pigau de s'unione de òe 23/03/2005.
L'opinione La matematica può parlare in sardo di Antonio Frau
Ho letto l'intervento di Giovanni Mura titolato "Il sardo a scuola scelta rischiosa", su L'Unione Sarda del 17 gennaio. Qualche anno fa, all'Istituto tecnico per ragionieri Sebastiano Satta di Macomer, ho intrapreso una sperimentazione didattica sull'uso del sardo quale lingua veicolare per l'insegnamento della matematica nel triennio. I mezzi di comunicazione, questo giornale per primo e diffusamente, ne hanno informato i lettori, esprimendo i giudizi più disparati ma sempre consoni con i contenuti di quanto si andava riferendo: una sperimentazione didattica curiosa e difficile, dagli esiti incerti e tutti da verificare. Ho documentato, pubblicandolo e diffondendolo, il lavoro compiuto da me e dai miei alunni. Giovanni Mura può andare a vedere sul sito ufficiale della scuola www.itctsatta.it alcune parti di quel lavoro. Non ho cercato di insegnare per gioco o per espediente matematica e geometria, utilizzando come lingua veicolare il dialetto del luogo, ma ho esperito la mia attività didattica perché la legge regionale numero 26 me lo consentiva e gli organi collegiali della mia scuola me ne hanno dato autorizzazione. Ho avuto piena consapevolezza di non privare affatto molti giovani del diritto ad avere uguali opportunità di apprendimento e non ho affatto negato alla scuola la funzione di garantire un minimo di mobilità sociale della popolazione, perché questa funzione non è mai appartenuta alla scuola, e poveri noi se le fosse appartenuta. I miei alunni, anche alcuni che grazie alla mia azione didattica hanno intrapreso la difficile strada di conseguire una laurea in matematica, non si accorgeranno «...delle loro carenze, sia in fatto di codici linguistici che di quelli matematici...» come si afferma nell'intervento, semplicemente perché la frase, riportata letteralmente, è priva di alcun senso. La matematica non ha codici a cui riferirsi, essa è il linguaggio che la scienza sperimentale usa per esprimersi quando descrive i fenomeni della natura. I congressi internazionali di matematica vengono frequentati da scienziati di tutto il mondo, e contrariamente a quel che si pensa, se non per ottenere le poche informazioni necessarie per l'esperimento delle funzioni corporali più immediate, la lingua che si usa non è l'inglese, ma il linguaggio del calcolo, dell'analisi, dell'algebra, della teoria della complessità e tanto altro ancora. La retorica per cui chi non conosce l'inglese è un uomo morto sa tanto di spaghetti western e di colonialismo culturale, la lingua sarda c'entra poco. Anche nella matematica descrittiva, quella per intenderci che parla degli oggetti matematici senza dimostrarne le proprietà, i termini che si usano rientrano tutti in uno standard internazionale, per cui è difficile credere che un matematico cinese equivochi sui termini usati da un matematico sardo. I contenuti delle regole della matematica sono della stessa natura di quelli del gioco degli scacchi: due giocatori che conoscono le regole del gioco potranno sempre affrontarsi, a prescindere dalla lingua che parlano. Non i codici della cultura del villaggio e neppure quelli inventati dai maestri (ci fossero!) hanno creato lo stato di precarietà della scuola italiana, piuttosto le responsabilità vanno ricercate nella dissennata politica scolastica e culturale dei nostri governanti, che data da molti anni e ha umiliato i giovani volenterosi di confrontarsi con i corsi di studi superiori che trattano di matematica fisica e altre scienze. Il successo o l'insucesso nello studio di queste discipline ha sempre avuto poco a che vedere con la lingua sarda parlata, fosse essa logudorese o campidanese. Infine mi si dica in quale lingua è scritta la banale formula A=b*h che esprime il fatto notevole che l'area del rettangolo è uguale al prodotto della base per l'altezza.
23/03/2005




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