Varese taglia il riscaldamento ai giudici
di Gianni Trovati
24 novembre 2009
A Varese d'inverno il freddo picchia, ed è bene che chi lavora al tribunale sfoderi l'abbigliamento da montagna perché da gennaio i soldi del comune per il riscaldamento non arriveranno più. La mossa annunciata dal sindaco Attilio Fontana, leghista dal linguaggio svelto, non rientra nel braccio di ferro tra politica e magistratura, ma in quello tra sindaci e governo sui tagli dell'Ici e sul patto di stabilità. «Le spese di giustizia spettano allo stato – spiega Fontana –; noi le abbiamo sempre anticipate ma oggi di soldi non ce ne sono più». Punto.
La battaglia sui conti comunali è compagna fedele di ogni finanziaria, ma quest'anno la materia scotta (mancano 1,2 miliardi di Ici da compensare, mentre il Patto che blocca i pagamenti alle imprese chiede un altro miliardo per l'anno prossimo) e sta compattando un «fronte del Nord» che in passato è riuscito a fare solo qualche timida apparizione; dalla Lombardia (dove la regione prova a declinare il patto in chiave regionale) al Nord-est, la partita si gioca quasi tutta nel campo della maggioranza, con i sindaci sempre più stretti tra una difficile fedeltà di casacca e rivendicazioni territoriali in crescita. «Fino ad ora – spiega Giacomo Beretta, assessore al Bilancio del comune di Milano – ci siamo comportati con grande responsabilità e siamo rimasti uniti, ma non è facile sedersi al tavolo insieme a comuni come Roma, che hanno un trattamento particolare. Quando si parla di ritocchi al patto il governo pone il problema delle coperture, ma qualcuno ha mai considerato quanta ricchezza producono gli investimenti dei comuni virtuosi?».
Nella polemica tra il Tremonti «signornò» e il «signor sviluppo» auspicato da Brunetta, per carità, il titolare dell'Economia non si tocca, almeno dalle parti della Lega. «Tremonti ha ragione – si destreggia Massimo Giordano, sindaco di Novara con ottime prospettive nel Carroccio –; il rigore serve, ma servono anche scelte chiare per le risorse che ci sono. I soldi dati a Catania e Palermo sono una vergogna, del resto inevitabile, ma bisogna chiudere in fretta la partita del federalismo; le riforme vere sono difficili da fare e basta mettersi a parlare d'altro, come la cittadinanza agli immigrati, per complicare la vita a chi le vuole fare davvero».
Politica a parte, il problema è nei numeri. «Il comune di Brescia – taglia corto il sindaco, Adriano Paroli, arrivato al Pdl tramite Cdu e Forza Italia – è la dimostrazione lampante dell'errore che c'è alla base del patto di stabilità, che basa tutto sulla condizione del 2007. Noi in quell'anno abbiamo avuto un dividendo straordinario di 63 milioni perché con Milano abbiamo fuso due aziende con cent'anni di storia, e ovviamente oggi siamo fuori dal patto perché è impossibile replicare quella situazione. Che cosa faccio, mi invento due aziende da fondere? Il risultato è che noi abbiamo ottimi bilanci ma sforiamo le regole, mentre Palermo e Catania le rispettano ma ricevono assegni milionari extra per stare in piedi. Ovvio allora che le regole sono sbagliate». Il fatto è che Brescia è un caso plateale ma non isolato. Da Cremona a Varese fino alla provincia di Torino, sono decine gli enti che hanno messo da parte la tradizione del rispetto delle regole, e le stime per il 2010 dicono che al Nord uscirà dai binari tra il 40% (Emilia Romagna) e l'80% dei comuni; trasformando il patto in una regola ferrea, ma senza effetti pratici.
gianni.trovati@ilsole24ore.com
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