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    ANTIMASSONE
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    Thumbs down Il Vento Che Soffia In Medio Oriente

    La spinta alla democrazia sempre più forte

    IL VENTO CHE SOFFIA IN MEDIO ORIENTE

    di ANGELO PANEBIANCO

    Quando, negli anni Novanta del secolo scorso, gli analisti valutavano i progressi della democrazia nel mondo (oggi sono ormai in maggioranza gli Stati almeno formalmente democratici), erano sempre costretti a constatare l'esistenza di un «buco nero»: il mondo arabo-islamico, l'unico luogo della terra in cui nulla si muoveva, nulla sembrava destinato a cambiare. Il Medio Oriente era, come sempre, una palude stagnante, alla mercé di tirannie «laiche», monarchie corrotte, regimi clericali. La guerra in Iraq ha messo ora in moto potenti forze che scuotono l'area. Le prime elezioni libere in Iraq e in Palestina stanno scatenando un’onda democratica, un effetto di contagio, destinato a durare. La pacifica protesta di piazza che a Beirut ha fatto cadere il governo fantoccio dei siriani, è stata percepita, e così presentata a milioni di arabi dalle televisioni mediorientali, come un evento storico. La domanda di libertà e di democrazia si diffonde e il dittatore egiziano Mubarak, pressato dagli americani, è costretto ad accettare elezioni presidenziali con più candidati. Persino in Arabia Saudita la pressione per la democrazia si fa ogni giorno più forte.
    La strada della democratizzazione del Medio Oriente sarà certo lunghissima, costellata da chissà quante stragi e omicidi. Il clero iraniano e il terrorismo di Stato siriano, ad esempio, non molleranno facilmente la presa nei loro Paesi (né rinunceranno di buona grazia all'azione di destabilizzazione in Iraq o in Palestina). Però la falla si è aperta e chiuderla, per i tiranni mediorientali, non sarà facile. È difficile negare che dietro a tutto questo ci sia la concezione visionaria di chi, dopo l'11 settembre, ha pensato che solo spingendo il Medio Oriente verso la democrazia fosse possibile, in prospettiva, essiccare le fonti del terrorismo islamico.
    Può essere che tra dieci anni accada a George Bush ciò che è accaduto a Ronald Reagan, il vincitore della guerra fredda. All'inizio degli anni Ottanta, Reagan venne linciato in effigie sulle piazze europee, quando scelse di dispiegare gli euro-missili per bilanciare i missili sovietici. E da irresponsabile guerrafondaio venne dipinto quando lanciò il progetto di riarmo detto «guerre stellari». «Stupido cowboy», dicevano. Ma lo stupido cowboy, grazie al suo continuo gioco al rialzo, portò l'Unione Sovietica allo sfinimento e all'implosione. E nessuno oggi può più disconoscerne il valore. Magari fra dieci anni, chissà?, molti di coloro che hanno dato, ancora una volta, dello stupido cowboy a un presidente repubblicano, Bush, saranno costretti a ricredersi e ad ammettere che con la guerra in Iraq cominciò a cambiare il volto politico del Medio Oriente.
    La caduta dell'impero sovietico portò democrazia e libertà ma provocò anche lutti e guerre, dal Caucaso ai Balcani. Pochi però, nonostante quei lutti, si augurerebbero la rinascita dell’Urss. In Medio Oriente la partita della democratizzazione è solo all'inizio e nessuno pensa che là dove la tirannia è sempre stata di casa possano impiantarsi di colpo democrazie come qui in Occidente le intendiamo. Ma un processo di cambiamento politico è in atto e, quali che ne siano gli esiti a breve termine, ciò è sicuramente un bene. Non si chiede a quelli che hanno condannato la guerra in Iraq di andare a Canossa, essi hanno il diritto di continuare a pensare che quella guerra fosse sbagliata o immorale. Si chiede loro, però, di non chiudere gli occhi, di riconoscere che la «storia è di nuovo in cammino», e che compito di noi occidentali è fare il possibile per aiutare il mondo arabo a liberarsi delle sue catene.

    La massoneria il vero nemico!

  2. #2
    Giuro di essere fedele al Re!
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    George W. Bush, ieri ha incontrato alla Casa Bianca Re Abdallah di Giordania per verificare in prima persona quanto sia cambiata la situazione mediorientale, conversando con il più innovativo leader arabo.
    Re Abdallah da Bush
    Il Sovrano giordano mette in guardia di fronte alla “mezzaluna sciita”, spiega che l’Iraq è il campo di battaglia tra Iran e occidente, sprona gli arabi alla svolta con Israele. E critica il Pentagono

    Il giovane Sovrano hashemita si è spesso distinto per analisi e atti concreti che hanno avuto una positiva funzione di rottura nel mondo arabo-musulmano. E’ stato l’unico capo di Stato islamico ad aver avuto il coraggio di chiedere a Yasser Arafat vivente, in piena Intifada dei terroristi suicidi, di “darsi un’occhiata nello specchio per vedere” se stesse davvero aiutando il suo popolo. E’ un profondo conoscitore della regione e rompe clamorosamente con l’inerzia liturgica delle vecchie analisi (che ancora paralizzano la diplomazia europea) e sostiene che il cuore dello scontro mediorientale ora non sarà più il conflitto israelo-palestinese, ma la “mezzaluna sciita”, che unisce Iran, Iraq, Siria e Libano, con Baghdad al centro del teatro dello “scontro tra l’Iran e l’occidente”.

