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    Predefinito Africa e colpe dell'occidente

    Recente mi sono recato per lavoro in Congo (Brazzaville) per un breve periodo.
    Era la mia prima volta in Africa e mille domande mi si affollavano nella mente mentre il piccolo airbus dell'AIR FRANCE si avvicinava all'areoporto di Pointe Noire.
    La curiosità, venata di una sottile inquietudine, contrastava il sonno accumulato in sette ore di viaggio in classe economica.
    Tutto è filato liscio, per fortuna, e ora che ormai posso dire che anche il pericolo malaria è stato evitato, posso archiviare l'esperienza in maniera decisamente positiva, sotto tutti gli aspetti.
    Quello di cui mi piacerebbe parlare è, però, non delle mie emozioni generate dall'impatto con una realtà così aliena alle nostre abitudini, ma delle riflessioni che mi sono nate in quei pochi giorni passati al caldo dell'equatore.

    La cosa più macroscopica di quel paese è la discrepanza tra le potenzialità date dalle risorse naturali e la povertà diffusa.
    Intendiamoci, anche a detta di colleghi che hanno visitato paesi limitrofi, il Congo non è "messo così male".
    La povertà c'è, e si vede, ma non c'è LA FAME, almeno a Punta Nera.
    Non si vedono i bambini morire per strada come può accadere in NIgeria o in Angola.
    Eppure è scioccante vedere un paese con una vegetazione così rigogliosa in cui è assente un'AGRICOLTURA degna di questo nome.
    E' pazzesco pensare ad un paese così ricco di petrolio e gas, in cui, praticamente, non esistono vie di comunicazione.
    Di certo il paese sconta anche i problemi dovuti alla guerra civile, ma questa non può essere l'unica spiegazione.
    Un fattore più importante, è probabilmente, insito nella cultura di quel popolo (ovrei dire popoli, più correttamente) e nell'organizzazione tribale di quella società.
    Un popolo culturalmente indolente e in cui l'iniziativa privata è scoraggiata dall'asfissiante presenza del clan, della tribù, sconta di certo un handicap di partenza notevole.
    E quanto dell'arretratezza di quella società è dovuta alle COLPE (o presunte tali) DELL'OCCIDENTE?

    Vorrei confrontarmi su questi temi con qualcuno che abbia avuto esperienze analoghe, o anche diametralmente opposte, in Africa, per RAGIONARE senza VINCOLI IDEOLOGICI.

    Attendo.

  2. #2
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    Predefinito

    Per acendere la discussione posto questo articolo apparso sul Corriere qualche settimana fà.

    Africa, un' Epidemia di Corruzione
    Il recente Forum di Davos ha lanciato l' impegno per una nuova politica di solidarietà con i Paesi poveri africani. Lo storico inglese Niall Ferguson, cresciuto in Kenya, contesta la campagna animata dal premier laburista Tony Blair: per i leader dei regimi post-coloniali il potere è solo un mezzo per arricchirsi. Altri soldi a pioggia aggraveranno il problema. «La verità è che le popolazioni erano trattate meglio ai tempi dell' Impero»

