Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Politica e microimprese

    Milano. Che cosa dirà oggi alle 12 Silvio Berlusconi al convegno di Bari sulle piccole imprese organizzato da Confindustria?
    Anche il presidente del Consiglio dovrà tenere conto della duplice necessità di interloquire con Luca Cordero di Montezemolo e di lanciare un messaggio ai piccoli industriali.
    Con LCdM, Berlusconi deve ricostruire un clima più sereno, non pare peraltro molto concentrato sugli equilibri interni di Confindustria: di suo considera gli imprenditori naturali alleati e non si scalda a capire come si organizzano.
    Antonio D’Amato è stato ritenuto universalmente suo alleato: ma il premier non ha fatto la più piccola mossa per salvarne l’eredità programmatica. Anzi ha guardato con simpatia (all’inizio) a Montezemolo che quella eredità s’era proposto di smantellare.
    Nel settembre del 2004 di fronte a un’inedita aggressività confindustriale, l’immediata reazione berlusconiana è stata di arrendersi: così ha fatto con la prima impostazione della finanziaria tutta basata sul taglio dell’Irap.
    Quando ha constatato che continuava a ricevere schiaffi, ha pensato bene di rivolgersi al suo elettorato fondamentale (il ceto medio e il popolo delle partite Iva) e ha puntato sul taglio dell’Irpef, invece che dell’Irap.
    Dopo questa scelta c’è stata freddezza tra palazzo Chigi e viale dell’Astronomia.
    Ora il clima si è intiepidito, dopo i provvedimenti del governo sulla competitività (e qualche preoccupazione per i rapporti con la base in Confindustria).
    Le cause dell’aggressione confindustriale non sono del tutto chiarite: c’era senza dubbio un misto di obiettivi politici (superare il berlusconismo in Italia) e obiettivi d’immagine (comunicare una linea profondamente diversa da quella damatiana).
    Berlusconi ha vissuto queste manovre più con incredulità che con rabbia. Ma alla fine ha compreso il messaggio ostile.
    Che cosa dirà nella nuova fase di (prudente) distensione? Farà capire (usando la questione dei tagli all’Irpef) che non rinuncerà al suo programma: chiarito questo punto, si potrà (educatamente) discutere di tutto. Com’è nella natura piaciona dell’uomo, il suo messaggio (non privo di asprezza) sarà condito da grandi carinerie verso Montezemolo.
    Quanto al discorso rivolto alla piccola impresa, la domanda che molti fanno è se Berlusconi resisterà alla tentazione delle lunghe elencazioni di provvedimenti del suo governo di cui spesso si compiace. Lunghe tiritere di progetti approvati, tiritere peggio che false: irrimediabilmente noiose. Il premier, se non affoga negli elenchi, dovrà selezionare pochi progetti approvati pro-piccola impresa.
    Non sono molte le cose fatte dal governo che dovrebbe citare e spiegare: la legge Biagi, la legge obiettivo per le opere pubbliche, alcuni provvedimenti fiscali, e poco altro.
    Forse vorrà anche far riflettere sulla filosofia di (alcune) sue scelte: come liberare l’energia dei singoli per spingerli a misurarsi con il mercato. Argomentando sul perché certi interventi sull’Irpef possano essere più efficaci, in questo senso, di provvedimenti più tecnicamente filo-impresa.
    Far arretrare lo Stato, far crescere in ampi settori della società la coscienza che chi lavora con dedizione può contare su ricompense non taglieggiate, in qualche caso può essere più efficace per il popolo dei “piccoli”, di provvedimenti tecnicamente più appropriati.
    In questo clima economico e con imprenditori che hanno l’Irap per traverso, questo eventuale sforzo pedagogico del Cav. non sarà semplicissimo.
    Una bella trovata illustrativa sarebbe anche ragionare sul perché alcune importanti scelte non sono (ancora?) diventate realtà.
    Per esempio, su quali sono gli enti locali e quali gli inconvenienti finanziari che non hanno permesso di completare fino a oggi le vie d’oro per la logistica della piccola impresa: il raddoppio della Milano-Brescia, dell’autostrada del Sole tra Bologna e Firenze, la circonvallazione di Mestre, e poche altre infrastrutture.
    Sarebbe bello che raccontasse perché la pur bravissima Letizia Moratti abbia ceduto (o sia stata sul punto di cedere) su questioni decisive per la formazione professionale e per il rilancio della ricerca, liceizzando gli istituti tecnici che hanno fatto l’Italia industriale o facendosi tentare da un’ope legis per “i ricercatori” cinquantenni delle nostre università.
    Ed episodi analoghi di “riformismo mancato” riguardano le scelte sull’organizzazione della finanza. E’ probabile che Berlusconi, il più ottimista degli ottimisti, non scelga questo stile di franca ricostruzione dei fatti.
    Peraltro questo stile sarebbe utile anche per spiegare che cosa si farà nell’anno che manca alle politiche. E per chiedere un appoggio alle imprese, non solo d’opinione. Ma devono essere appoggi che disturbino il manovratore: come l’intelligente appello del vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei a non “splafonare” negli aumenti agli statali rispetto ai soldi dati ai privati.
    Solo “disturbando” si prepara, nell’ultracorporativa Italia, la base per decidere.

