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  1. #1
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    Predefinito Il Cav. e i cani da guardia....

    ….dell’ipocrisia

    La politica, come altre cose, non va messa in mano ai guaglioni dell’Unione.
    Berlusconi ha detto chiaro come suo solito, dapprima in tv e poi nell’articolo del Foglio di oggi, che da settembre si comincerà a discutere il punto di vista italiano nella coalizione che si batte per pacificare e ricostruire l’Iraq, e che su questo terreno ha ottenuto, nonostante il boicottaggio delle opposizioni pacifiste, primi importanti risultati. Il punto di vista italiano è che a certe condizioni si può cominciare a pensare a un ritiro graduale e parziale di truppe dall’Iraq.
    La condizione è il rafforzamento degli apparati di sicurezza iracheni, verificata e discussa passo per passo con la coalizione dei liberatori.
    Trattasi, e dovrebbero segnarselo i cani da guardia dell’ipocrisia, quelli che fanno “bau bau” al Cavaliere sia quando sale a cavallo sia quando scende da cavallo, di un atto politico: leale verso gli alleati, autonomo in termini di politica nazionale.
    Fin dal principio l’Italia sta nella coalizione con il suo profilo autonomo. Fu non belligerante, non partecipò al vertice di guerra delle Azzorre, ma aiutò anche in termini militari la coalizione, e a operazioni belliche terminate inviò un rilevante contingente militare per il peace enforcing, cioè per il governo di una provincia dell’Iraq meridionale.
    Berlusconi, come possono vedere quelli che dicono “era ora”, non si è pentito, anzi rivendica con forza il fatto che quella battaglia per inoculare il virus della democrazia e della libertà in medio oriente continua, e si compiace semmai generosamente del fatto che i suoi oppositori si siano loro vistosamente convertiti, dopo le elezioni afghane e irachene, rinunciando in qualche caso alle stupidaggini genericamente antiamericane che hanno propalato fino ieri.
    Il premier ha sostenuto e sostiene che la battaglia continua, e che l’intenzione o l’auspicio di favorire un graduale disimpegno militare italiano, a certe precise condizioni, è solo la naturale evoluzione di una politica ribadita come “fulcro” della reazione occidentale all’11 settembre. Quelli che hanno recalcitrato all’intelligenza delle cose quando era l’ora di mostrarsi maturi e seri ora si dimenano in un comico balletto propagandistico di cattiva stoffa elettorale.
    Il presidente del Consiglio può tranquillamente andare per la sua strada, continuare a tendere la mano ai “pentiti” che hanno capito con uno storico ritardo il valore della guerra in Iraq e della solidarietà occidentale, e per le cose che contano ne parlerà con Bush e Blair.
    Sono loro i suoi alleati, non Prodi e Pecoraro Scanio.

    Ferrara su il Foglio del 17 marzo

    saluti

  2. #2
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    Predefinito La battaglia continua

    Ecco l'articolo

    La nostra battaglia continua.
    Alle Nazioni Unite e in Europa, nella Nato e negli altri organismi multilaterali che sovrintendono agli affari mondiali, il posto dell’Italia è a fianco di coloro che credono nella forza risanatrice del metodo democratico, alla capacità della libertà di liberare il mondo dalla disumanità del terrorismo e della guerra asimmetrica che questo porta al nostro modo di vita e alla nostra idea di ciò che è buono e giusto. Non ci siamo rinchiusi nel cinismo e nell’egoismo, non lo faremo in futuro.
    Dopo le elezioni afghane e irachene, nel pieno del risveglio democratico libanese, e in conseguenza del riavvio di un processo di democrazia e di pace tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese, si moltiplicano le voci capaci di riconoscere che avevamo visto giusto, che la stabilità politica a tutti i costi non era più da tempo la strategia vincente di fronte al dilagare del fanatismo armato, e che qualcuno in occidente doveva rappresentare ed esprimere la volontà di cambiamento della grande maggioranza dei popoli arabi e islamici, e doveva farlo insieme con realismo e idealismo.
    A tutti coloro che hanno capito il valore di trasformazione e d’impulso della democrazia politica, nelle forme proprie che essa può assumere in ciascun paese ma nel rispetto universale di diritti umani fondamentali, il governo tende la mano per rinsaldare le basi unitarie della nostra Repubblica.
    La stabilità politica interna ci ha consentito e ci consente di proiettare in Europa e nel mondo, senza passi falsi e nel pieno rispetto della nostra cultura costituzionale, un’Italia attiva, indipendente, libera di dire la sua in ogni sede e di riaffermare un’amicizia e un’alleanza con gli Stati Uniti che sono fondate, fin dai tempi di Alcide De Gasperi, sulla coesione tra soggetti autonomi impegnati in una missione comune. Disimpegnare gradualmente un certo numero di soldati da funzioni di controllo territoriale e di aiuto alla ricostruzione, concordando ogni passo con i destinatari della nostra missione e con gli alleati della coalizione, è la naturale evoluzione politica di una battaglia che continua.