    Ferguson Niall
    Amo il Kenya. Ma ho anche perso la speranza. Ho passato quasi due anni della mia infanzia a Nairobi e, nel corso della mia lunga e grigia giovinezza a Glasgow, il ricordo di quegli anni non mi ha mai abbandonato. Gli sterrati arancioni di Tsavo. Le spiagge abbaglianti di Mombasa. Il sole cocente. Le piogge intense. Andammo là un paio d' anni dopo l' indipendenza. I «venti del cambiamento» di cui aveva parlato nel 1960 Harold MacMillan (primo ministro inglese dal ' 57 al ' 63, ndr) avevano spazzato via il dominio britannico. In carica c' era Jomo Kenyatta, con il suo caratteristico scacciamosche Kikuyu. Tutte le mattine la radio trasmetteva Harambe, harambe, un inno vivace che significa «collaboriamo tutti insieme». Eppure, tracce del vecchio regime coloniale stentavano a scomparire. Proprio come Kipling voleva bene alla sua aya indiana, così io e mia sorella volevamo bene a Miriam, la nostra baby-sitter keniota, che ci insegnava lo swahili e a ballare il twist. Questi ricordi e molti altri sono riaffiorati quando mia moglie e io siamo andati in Kenya coi bambini il mese scorso per una vacanza. È stata una gioia trovare il parco di Tsavo così poco cambiato. Una cortese elefantessa ha persino caricato la nostra Land Rover, con grande entusiasmo dei miei figli. Le coste a sud di Diani, per quanto turbate dai postumi del lontano tsunami asiatico, erano tranquillizzanti come non mai, la sabbia finissima come gesso, il mare assurdamente caldo. Eppure, durante la vacanza, sono stato assalito da un' ansia liberale. Sorseggiando il mio Sundowner, stavo forse illecitamente assaporando una nuova forma di dominio coloniale - l' imperialismo del turismo? Stavo godendomi, per dirla con le parole immortali dei Sex Pistols, una «vacanza economica nella miseria altrui»? . Poco prima di partire avevo letto il manoscritto di un nuovo e inquietante libro sugli ultimi anni del dominio britannico in Kenya: Imperial Reckoning: The Untold Story of Britain' s Gulag in Africa (Il conto imperiale: la storia non detta del gulag britannico in Africa) di Caroline Elkin. Avevo cercato invano di convincerla a cambiare il titolo - l' implicito parallelo con i mostruosi campi di lavoro di Stalin è assolutamente inappropriato - ma sulla sua ricerca non potevo aver niente da dire. La Elkins rivela in tutta la sua sconcezza la calcolata brutalità con cui le autorità coloniali britanniche reagirono al movimento Mau-Mau. Non proprio una lettura ideale prima delle vacanze. Grazie a Dio ci sono Tony Blair e Gordon Brown. A pochi giorni dal mio rientro dal Kenya, mi hanno ricordato i rischi dell' indulgere nel senso di colpa liberale. Ha iniziato il Primo ministro, in compagnia di Bono e Bill Gates a Davos. È dalla conferenza del Partito laburista del 2001 che Blair ha un desiderio degno di David Livingstone di fare qualcosa per l' Africa... «Se ciò che sta accadendo in Africa - ha detto al suo pubblico ben pasciuto - accadesse in qualsiasi altra parte del mondo, lo scandalo e il clamore sarebbero tali che i governi farebbero di tutto pur di cambiare le cose». In realtà, gli unici che sembra stiano facendo di tutto sono Blair e Brown (il Cancelliere dello Scacchiere, responsabile del Tesoro, ndr) in gara l' uno con l' altro come una coppia di santerellini della politica per vedere chi può fare di più per placare il senso di colpa post-coloniale britannico nei confronti dell' Africa. A Davos Blair ha promesso quarantacinque milioni di sterline a sostegno del programma di controllo delle malattie dell' Organizzazione mondiale della sanità. Per non essere da meno, Brown è volato in Tanzania ad annunciare che la Gran Bretagna pagherà unilateralmente alla Banca mondiale e alla Banca africana per lo sviluppo il dieci per cento del debito di quel Paese, per un totale di circa tre milioni e mezzo di sterline all' anno. Per spiazzare il Primo ministro, il Cancelliere ha poi offerto di fare la stessa cosa con settanta altre nazioni povere del mondo. Il conto per i contribuenti britannici potrebbe aggirarsi attorno al miliardo di sterline. Roba da matti! Il problema di tutto ciò è che non viene tenuta in alcun conto l' esperienza precedente. Quello che sia Blair sia Brown stanno proponendo non è che una semplice variazione su un vecchio tema: gli «aiuti». Ma non siamo nati ieri. Fra il 1950 e il 1995 i Paesi occidentali hanno distribuito all' incirca un trilione di dollari (in base ai prezzi del 1985) in aiuti ai Paesi più poveri. Eppure questi sforzi hanno dato risultati penosi - come ha dimostrato Bill Easterly, economista della New York University - perché ai Paesi beneficiari mancavano le istituzioni politiche, legali e finanziarie per poter utilizzare il denaro in modo produttivo. In realtà, gran parte del denaro destinato ai Paesi poveri dagli anni ' 50 in avanti ha semplicemente preso strade diverse - spesso quelle di conti bancari svizzeri - perché i governanti corrotti mettevano al sicuro i loro guadagni illeciti all' estero. Uno studio condotto recentemente su trenta Paesi africani sub-sahariani ha calcolato che fra il 1970 e il 1996 l' esportazione complessiva di capitali è stata dell' ordine dei centottantasette miliardi di dollari; il che significa, se si aggiungono gli interessi maturati, che le élites africane al governo avevano beni Oltreoceano pari al centoquarantacinque per cento dei debiti dei loro Paesi. Gli autori dello studio hanno concluso che «l' ottanta per cento circa di ogni dollaro preso in prestito dai Paesi africani riprendeva la via dell' Occidente in forma di fuga di capitali nello stesso anno». Una storia analoga può essere raccontata a proposito degli aiuti, in larga percentuale semplicemente rubati. Il che ci riporta al Kenya e al problema fondamentale della politica africana: la corruzione. Nell' ultima settimana, due vicende hanno illustrato perfettamente che cosa non vada nel modo in cui il Kenya è stato governato dall' indipendenza in avanti. La prima riguarda la risposta delle autorità di Nairobi alle brusche osservazioni del nostro Alto Commissario per il Kenya, Sir Edward Clay, a proposito di «massiccio saccheggio e/o enorme corruzione» del Paese. Sir Edward l' ha messa in questi termini. Secondo l' organizzazione non governativa Transparency International, il Kenya è uno dei dieci Paesi più corrotti al mondo. Ma il governo keniota si è arrabbiato. «Sir Edward Clay - ha dichiarato il ministro della Giustizia - si è comportato come un nemico di questo governo». Un altro portavoce ha avuto il coraggio di dichiarare alla Bbc che è stata l' eredità del dominio coloniale britannico a rendere così difficile per il governo keniota affrontare la corruzione. L' altra vicenda che mi ha colpito riguarda la violenza esplosa il mese scorso nella Rift Valley. Solo un altro caso di odio etnico, questa volta fra le tribù dei Masai e dei Kikuyu? Non esattamente. Come ha riferito la Bbc, «il problema sembra essere iniziato quando pastori Masai hanno accusato un politico Kikuyu locale di deviare le acque di un fiume per irrigare la sua azienda agricola, provocando mancanza d' acqua a valle». Come Gordon Brown, anch' io recentemente sono stato in Tanzania, dove ho conosciuto il figlio di un uomo politico dell' opposizione. Suo padre è stato in carcere per gran parte della sua vita. «Vede - mi ha spiegato - quello che gli uomini politici africani trovano difficile da capire della democrazia è il motivo per cui, una volta che hanno preso il potere, dovrebbero lasciarlo a qualcun altro soltanto per delle elezioni». Perché potere significa, soprattutto, denaro. Significa essere il tipo a cui Gordon Brown passa la busta gonfia. Il problema dell' Africa quindi non è, malgrado le apparenze, un problema che gli aiuti possano risolvere. Al contrario: gli aiuti possono semplicemente peggiorarlo. Il vero problema dell' Africa è un problema di governance, di buon governo e il Kenya ne è un esempio. Nessuno, io men che meno, sostiene che il dominio coloniale inglese fosse perfetto. Ma il punto fondamentale è che dall' indipendenza in poi la maggior parte dei governi dell' Africa sub-sahariana è riuscita a trattare le popolazioni decisamente peggio di quanto fecero gli amministratori delle colonie britanniche. Nonostante tutti i suoi difetti, il Colonial civil service non era corrotto. Quando venivano mandati dei soldi per costruire ferrovie o scuole, i funzionari inglesi non se li mettevano in tasca. (Traduzione di Monica Levy) Il piano di Blair LA PROPOSTA Il premier inglese Tony Blair, presidente di turno del G8, ha proposto una «International Financial Facility», ovvero l' istituzione di un fondo per aumentare e dare maggiore stabilità agli aiuti dell' Occidente per l' Africa LA CRITICA USA John Taylor, sottosegretario al Tesoro americano, ha bocciato il piano, creando imbarazzo nei rapporti Usa-Gran Bretagna: «Non solo per noi non funziona, ma non ce n' è nemmeno bisogno»