    Il Foglio del 19 marzo

    saluti

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Difficoltà di rappresentazione

    Le organizzazioni dell’impresa, e soprattutto la Confindustria, lamentano spesso una disattenzione della politica alle tematiche industriali.
    Con il convegno convocato a Bari sui temi dell’impresa minore, Confindustria aspira ad attirare l’attenzione dell’intera società su un comparto produttivo che è stato per anni considerato la spina dorsale del sistema economico, e che invece nell’ultima fase è accusato di essere incapace a superare il suo “nanismo” crescendo nelle dimensioni e nella capacità di interloquire con mercati più vasti.
    I fattori che limitano le possibilità di crescita dell’impresa minore in Italia, in realtà, sono abbastanza note, e gli studi presentati al convegno di Bari servono a confermarle con interessanti approfondimenti.
    Si tratta, in sintesi, di problemi di finanziamento, di logistica, di disponibilità di personale addestrato, sia a livello operativo sia a quello dirigenziale, di trasferimento dell’innovazione, di qualità del prelievo fiscale e di modello della contrattazione.
    Nell’esaminare partitamene ognuno di questi elementi si nota che ciascuno di questi è attraversato da vivaci scontri politici, e quindi si potrebbe invertire la domanda di Confindustria, chiedendo che cosa fanno gli industriali e le loro rappresentanze per sostenere, nei vari settori, le posizioni politiche che corrispondono ai loro legittimi interessi.

    Il modello di contrattazione.
    Il sistema contrattuale italiano, ormai vecchio di quasi mezzo secolo, nelle sue linee di fondo è basato su contratti nazionali di lavoro di categoria, che nacquero con l’articolazione dei grandi settori produttivi, chimica, meccanica, alimentazione eccetera, che si affermò a metà degli anni Cinquanta, quando questi settori si differenziarono dalla grande massa del lavoro di manovalanza, prevalente tra edili e braccianti. In questo modello gli interessi specifici delle imprese minori (più legate di quelle di grandi dimensioni, che spesso sono anche multinazionali, alle condizioni territoriali e in cui il rapporto tra retribuzione e produttività è più immediato) non sono rappresentati. L’idea di fondo che ispira il modello dei contratti nazionali di categoria è che un’impresa minore è soltanto più piccola di una grande impresa, mentre è la sua logica interna, organizzativa e produttiva, e il suo rapporto con i fattori esterni della produzione e della distribuzione a essere profondamente differente.
    Su questo tema, sulla differenziazione territoriale dei contratti, sul collegamento tra salario e produttività, è aperta una battaglia anche tra la Cisl, che è per innovare, e la Cgil che considera una bestemmia qualsiasi modifica del modello centralistico.
    Su questa materia la politica di Confindustria è stata ondeggiante e incerta. Non ha fornito una sponda alla Cisl, e il risultato è stato che anche questa confederazione ha finito con l’accettare un’impostazione, come quella contenuta nella piattaforma dei metalmeccanici, fortemente punitiva verso l’impresa minore, cui vengono richiesti aumenti più elevati nel caso in cui non abbia realizzato una contrattazione aziendale, diffusa soprattutto nelle aziende medio-grandi.

