Sergio Romano non è un incompreso
Data: Venerdì, 25 febbraio 2005 @ 00:41:11 CET
Argomento: Italia
Nella nuova rubrica sul Corriere della Sera, l’ex ambasciatore non abbandona i suoi stereotipi culturali
Sergio Romano ha scritto sul Corriere della Sera di venerdì 14 gennaio 2005 un articolo sull'antisemitismo negli Stati Uniti d'America, che non poteva non inserirsi nella scia del suo interesse verso di noi. Anni or sono aveva, addirittura, scritto un libro intitolato "Lettera ad un amico ebreo". L'amicizia è un nobile sentimento e, come tale, il buon Romano lo coltiva assiduamente. Tant'è che, a pagina 84 del citato libro, teneva a chiarire come l'ebraismo fosse una delle religioni più retrograde. Grazie di cuore.
D'altronde, se è un amico, cosa gli vuoi dire? Ambasciator non porta pena (anzi, non ne portava).
Poco male, poi, se l'articolo, come era largamente prevedibile, lancia una manciata di concetti dai quali esce un quadro assai poco lusinghiero degli ebrei. Anche qui, se non siamo tutti simpatici a questo nostro carissimo amico, cosa vogliamo farne? E, alla fin fine, a sua volta, il Direttore del Corriere della Sera, cosa dovrebbe fare: lo dovrebbe forse censurare, dando ragione alle peggiori ipotesi sui poteri occulti e visibili degli ebrei? Ma no, godiamoci fino in fondo queste uscite di Sergio Romano.
In questo parto recente, il nostro scrive che, dopo la guerra dei sei giorni, non vi fu "nulla di comparabile allo sdegno con cui l'ebraismo militante ha accolto negli anni seguenti le critiche alla politica del governo israeliano". Il lettore apprende che esiste qualcosa denominato "ebraismo militante", una poltiglia indistinta, la quale altro non è che l'ebreo indistinto. Non esiste più l'ebreo di destra o di sinistra, non vi sono più le organizzazioni ed i partiti ebraici che, come da tradizione, litigano furiosamente fra di loro. No: esiste un "ebraismo militante", che noi non riusciremmo mai a identificare, proprio perché siamo ebrei e conosciamo l'ebraismo ed il mondo ebraico, ma che, nel pregiudizio dell'uomo della strada, è l'indistinto. Peccato che si tratti di un quadretto ben noto, i cui pittori sono altrettanto noti.
Sergio Romano va oltre: citando il caso Eichmann, scrive che il processo "ebbe due effetti: In primo luogo dimostrò che Israele aveva conti in sospeso e non avrebbe esitato a regolarli: un atteggiamento assai diverso da quello schivo e riservato di cui il mondo ebraico aveva dato prova negli anni precedenti". Ora, un soggetto che ha conti in sospeso e non esita a regolarli, e che, così facendo, si discosta da un atteggiamento schivo e riservato, non può che essere un tipaccio. Voler punire i responsabili della morte di un terzo del popolo ebraico e della sofferenza indicibili di tanti altri, nel linguaggio elegantissimo del nostro ambasciatore, significa "avere conti in sospeso". Grazie, troppo buono.
Nel medesimo articolo - non bisogna farsi mancare nulla - Sergio Romano scrive di Rolf Hochhuth e del suo libro "Il Vicario", asserendo che "il suo libello drammatico contro Pio XII suscitò l'interesse degli ambienti ebraici e più generalmente di quelli anticattolici o anticlericali. Di questo revisionismo, fece le spese anche l'Italia. Fino agli anni Sessanta era universalmente lodata per i sentimenti umani di cui le sue autorità e le sue truppe avevano dato prova, soprattutto durante la guerra. Da allora è spesso sul banco degli accusati".
Anche qui, fitto è il mistero sull'identità di questi "ambienti ebraici anticattolici": io non ho il privilegio di conoscerli ma, nell'ammetterlo, devo al contempo riconoscere di non avere la profondissima cultura di Romano: lui li conosce di certo, ma io no. Fatto sta che il lettore del Corriere della Sera apprende che esisterebbero siffatti ambienti ebraici anticattolici. Brutta cosa. Soprattutto dato che, sempre secondo Romano, tali imprecisati "ambienti" avrebbero inchiodato l'Italia sul banco degli accusati. Apprendiamo, quindi, che vi sono ebrei che mettono spesso l'Italia sul banco degli accusati. Io non lo sapevo, ma evidentemente siamo brutta gente. Ingrata.
Quale colazione degna di questo nome non finisce con un buon dolce? E, dulcis in fundo, Romano scrive che "...l'ebraismo americano scopre di poter conciliare, senza troppi rischi, due lealtà, quella per Israele e quella per gli Stati Uniti, che potevano apparire, in altri momenti, potenzialmente contraddittorie". Massì, quale miglior pietanza che la arcifamosa "doppia lealtà" degli ebrei? E che differenza avrebbe, poi, con la slealtà?
Ora siamo in trepida attesa di un prossimo importante articolo sugli ebrei, anzi, come si suole dire, della sua prossima fatica. Sappia però, Sergio Romano, che lui non è né sarà un incompreso. Quel che scrive, chi è e come la pensa, lo capiamo benissimo.
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