  3. #3
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    Nulla da dire?

    Nessuno è mai stato in Africa?

  4. #4
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    Predefinito Re: Africa e colpe dell'occidente

    Non sono mai stato in Africa, nè sono un esperto di questioni africane. Tuttavia, non vorrei che la risposta fosse già contenuta nelle rue parole

    In Origine Postato da Luca_liberale

    [...]
    Un fattore più importante, è probabilmente, insito nella cultura di quel popolo (ovrei dire popoli, più correttamente) e nell'organizzazione tribale di quella società.
    Un popolo culturalmente indolente e in cui l'iniziativa privata è scoraggiata dall'asfissiante presenza del clan, della tribù, sconta di certo un handicap di partenza notevole.
    [...]
    Ovvero, siamo sicuri che quei popoli possano riuscire ad integrarsi e a portare avanti un modello di vita tipicamente occidentale e bianco, una volta usciti dal colonialismo? In fondo il colonialismo era sfruttamento, ma era anche una struttura sicura, che forniva loro solidi binari. Il negro non accedeva ai livelli dirigenziali, ma era comunque garantita la sua introduzione nella civiltà occidentale.

  5. #5
    MarcoM
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    Interessantissimo thread, Luca; non essendo però possibile accusare Berlusconi anche per i problemi dell'Africa non sarà frequentato dalla grande maggioranza dei forumisti.