    Finanziamento alle imprese minori.
    Il credito alle imprese minori viene erogato in base a criteri prevalentemente patrimoniali, il che naturalmente penalizza l’innovazione e fa pesare in modo più che proporzionale un limite storico delle imprese italiane, la sottocapitalizzazione. Questo dato negativo si è accentuato con la riforma bancaria, che ha abolito la specificità delle Casse di risparmio, che, soprattutto nel centro-nord, erano un fondamentale polmone finanziario per le imprese minori. Ora questa funzione è svolta in parte dalle Popolari e spesso surrogata dalla banche di creditocooperativo, che mantengono una forte vocazione territoriale, ma naturalmente le loro dimensioni sono assai meno consistenti di quelle delle Casse di risparmio.
    Quando entreranno in vigore le clausole di Basilea 2, incentrate sulle garanzie patrimoniali per l’accesso al credito, per le imprese minori la situazione è a rischio. Confindustria ha vantato il suo protocollo d’intesa con il sistema bancario, che però privilegia l’interesse delle grandi imprese indebitate, nelle quali le banche entrano sempre più come detentrici di quote del capitale sociale. Non risulta però che un’eguale attenzione sia stata dedicata al finanziamento dell’impresa minore, essenziale per renderne possibile la crescita.

    La formazione del capitale umano.
    In tutti gli studi si rileva un deficit di qualità professionale del lavoro produttivo italiano, che risente della crisi della scuola.
    La politica, impersonata in questo caso dal ministro Letizia Moratti, ha cercato di dare risposte a questo problema, su un tracciato che prevede la valorizzazione dell’istruzione professionalizzante, relegata in passato nei getti sottoqualificati delle scuole professionali di serie B. Si tratta di un processo di riforma complesso, che trova ostacoli nel conservatorismo naturale dei docenti, amplificato dalle corporazioni sindacali.
    La battaglia riguarda un tema vitale per l’impresa minore, che deve sostituire i ragionieri e i periti industriali su cui ha costruito le sue fortune, con nuove figure di diplomati che corrispondano meglio alle esigenze di oggi.
    In questa battaglia la Moratti è stata lasciata troppo sola, e non solo dagli ambienti politici. Confindustria ha dedicato importanti momenti di riflessione alla scuola, ma si è tenuta un po’ al di sopra delle parti, ostentando una sorta di equidistanza tra il conservatorismo sindacale, spesso ammantato da principi pedagogici di taglio idealistico e di fatto gentiliano, e la volontà riformista del ministro.
    Così le forze produttive hanno fornito solo un contributo di taglio accademico, senza sporcarsi le mani in un confronto tra opzioni politiche concrete, e quindi portano una parte di responsabilità per l’annacquamento che l’ispirazione professionalizzante ha subito nell’attrito con le corporazioni scolastiche.

    Il trasferimento di tecnologia.
    Per le imprese minori la questione del contenuto scientifico e tecnologico delle produzioni non si pone, come per le grandi, in termini di ricerca autonoma, per la quale non hanno le dimensioni e le risorse, se non in rarissimi casi.
    Il punto è il trasferimento di tecnologia dai centri di ricerca esterni, a cominciare dalle Università. Anche su questa materia è in corso una battaglia politica tra chi privilegia la tradizione accademica di isolamento dalla società nella turris eburnea della conoscenza “disinteressata” e chi guarda a modelli, come quello californiano, in cui si è stabilito un fecondo rapporto tra ricerca, innovazione e sostegno qualitativo allo sviluppo industriale.
    I campi di applicazione sarebbero moltissimi, ma vanno individuati e finanziati.
    Si può fare, e lo dimostra l’esempio della recente intesa tra ministero della Pubblica istruzione e settore calzaturiero, sottoscritto anche da vari sindacati. Si tratta però di compiere scelte che non sono indolori e che richiedono di prendere partito, anche esercitando un’attività lobbystica di cui solo ora si comincia a vedere qualche esempio.