    Il suo popolo è quello che più ha sofferto delle guerre contro Israele, il suo esercito, la Legione araba comandata da Glubb pascià, è l’unica armata araba che abbia combattuto davvero valorosamente contro quella di Israele, ma oggi Re Abdallah afferma che spetta agli arabi tendere la mano a Israele con maggior forza e determinazione.

    La lunga intervista che Abdallah ha concesso pochi giorni fa alla rivista americana Middle East Quarterly, del think thank Middle East Forum, diretto da Daniel Pipes, permette di capire i dossier discussi da George W. Bush e dal Re giordano, comprese le critiche inusuali rivolte dal Sovrano di Amman all’alleato americano. L’analisi del giovane Re parte da un punto dissonante rispetto a tutte le teorie “politically correct” ed è stimolata da una denuncia, “ad alta voce e non sommessa come troppe volte” è accaduto, del “crimine contro l’umanità” rappresentato dalla strage cecena di Beslan: “Credo che oggi l’Islam stia andando in una direzione preoccupante e noi hashemiti, abbiamo l’obbligo di contrastarla”.

    Il riferimento alla propria discendenza non è casuale, perché questo giudizio molto critico sull’Islam contemporaneo acquista peso e valore nel momento in cui è pronunciato dal pronipote del penultimo custode della Mecca (Hussein al Hashemi, alleato di Lawrence di Arabia, è suo trisavolo), discendente diretto della famiglia di Maometto. “Stanno sicuramente accadendo molti fenomeni all’interno del mondo musulmano, ma noi dobbiamo tracciare una linea per terra, o di qua o di là, se non lo facciamo, se non lo diciamo ad alta voce, coloro che diffamano l’Islam, come hanno fatto a Beslan, vinceranno. Persino i sauditi se ne sono accorti…”. Naturalmente Re Abdallah è estremamente diplomatico nelle sue valutazioni sui vicini dell’Arabia Saudita, ma non risparmia frecciate: “C’è qualcuno in Arabia Saudita che pensa che il problema dei simpatizzanti di Osama bin Laden sia passeggero e che da qui a sei mesi costoro leveranno il disturbo. Non è così e pensare in questo modo serve soltanto ad addolcire il problema”.

    Uno scenario geopolitico originale Premessa questa valutazione cruda sulla crisi dell’Islam, Re Abdallah ne trae la conseguenza della definizione di uno scenario geopolitico originale: “Continuiamo a dire che il centro del problema mediorientale è quello israelo-palestinese, ma, per la prima volta, io temo che – se in Iraq non si stabilizza rapidamente la situazione –il nucleo dell’instabilità si sposterà. In questa situazione, il motore della tensione sarà l’Iraq, dove si innescherà un conflitto tra sciiti e sunniti, devastante per questa parte del mondo”. Proprio ieri è scoppiata una piccola, ma preoccupante, crisi religiosa, con strascichi diplomatici tra l’Iraq e la Giordania per i pubblici festeggiamenti resi a un “martire” dal villaggio sunnita giordano in cui sarebbe nato il terrorista che ha ucciso 51 sciiti a un funerale a Mosul. Furibonda la reazione degli sciiti iracheni e del governo guidato dal premier Iyyad Allawi.

    Abdallah continua poi il suo ragionamento parafrasando il termine “mezzaluna fertile” che da un millennio definisce l’area che va dall’Iran al Mediterraneo: “Sia chiaro, quando parlo del pericolo di una ‘mezzaluna sciita’ non voglio essere frainteso, com’è accaduto in passato, e voglio che sia inequivocabile il fatto che la mia è soltanto una preoccupazione politica, non religiosa. E’ una preoccupazione che riguarda l’Iran e il suo coinvolgimento in Iraq, le sue relazioni con la Siria e Hezbollah, e il rafforzarsi di un loro asse politicostrategico. Questo asse può creare uno scenario in cui può innescarsi un conflitto devastante a opera del quartetto composto dall’Iran, da quella porzione di Iraq influenzata dall’Iran, dalla Siria e da Hezbollah, in azione congiunta. Non ho alcun problema religioso con gli sciiti, ma ho un problema reale nei confronti di alcune fazioni politiche influenti in Iraq. Gli iraniani si rendono perfettamente conto che la strada per ottenere il successo contro l’occidente passa per l’Iraq. L’Iraq è il terreno di battaglia: l’occidente contro l’Iran”.