    Silvio Berlusconi

    Su il Foglio del 17 marzo

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Commenti

    Roma. Ragionevole con qualche riserva, sorprendente ma non troppo, considerando l’uomo. L’annuncio del Cav. secondo cui è possibile cominciare a parlare di missione compiuta in Iraq, e di un graduale ritiro delle truppe italiane da settembre, fa ragionare politici, politologi e studiosi di affari esteri.
    Interpellato dal Foglio, il deputato diessino Umberto Ranieri sostiene che “la scelta di programmare il ritiro sia opportuna, importante e positiva, ma ora mi aspetto una sua formalizzazione in Parlamento”.
    Se l’aspetta anche Lapo Pistelli, responsabile esteri della Margherita: “La scelta è corretta nella sostanza perché, lo ammettono serenamente gli americani, la fisionomia della missione sta cambiando e altri paesi impegnati come noi si ritirano o l’hanno già fatto. E’ discutibile che Berlusconi abbia anticipato la cosa a Porta a Porta mentre la Camera votava il rifinanziamento della missione. Ma noi non possiamo stupirci visto che Amato a suo tempo ha ceduto il testimone a Rutelli nello studio di Vespa”.
    Dice al Foglio Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera: “Berlusconi ha accelerato nell’enunciazione di un principio già presente sottotraccia e che riguarda anche la Gran Bretagna. Entro sei mesi, una volta completato il processo costituente e realizzate nuove elezioni in Iraq, i paesi coinvolti devono porsi il problema di un disimpegno. Sulla decisione italiana possono influire anche le elezioni o l’elemento emotivo legato al caso Sgrena, ma resta ferma la necessità d’individuare un momento in cui dichiarare conclusa la missione”.
    Vittorio Emanuele Parsi, docente di relazioni internazionali alla Cattolica, nota che “solo i fatti e il governo iracheno potranno dire quando gli standard di sicurezza consentiranno un ritiro. Tuttavia è verosimile che Berlusconi, Bush e Blair considerino i prossimi sei mesi sufficienti”.
    E’ quanto si augura lo storico Giorgio Rumi: “Il disimpegno è nella logica delle cose, se davvero possiamo giudicare raggiunti gli scopi per cui l’Italia si è impegnata nella missione internazionale”.
    Il politologo Gian Enrico Rusconi sospetta che quella del Cav. sia anche una “mossa elettorale”. Poi aggiunge: “Bisogna dargli atto che i suoi sensori demoscopici funzionano bene. In modo come sempre autocratico, e con la tipica ambiguità italiana, ha espresso un punto di vista ragionevole nei fatti e condiviso dalla maggioranza degli italiani”.

    Il Foglio del 17 marzo

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Errori di forma e saggezza di sostanza