    La logistica e gli amministratori locali.
    Un altro campo in cui un’attività lobbystica dell’industria sarebbe necessaria è quello della rimozione degli ostacoli a una razionale circolazione delle merci, delle materie prime e dei semilavorati. In primo piano, naturalmente, c’è il miglioramento della rete infrastrutturale, che è di competenza soprattutto del governo. Mentre si completa la rete delle grandi opere, però, è necessario ottimizzare l’utilizzo della rete esistente, e qui si presentano due colli di bottiglia: la frammentazione delle strutture di trasporto merci, parcellizzate in una miriade di microimprese o di padroncini e la tendenza delle amministrazioni locali a limitare il traffico pesante.
    La prima questione si affronta promuovendo aggregazioni consortili che consentano ai mezzi di dotarsi degli strumenti moderni di monitoraggio satellitare del traffico, in modo da renderlo più razionale.
    La seconda riguarda una scelta politica.
    Gli interessi locali alla limitazione del traffico si fanno sentire, anche elettoralmente.
    L’interesse economico alla circolazione delle merci, anche attraverso la costruzione di vie di penetrazione alternative, no. Questo è un interesse delle imprese, che potrebbero sostenere gli amministratori, in forme lecite e soprattutto esplicite, quando si impegnano a corrispondere ai bisogni del settore produttivo, a cominciare da quelli dell’imprenditoria diffusa.
    La combinazione dei fattori umani e materiali di successo dell’impresa minore non sono difficili da identificare, e il convegno di Bari è in grado di dare un contributo importante a questo scopo. Non si tratta però di soluzioni neutre, ma di interessi che configgono con altri interessi.
    Una parte sociale non può limitarsi a illustrare i suoi punti di vista chiedendo alla politica di trasformarli in obiettivi comuni, deve anche sostenerli in prima persona.

    Sergio Soave su il Foglio de 19 marzo

    saluti

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Prodi e Trichet

    Il governatore della Bce difende la sua politica monetaria, il professore liscia il pelo alla platea

    Bari. Assieme a quello di Jean Claude Trichet, l’intervento di Romano Prodi era tra i più attesi, ieri, nel primo dei due giorni di convegno sulla piccola e media impresa organizzato da Confindustria nel capoluogo pugliese.
    Il presidente della Banca centrale europea ha elogiato la politica monetaria di cui è custode, ha detto che è grazie all’euro se l’economia continentale si è rafforzata e si è difesa dai contraccolpi giunti dall’esterno soprattutto dopo l’11 settembre.
    Ha promesso che la Banca centrale compirà il massimo sforzo per vigilare sulla stabilità dei prezzi. Quanto a Prodi, accolto da Luca Cordero di Montezemolo con cui ha avuto un colloquio privato di circa dieci minuti, ha evitato di deludere le aspettative della platea e quelle di Montezemolo.
    Prima un allarme sulle “performance negative” dell’economia italiana, addebitate al governo in carica.
    Poi il candidato premier di centrosinistra ha indugiato sui temi più cari a LCdM: la necessità del dialogo con le parti sociali per tenere unito il paese, il bisogno di concertazione in nome della competitività.
    Dopodiché Prodi ha svelato le sue proposte per rilanciare l’economia.
    Lo ha fatto con previste e bene accolte promesse di semplificazione burocratica, d’intervento nella formazione dei giovani, nel sostegno alla ricerca, nella riduzione del costo del lavoro e del carico fiscale e contributivo (giudicato indispensabile ma non raggiungibile con l’abbassamento dell’Irpef scelto da Berlusconi).
    Atteso anche il passaggio sull’Irap, creata dopo il ’96 dai governi di centrosinistra, penalizzante per gli imprenditori, appena bocciata dall’avvocato generale della Corte di giustizia della Ue.
    Prodi ha ricordato che la tassa ebbe il benestare della Commissione e s’è detto pronto a uniformarla alle direttive dell’Europa.
    La conclusione? Riassumibile nel generico impegno a sostenere la produttività per ridare fiducia alla piccola industria, soprattutto quella manifatturiera, e non scontentare nessuno.

    Il Foglio del 19 marzo

    saluti

 

 

Discussioni Simili

  1. Economia Politica e Politica delle Relazioni Onorevoli
    Di Nostradamus nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 17-05-09, 14:11
  2. Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 09-12-08, 18:56
  3. Area politica e valutazioni sulla politica estera di Bush
    Di King Z. nel forum Politica Estera
    Risposte: 11
    Ultimo Messaggio: 13-06-07, 15:10
  4. Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 08-12-06, 14:25
  5. La Politica dell'Amore contro la Politica della Diffamazione.
    Di brunik nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 12-03-02, 12:00

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito