Milano. La musica era molto bella, era di Nino Rota. Il film di Federico Fellini fu molto discusso, fu spesso criticato. Soprattutto per le confuse intenzioni metaforiche.
Si intitolava “Prova d’orchestra”, raccontava la storia della ribellione degli orchestrali a un direttore dispotico.
Era il 1979, erano gli anni di piombo. Era una palla di ferro, di quelle che si attaccano alle gru per demolire gli edifici, che sfondava la parete, irrompeva nella sala a sopire gli isterismi, a riportare la calma, a rimettere sul piedestallo, ovvero sul podio, il maestro, che la contestazione aveva reso se possibile ancor più dispotico.
Va detto che il maestro del film si chiamava Bass, era tedesco.
Va detto che in Italia, dominata a lungo e a più riprese dai tedeschi, tedesco, dispotismo e durezza ( anche durezza di comprendonio, “Te set un tüder”, sei un tedesco, si diceva in Lombardia a chi non capiva o non voleva capire) sono sinonimi.
Ma nei modi di dire, nelle frasi idiomatiche italiane, ce n’è uno che discende diretto dal rapporto tra maestro e orchestra.
Comandare senza che il sottoposto abbia la facoltà di eccepire si dice comandare a bacchetta.
La bacchetta è il simbolo del dominio assoluto, quale che sia la nazionalità del maestro e degli orchestrali.
Gli orchestrali, dal primo violino ai timpani con obbligo di triangolo sono professori.
Sono persone che fino da bambini hanno dedicato il meglio di sé all’arte, hanno sacrificato agli esercizi il tempo dei giochi, hanno frequentato licei dove i programmi e gli orari delle altre materie sono subordinati alle priorità dell’istruzione musicale, si sono iscritti a un conservatorio.
Quasi tutti hanno sperato di diventare grandi pianisti o grandi violinisti, molti hanno sognato di diventare celebri compositori o celebri maestri. Poi il talento, il carattere, le opportunità, il capriccio altrui li hanno selezionati. Pochi hanno potuto diplomarsi in pianoforte o in violino, pochissimi hanno saputo diventare grandi interpreti, tutti sono diventati buoni esecutori.
A differenza delle accademie d’arte i conservatori hanno mantenuto una solida impostazione professionale. Ci saranno conservatori o classi con insegnanti più o meno bravi, più o meno carismatici, ma da un conservatorio nessuno esce senza sapere suonare professionalmente uno strumento, qualunque sia, nessuno si diploma senza sapere leggere una partitura.
Capita che noi, perfetti analfabeti musicali, incapaci di fare una scala e di leggere una partitura, diamo giudizi definitivi e assoluti sull’interpretazione di una composizione, di un’opera. Sentenziamo che l’interpretazione di un maestro non è all’altezza di quella di un altro maestro.
Capita spesso che, spacciando tifo e idiosincrasie per competenza, esercitiamo con sicumera il diritto di giudizio che abbiamo acquistato con il prezzo della poltrona. Per intensità, se non per estensione, il tifo impera nel mondo della musica più che nel calcio.
Chi purtroppo ha l’età di ricordare le contrapposizioni tra fan di Maria Callas e di Renata Tebaldi non può non riconoscere che le qualità canore non c’entravano tanto quanto entrava il modo di vedere il mondo, il decoro, la famiglia.
Erano, senza consapevolezza, giudizi non estetici, ma di morale, non di estetica, ma di sociologia dell’arte.
Gli orchestrali sono professori, una partitura sanno leggerla e sanno interpretarla.
Mentre studiano il proprio spartito si fanno un’idea di come andrebbero tradotte in suoni e silenzi le indicazioni convenzionali dei tempi indicate dal compositore.
E’ probabile che la loro lettura del testo non corrisponda sempre con quello del direttore di orchestra. Ma, padroni del loro strumento, gli orchestrali sono strumento della bacchetta del maestro. Nessun orchestrale che non abbia problemi di carattere si sognerebbe di mettere in discussione il principio.
Ogni situazione autoritaria, però, per legittima e inevitabile che sia, crea grumi di risentimento che non aspettano che un’occasione per esplodere.
Non è Riccardo Muti il primo maestro ripudiato dall’orchestra.
Claudio Abbado, che di Muti aveva tratti più cordiali, aveva dovuto andarsene.