    Al direttore - Dagli errori di forma di Silvio Berlusconi possono venire risultati di sostanza, o di merito come si dice.
    Errori di forma Berlusconi ne ha fatti due; uno nei confronti di Gorge Bush e di Tony Blair, che non sanno che “Porta a Porta” di Bruno Vespa, nella politica italiana, è la “Terza Camera”; quindi sarà stato per loro un po’ difficile capire, anche se con il condizionale, che “nel mese di settembre potrebbe cominciare l’exit strategy dall’Iraq del contingente italiano”, quando – come Berlusconi, Bush e Blair hanno sempre affermato – i compiti per ognuno dei rispettivi contingenti saranno terminati.
    I compiti “politici” delle nostra presenza civile e militare sono: contribuire alla sicurezza dei cittadini con l’addestramento della polizia irachena che, fuori Iraq, sarà assunto dalla Nato, di cui fanno parte anche Germania e Francia che condividono questo impegno; collaborare alla ricostruzione dei servizi essenziali per la vita della popolazione; proteggere i candidati e soprattutto gli elettori che, alla fine di questo semestre o all’inizio del prossimo, dovranno ancora votare per approvare la nuova Costituzione e ritornare, poi, alla fine dell’anno, di nuovo alle urne per eleggere il Parlamento. Quel che il nostro contingente ha fatto finora autorizza un po’ di ottimismo. La provincia di Nassiryah è abbastanza sicura ed è anche una di quelle dove si è votato di più per l’Assemblea costituente. Berlusconi, indicando una data, forse ha interpretato in modo estensivo l’idea in discussione negli Stati Uniti, come nel Regno Unito, in base alla quale, a “missione compiuta”, si sente autorizzato a far rientrare i nostri militari, concordando i tempi e i modi del rientro con Washington e con Londra e soprattutto con le autorità irachene.
    Il secondo errore di forma è di avere fatto l’ipotesi della data del ritiro in televisione e non in Parlamento, circostanza che non deve avere troppo meravigliato Bush che diede l’annuncio delle fine della “guerra convenzionale” contro Saddam Hussein in diretta televisiva mondiale da una portaerei americana nel Golfo Persico, e in divisa da comandante in capo, e non dall’aula del Congresso a Washington.
    Ha invece mandato su tutte le furie la nostra sinistra che avrebbe voluto lanciare, nell’aula di Montecitorio o di Palazzo Madama, qualche grido “modello no-global” all’indirizzo del “nazista” Bush per le vicende di Abu Grahib e del “servo americano” Berlusconi, o scatenare una qualche “bagarre” fra quanti ritengono che bisogna subito venire via dall’Iraq e quanti, invece, vogliono ancora un percorso di modi e di tempi concordato con gli iracheni e con gli alleati.
    Ho l’impressione che da questi due errori di forma Berlusconi tragga vantaggi di sostanza per l’Italia.
    Il New York Times, i grandi network americani, danno un grande rilievo non ai presunti “misunderstanding” fra Berlusconi Bush e Blair, ma alla sostanza della proposta e alla motivazione che lo stesso Berlusconi ne dà, con argomentazioni di carattere internazionale e interno, definite con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, nel finale dell’articolo del Foglio:
    “La stabilità politica interna ci ha consentito e ci consente di proiettare in Europa e nel mondo, senza passi falsi e nel pieno rispetto delle nostra cultura costituzionale, un’Italia attiva, indipendente, libera di dire la sua in ogni sede e di riaffermare un’amicizia, un’alleanza con gli Stati Uniti, che sono fondate, fin dai tempi di Alcide De Gasperi, sulla coesione tra soggetti autonomi impegnati in una missione comune. Disimpegnare gradualmente un certo numero di soldati da funzioni di controllo territoriale e di aiuto alla ricostruzione, concordando ogni passo con i destinatari della nostra missione e con gli alleati della coalizione, è la naturale evoluzione politica di una battaglia che continua”.
    Sono stati pochi i presidenti del Consiglio italiani che hanno pubblicamente annunciato, con modi e tempi, ciò che intendevano fare, in uno scacchiere mondiale dove operavano i nostri militari. Quando D’Alema impegnò l’Italia come paese combattente in una guerra decisa dagli americani per salvare i kosovari (e su cui noi dell’opposizione concordammo), il ministro della Difesa dovette convocare ad horas il Parlamento quando già gli aerei sorvolavano la Serbia.
    Sarà consentito a Berlusconi, sia pure in modo informale, anticipare agli italiani, che saranno lieti di una prospettiva di pacificazione e di libertà per il popolo iracheno, l’ipotesi del ritiro graduale di nostri soldati da un teatro di guerra? Il disimpegno militare non impedirà all’Italia di restare in Iraq per collaborare alla ricostruzione del paese guidato secondo il giuramento fatto l’altro ieri dai suoi “padri costituenti”.

    Gustavo Selva, pres. comm. Esteri del Senato

    Su il Foglio del 18 marzo

    saluti

 

 

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