    Proprio in questi giorni sono tornati la mia ragazza da un mese in Etiopia ed un mio amico da 40 giorni in Benin, ed entrambi mi hanno raccontato di grandi ricchezze naturali e grande miseria.
    In Etiopia si soffre la siccità anche ad un chilometro dal lago Tana che è svariate volte il lago di Garda.

    La cosa su cui entrambi concordano è che mandare soldi laggiù ha un'utilità pari a zero. I governi non possono o non vogliono impiegarli in modo produttivo.

    Sull'applicabilità del modello occidentale devo segnalare che ad Addis Ababa l'unica fabbrica che funziona, ed è una fabbrica modello, è di proprietà svizzera: gli operai etiopi si presentano, incredibilmente, in orario e sono ben pagati.
    Il resto è tutto in rovina e solo le piccole missioni, guarda un po' cattoliche, sono le uniche oasi di conforto.

    Io, quindi, sono per un neo-colonialismo illuminato su base capitalistica.

    Saluti
    Marco

  6. #6
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    Predefinito

    In Origine Postato da MarcoM
    Interessantissimo thread, Luca; non essendo però possibile accusare Berlusconi anche per i problemi dell'Africa non sarà frequentato dalla grande maggioranza dei forumisti.

    Proprio in questi giorni sono tornati la mia ragazza da un mese in Etiopia ed un mio amico da 40 giorni in Benin, ed entrambi mi hanno raccontato di grandi ricchezze naturali e grande miseria.
    In Etiopia si soffre la siccità anche ad un chilometro dal lago Tana che è svariate volte il lago di Garda.

    La cosa su cui entrambi concordano è che mandare soldi laggiù ha un'utilità pari a zero. I governi non possono o non vogliono impiegarli in modo produttivo.

    Sull'applicabilità del modello occidentale devo segnalare che ad Addis Ababa l'unica fabbrica che funziona, ed è una fabbrica modello, è di proprietà svizzera: gli operai etiopi si presentano, incredibilmente, in orario e sono ben pagati.
    Il resto è tutto in rovina e solo le piccole missioni, guarda un po' cattoliche, sono le uniche oasi di conforto.

    Io, quindi, sono per un neo-colonialismo illuminato su base capitalistica.

    Saluti
    Marco
    La mia esperienza è simile.
    Le uniche realtà lavorative di un certo peso in Congo sono straniere, leggi compagnie petrolifere.
    In tali compagnie sono impiegati anche congolesi che raggiungono, così, un certo tenore di vita.
    L'impressione è, però, che se gli occidentali se ne andassero il tuo marcirebbe in pochi mesi.

  7. #7
    MarcoM
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    Idem per la Nigeria: un mio amico nigeriano, che ora vive a Brescia, è scappato dalla disperazione di vedere i pozzi petroliferi (sono appoggiati su un mare di petrolio) che, quando si rompono, vengono lasciati lì a marcire.

    E' un dato di fatto: la solidarietà fine a se stessa, seppur encomiabile, NON è la soluzione per l'Africa.
    Ritengo l'Africa, salvo rarissime eccezioni, incapace ancora di gestire la libertà e la democrazia. Alcune derive verso il fondamentalismo islamico, poi, non fanno che peggiorare la situazione.

    E' davvero un peccato oltre che un fatto incredibilmente frustrante!


    Marco

  8. #8
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    Una voce di sinistra ????

  9. #9
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    Ci sarebbe la mia...non di sinistra ma anticolonialista.
    Mai stato in congo,mai stato in africa(non mi piace neppure come continente)pero' credo che i problemi derivino dallo sfruttamento capitalista.
    Prendiamo ad esempio la multinazionale ebraica De Beers-Opheneimer,sfrutta le risorse diamantifere del sudafrica,e i sudafricani vengono predati di una loro risorsa,che li solleverebbe non poco economicamente.
    Idem per il petrolio di angola,e nigeria,gestito dalla shell,mentre gli africani muiono per strada..in africa come in europa,come ovunque il capitalismo miete vittime,e crea fame,altro che prosperità...

  10. #10
    MarcoM
    Ospite

    Predefinito

    In Origine Postato da I'm Hate
    Prendiamo ad esempio la multinazionale ebraica De Beers-Opheneimer,sfrutta le risorse diamantifere del sudafrica,e i sudafricani vengono predati di una loro risorsa,che li solleverebbe non poco economicamente.
    I diamanti starebbero sotto terra se non ci fosse una ditta occidentale ad estrarli.

    Se la Shell o la De Beers se ne vanno, l'unico risultato è la perdita di posti di lavoro.

    E' triste ma è così.

 

 
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