I motivi sono disparati. Ad Abbado veniva rimproverato uno scarso attaccamento all’orchestra, a Muti una presenza troppo ingombrante. Nessuno giudica la qualità delle sue letture dei testi, quello che piuttosto gli viene addebitato è piuttosto la scarsa apertura verso i compositori che non contano tra i suoi preferiti e la scarsa disponibilità a chiamare grandi direttori ospiti.
C’è chi a questo proposito ricorda che Muti è stato l’unico direttore artistico a dirigere tutte le aperture della stagione. Questa presenza incombente impedirebbe agli orchestrali di fare nuove esperienze con altri maestri e di allargare il proprio punto di vista.
Lo stesso appunto gli orchestrali lo muovono a Muti a proposito del repertorio della Filarmonica.
La Filarmonica con la Scala non avrebbe nulla a che fare se non che il direttore è lo stesso, gli stessi sono gli orchestrali e la stessa è la sede effettiva (la Scala le concede a titolo gratuito la
sala per i concerti e per le prove).
Diverso è solo il Consiglio di Amministrazione.
Curiosamente Muti muove a Carlo Fontana gli stessi rimproveri che gli orchestrali muovono a lui. Il conflitto nel più celebre teatro del mondo sarebbe essenzialmente dovuto all’incapacità del sovrintendente di chiamare a Milano i grandi maestri.
Fontana gli fa notare che è difficile convincere i grandi maestri a venire a dirigere opere già decise. Dopo quasi dodici anni di convivenza apparentemente idilliaca, i rapporti tra sovrintendente e direttore artistico si sono rotti.
Il consiglio di amministrazione della fondazione ha optato per una mezza misura. I due ex coniugi sarebbero vissuti sotto lo stesso tetto, ma a vivere con loro sarebbe arrivato da Cagliari un terzo, che avrebbe sollevato Fontana dagli impegni artistici per permettergli di dedicarsi a tempo pieno alle questioni di ristrutturazione del teatro.
Le separazioni in casa sono pozzi di ipocrisia, ma talvolta si accettano per amore dei figli.
Il figlio di Fontana era il grande sistema Scala, che comprendeva la ristrutturazione del teatro del Piermarini, lo spostamento dell’attività nel nuovo teatro degli Arcimboldi alla Bicocca, la realizzazione nei capannoni dell’ex fabbrica Ansaldo di un nuovo laboratorio scenografico e di uno spazio per le prove compatibile con il palcoscenico dei due teatri in modo da non sottrarre tempo alle rappresentazioni. In più c’era il trasferimento del Museo della Scala nella nuova sede di corso Magenta.
Mentre la realizzazione del sistema procedeva secondo i tempi (caso unico per un teatro italiano) Fontana si preoccupava anche delle condizioni salariali dei dipendenti. Per crearsi alleati nei sindacati, ha affermato il sindaco Albertini, che però nel comunicargli il licenziamento dal posto di sovrintendente gli aveva offerto il posto di assessore alla cultura, libero dopo le dimissioni contestuali di Salvatore Carruba.
C’è stata anche qualche sorpresa per il licenziamento di Fontana a sei mesi dalla scadenza del contratto. C’è chi sostiene che, finito il trasferimento della Bicocca alla nuova sede, la convivenza tra due sovrintendenti diventava difficile.
I lavoratori della Scala, comunque, sono scesi immediatamente in piazza (Piazza della Scala), immediatamente si sono ingarbugliate le interpretazioni e le illazioni. Si è parlato anche della programmazione della Scala al teatro degli Arcimboldi.
Senza una programmazione alternativa a settembre il grande teatro della Bicocca si sarebbe chiuso. Comunque nella fondazione della Scala al centro oggi delle contestazioni, non mancano i problemi di governo: innanzi tutto perché i finanziamenti dei privati sono di gran lunga inferiori a quelli pubblici, ma sono comunque molto consistenti (20 milioni di euro all’anno), e dunque decisivi. E volontari, quindi chi sottoscrive si trova ad avere comprensibilmente una forte influenza. Qualche responsabilità si può ravvisare nel metodo di governo del sindaco, molto efficientista ma poco politico. In particolare restio a dare posti di responsabilita anche alle opposizioni, che in situazioni del genere potrebbero attutire il contraccolpo di decisioni impopolari.
Ma alla fine a contare davvero nel rapporto è il rapporto di reciproca stima tra orchestrali e maestro. Quando il primo violino della Scala si alzò e a nome dell’orchestra disse a quel gentiluomo di Victor De Sabata che non era degno di restare su quel podio, il maestro ne scese e rassegnò le dimissioni.

Il Foglio del 18 marzo

saluti