Milano. Che cosa dirà oggi alle 12 Silvio Berlusconi al convegno di Bari sulle piccole imprese organizzato da Confindustria?
Anche il presidente del Consiglio dovrà tenere conto della duplice necessità di interloquire con Luca Cordero di Montezemolo e di lanciare un messaggio ai piccoli industriali.
Con LCdM, Berlusconi deve ricostruire un clima più sereno, non pare peraltro molto concentrato sugli equilibri interni di Confindustria: di suo considera gli imprenditori naturali alleati e non si scalda a capire come si organizzano.
Antonio D’Amato è stato ritenuto universalmente suo alleato: ma il premier non ha fatto la più piccola mossa per salvarne l’eredità programmatica. Anzi ha guardato con simpatia (all’inizio) a Montezemolo che quella eredità s’era proposto di smantellare.
Nel settembre del 2004 di fronte a un’inedita aggressività confindustriale, l’immediata reazione berlusconiana è stata di arrendersi: così ha fatto con la prima impostazione della finanziaria tutta basata sul taglio dell’Irap.
Quando ha constatato che continuava a ricevere schiaffi, ha pensato bene di rivolgersi al suo elettorato fondamentale (il ceto medio e il popolo delle partite Iva) e ha puntato sul taglio dell’Irpef, invece che dell’Irap.
Dopo questa scelta c’è stata freddezza tra palazzo Chigi e viale dell’Astronomia.
Ora il clima si è intiepidito, dopo i provvedimenti del governo sulla competitività (e qualche preoccupazione per i rapporti con la base in Confindustria).
Le cause dell’aggressione confindustriale non sono del tutto chiarite: c’era senza dubbio un misto di obiettivi politici (superare il berlusconismo in Italia) e obiettivi d’immagine (comunicare una linea profondamente diversa da quella damatiana).
Berlusconi ha vissuto queste manovre più con incredulità che con rabbia. Ma alla fine ha compreso il messaggio ostile.
Che cosa dirà nella nuova fase di (prudente) distensione? Farà capire (usando la questione dei tagli all’Irpef) che non rinuncerà al suo programma: chiarito questo punto, si potrà (educatamente) discutere di tutto. Com’è nella natura piaciona dell’uomo, il suo messaggio (non privo di asprezza) sarà condito da grandi carinerie verso Montezemolo.
Quanto al discorso rivolto alla piccola impresa, la domanda che molti fanno è se Berlusconi resisterà alla tentazione delle lunghe elencazioni di provvedimenti del suo governo di cui spesso si compiace. Lunghe tiritere di progetti approvati, tiritere peggio che false: irrimediabilmente noiose. Il premier, se non affoga negli elenchi, dovrà selezionare pochi progetti approvati pro-piccola impresa.
Non sono molte le cose fatte dal governo che dovrebbe citare e spiegare: la legge Biagi, la legge obiettivo per le opere pubbliche, alcuni provvedimenti fiscali, e poco altro.
Forse vorrà anche far riflettere sulla filosofia di (alcune) sue scelte: come liberare l’energia dei singoli per spingerli a misurarsi con il mercato. Argomentando sul perché certi interventi sull’Irpef possano essere più efficaci, in questo senso, di provvedimenti più tecnicamente filo-impresa.
Far arretrare lo Stato, far crescere in ampi settori della società la coscienza che chi lavora con dedizione può contare su ricompense non taglieggiate, in qualche caso può essere più efficace per il popolo dei “piccoli”, di provvedimenti tecnicamente più appropriati.
In questo clima economico e con imprenditori che hanno l’Irap per traverso, questo eventuale sforzo pedagogico del Cav. non sarà semplicissimo.
Una bella trovata illustrativa sarebbe anche ragionare sul perché alcune importanti scelte non sono (ancora?) diventate realtà.
Per esempio, su quali sono gli enti locali e quali gli inconvenienti finanziari che non hanno permesso di completare fino a oggi le vie d’oro per la logistica della piccola impresa: il raddoppio della Milano-Brescia, dell’autostrada del Sole tra Bologna e Firenze, la circonvallazione di Mestre, e poche altre infrastrutture.
Sarebbe bello che raccontasse perché la pur bravissima Letizia Moratti abbia ceduto (o sia stata sul punto di cedere) su questioni decisive per la formazione professionale e per il rilancio della ricerca, liceizzando gli istituti tecnici che hanno fatto l’Italia industriale o facendosi tentare da un’ope legis per “i ricercatori” cinquantenni delle nostre università.
Ed episodi analoghi di “riformismo mancato” riguardano le scelte sull’organizzazione della finanza. E’ probabile che Berlusconi, il più ottimista degli ottimisti, non scelga questo stile di franca ricostruzione dei fatti.
Peraltro questo stile sarebbe utile anche per spiegare che cosa si farà nell’anno che manca alle politiche. E per chiedere un appoggio alle imprese, non solo d’opinione. Ma devono essere appoggi che disturbino il manovratore: come l’intelligente appello del vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei a non “splafonare” negli aumenti agli statali rispetto ai soldi dati ai privati.
Solo “disturbando” si prepara, nell’ultracorporativa Italia, la base per decidere.
Il Foglio del 19 marzo
saluti




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