    La prima conseguenza politica di questa constatazione è la necessità che gli Stati Uniti e i paesi arabi traccino una “linea rossa” che le forze destabilizzatrici non possono oltrepassare. Segue poi la valutazione sconfortata sulla funzione di freno esercitata dall’Europa nel tracciare questa “linea rossa” sul terreno pericolosissimo dell’armamento nucleare: “Quando sono andato in Iran un anno e mezzo fa, gli iraniani erano sottoposti a una pressione tremenda. Erano coscienti di essere finiti in un angolo molto stretto e hanno subito detto: ‘Prego, Stati Uniti, vogliamo tendervi una mano, abbiamo i nostri prigionieri di al Qaida e vogliamo consegnarli; vogliamo aprire discussioni sulle armi di distruzione di massa; vogliamo costruire una visione comune sui problemi iracheni, sull’unità dell’Iraq’. Ma poi nel momento stesso in cui i primi ministri europei hanno iniziato a bussare alla loro porta, gli iraniani hanno capito che la pressione era scomparsa…”.

    Re Abdallah non ha partecipato alla guerra contro Saddam Hussein, ma ha lasciato che i commandos inglesi usassero le loro vecchie basi in territorio giordano e oggi addestra nelle sue caserme le forze di sicurezza di Baghdad. Impegnato a tracciare anche in questo modo la “linea rossa” contro le ingerenze politiche destabilizzanti degli iraniani, egli si sente in diritto di criticare gli americani e lo stesso Bush: “Lo scioglimento dell’esercito iracheno è stato un errore. Io l’ho detto al presidente Bush: individuate il vero nucleo di comando baathista e scioglietelo, ma lasciate in piedi il resto. Bush capiva di che cosa stavamo parlando, ma poi ogni volta che ci incontravamo mi chiedeva consiglio su che cosa gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare in Iraq. Io dovevo sempre argomentare sugli stessi punti, sapendo che lui aveva trasmesso alla sua Amministrazione messaggi per concretizzare questa politica, poi non attuata”.

    Re Abdallah diventa addirittura caustico quando parla del modo con cui gli statunitensi addestrano il personale militare iracheno: “Stanno provando a costruire un esercito, ma lo fanno troppo in fretta. Prendono i soldati, li addestrano per sei settimane e li rimandano indietro. Davvero, non è così che si formano forze per l’antiterrorismo”.

    Un ruolo decisivo per la Cisgiordania. Il Re hashemita appartiene a una dinastia che ha sempre combattuto contro Israele, ma solo per ragioni di “terra”, mai per motivazioni ideologico-religiose, come invece hanno fatto le leadership del Gran Muftì e quella di Arafat. Il suo prozio Feisal, Re dell’Iraq, così scrisse a Chaim Weizmann, presidente del movimento sionista nel 1920: “Noi arabi, specie quelli colti, consideriamo con la più grande simpatia il movimento sionista. Lavoreremo insieme per un nuovo medio oriente e i nostri movimenti si completeranno reciprocamente.

    Il movimento ebraico è nazionalista, non imperialista. Il nostro movimento è nazionalista, non imperialista, e c’è abbastanza posto in Palestina per entrambi”. Oggi, dopo aver combattuto duramente contro Israele, il Re giordano si fa fedele interprete della linea della Dinastia, e la aggiorna: “Che cosa vuole Israele? Fare parte di questa regione che inizia in Marocco e attraversa tutto il mondo arabo. E gli arabi devono voler pagare questo prezzo. Israele deve avere libera possibilità d’azione e libero accesso, e soprattutto il senso di essere parte integrante di questa regione.

    Il sacrificio che è necessario che gli israeliani facciano per ottenere questo obiettivo è dare un futuro chiaro ai palestinesi. Ma pagare questo prezzo garantirà agli israeliani benefici? Vi sono israeliani seri che dicono: ‘Va bene, facciamo questo sacrificio, prendiamo questa decisione difficile e lavoriamo al fianco dei palestinesi per costruire una sorta di coesistenza. Ma questo cambierà realmente le nostre relazioni con i paesi arabi?’ E’ nostro dovere convincerli”.

    Sul piano concreto, Re Abdallah propone che tutti i paesi arabi riconoscano il diritto di Israele a esistere (diritto che 18 Stati su 22 non riconoscono dal 1947) e che ovviamente Israele s’impegni ad abbandonare i Territori. Ma egli va oltre la formula diplomatica, perché sa che il futuro del suo paese (uno dei pochi senza petrolio nell’area) dipende da uno sviluppo economico che può concretizzarsi solo su scala regionale, con la formazione di un florido mercato di scambi tra Israele, Palestina, Giordania e Iraq, agganciato alla moderna Turchia.

    Due anni fa, Abdallah stupì molti all’Economic World Forum di Amman, chiedendo ai gruppi finanziari israeliani d’investire in Iraq. Oggi si propone come indispensabile partner moderato per aiutare a risolvere e governare, con le armi della politica, della diplomazia, ma anche dell’economia, il grande problema che sta di fronte al presidente palestinese Abu Mazen e al premier di Gerusalemme Ariel Sharon: il ritiro israeliano dalla Cisgiordania.

    Il Foglio
    16 3 2005

 

 

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