa: ridurre le tasse. Per dare a ogni persona e a tutta la comunità gli strumenti per crescere, investire, consumare. Per diminuire la soglia della povertà. Per rendere libere e indipendenti il maggior numero di famiglie. La battaglia per la riduzione fiscale è dunque insieme economica e morale. E una vera e propria scelta di campo che, se realizzata, può trascinare con sé tante altre cose: la rinascita dell'Europa e il buon esito del suo allargamento, il rafforzamento della solidarietà transatlantica e la partnership attiva dell'Europa nei processi di globalizzazione. Tutto ciò, come dicevamo, è già chiaro da tempo. Eppure questa nuova strada, finora, è stata imboccata con convinzione solo dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Dopo Reagan e la Thatcher, infatti, anche Clinton e Blair non hanno potuto fare a meno di seguire le ricette della nuova era. L'Europa continentale, invece, è rimasta al palo.
C'è chi ha lavorato e lavora per entrare in sintonia con la nuova era: lo ha fatto Aznar, cerca di farlo Schroder (incontrando però l'opposizione dei suoi stessi alleati) e perfino nella ultraconservatrice Francia è cresciuta la consapevolezza di dover aprire una nuova stagione (vedi Sarkozy). Tutta Europa sente, se non ancora sa, di non avere alternative: o imbocca la nuova via, riformando gli Stati sociali e riducendo le tasse, o si condanna al declino.
Ebbene, dentro questo scenario, per una volta l'Italia è all'avanguardia. Il governo Berlusconi ha già aperto le finestre della nuova era. Il nostro è il primo governo europeo ad averlo fatto in modo dichiarato e compiuto. Si può giudicare il suo operato ancora insufficiente: ma non si può negare che esso abbia imboccato la strada obbligata dell'innovazione. Ha avviato una generale strategia di riduzione delle tasse, ha riformato pensioni e mercato del lavoro, ha ridotto la spesa pubblica e ora punta a rilanciare la competitività. Ecco allora la vera posta in gioco delle prossime tornate elettorali: continuare nell'opera di innovazione, apripista di una necessaria nuova strada europea oppure tornare indietro, riconsegnare il Paese ai veti sindacali e alle irrisolutezze di una sinistra nella quale il riformismo è ormai esiliato. Questo bivio comincia a presentarsi nitido di fronte a noi fin dalla scelta dei governatori regionali: saranno proprio le regioni, infatti, e sempre di più, il vero laboratorio operativo dell'innovazione europea; e dunque non sarà poco importante che in esse prevalgano leadership orientate alla conservazione come sono quelle della sinistra o classi dirigenti consapevoli della necessità della nuova era.
Da questo punto di vista appare davvero paradossale che proprio gli uomini della sinistra, tentino di rovesciare sul governo la responsabilità del declino italiano. Anche i bambini sanno che esso incombe sull'Italia ormai da decenni e che non può certo essere arrestato tornando alle vecchie ricette economiche e sociali di cui è portatrice, la sinistra. Solo proseguendo sulla strada di innovazione avviata dal governo Berlusconi l'Italia (e assieme a lei l'Europa) potrà incontrare il nuovo vento che soffia sul mondo. Negli ultimi anni sono state costruite le fondamenta della nuova casa. Ora quest'opera non può essere lasciata a metà: l'Italia non può rischiare di tornare indietro. Questa è la vera posta in gioco.


Saluti liberali