Per Fassino e D’Alema non può innovare solo la destra, e Prodi è costretto ad aprire sulle riforme

Roma. “Forse nel centrosinistra qualcuno comincia a rendersi conto che nell’ultimo mese e mezzo abbiamo lasciato troppo fare al protagonismo della sinistra radicale e a Bertinotti, e finalmente comincia a reagire”.
Il dirigente di via Nazionale così sintetizza (e insieme somma) l’intervista di Fassino alla Stampa, quella in cui il segretario dei Ds riconosce anche a merito di Bush il gran fermento in Medio Oriente, “è straordinariamente importante”, quella di D’Alema a Repubblica, ove il presidente dei Ds fa sapere che “il giorno dopo le regionali dovremo individuare i punti di attacco necessario per il cambiamento del Paese”, e infine le dichiarazioni di Prodi al Messaggero.
L’ex premier, dopo giorni di durissima polemica sull’argomento, dice che sulle riforme “se c’è dialogo collaboreremo”.
Tre sortite che molti, nell’Unione, tendono a vedere collegate.
Anzi, ce n’è una quarta, sottolineano nella Margherita: quella di Rutelli, sulla Stampa, di venerdì scorso, “poco evidenziata nei commenti”, sempre sul tema della democrazia in Medio Oriente.
E dunque, il “timone riformista” che riprende a funzionare, il “motore riformista” che ricomincia a carburare? “Speriamo, ma non ci scommetterei”, dice sconsolato un esponente della Margherita.
Sottolinea invece il rutelliano Paolo Gentiloni: “Sono entusiasta dell’idea che i leader della Fed si accorgano del terremoto che c’è in Medio Oriente. E sarebbe stupido non farlo. Un anticipo dell’accelerazione riformista? Me lo auguro, ma lo sapremo dopo le elezioni. Le ultime due settimane prima del voto non sono certo il contesto migliore per parlarne”.
Ma anche Marina Sereni, responsabile dell’organizzazione dei Ds, riconosce che non si tratta solo di un caso.
Premette che “nella Casa delle libertà gli estremisti stanno al comando, e che l’essere o non essere riformisti non si misura da quanto dialoghiamo con questo governo. Del resto, non si capisce su quali temi dialogare”.
Detto questo, la dirigente diessina annuncia: “Sia Prodi sia D’Alema sia Fassino, e anche Bertinotti se ne rende conto, sanno che è all’ordine del giorno la nostra capacità di proporre un progetto alternativo. Non si possono convincere gli italiani soltanto dicendo che questa destra ha fallito, ma tocca presentare presto delle proposte”.
E i temi che la Sereni indica sono proprio quelli su cui in questi giorni si è accesa la discussione: competitività, politica estera e riforme.
“Punti simbolici che più di altri danno la misura della nostra capacità di riformisti”, aggiunge.
Che i moderati dell’Unione si ripromettono di buttare sul tavolo della discussione subito dopo le regionali, “a partire dal 5 aprile”.
Ancora Marina Sereni: “Le risposte del centrodestra sono devastanti, ma deve essere chiaro che non possiamo lasciare tutto così com’è. Bisogna dare il senso di un’innovazione”.
Per esempio, sulle riforme istituzionali.
“Se si vuole essere riformisti, non possiamo solo dire: non tocchiamo niente della Costituzione. Si potrebbe per esempio ripartire dal titolo V, anche correggendo le cose che hanno funzionato di meno”.
O sulla politica estera. “Il tema del ruolo dell’Europa e del rapporto con gli Stati Uniti c’è tutto. Non bisogna pensare ogni cosa cristallizzata, fotografata nel giorno dell’avvio della guerra”.
E’ in questo contesto che i diessini spiegano le sortite fassiniane e dalemiane: preparare il terreno per il giorno dopo le elezioni, cercare di ridare forza all’area riformista dell’alleanza.

Nella componente popolare della Margherita, gli scettici maggiori.
“Al più – si commenta – c’è un risorgente Fassino, che dice certe cose quando non ha davanti una piazza o un voto in Parlamento. Insomma quando non deve incrociare con un voto del suo correntone”.
Ma neanche su Prodi gli ex dicì del centrosinistra mostrano entusiasmo. “Lui è uno che alterna, a secondo del momento…”.
Ma, appunto, se ne riparlerà in seguito, non prima di quindici giorni.
“Difficile spararle grosse, mettersi a parlare di fisco o pensioni o Iraq alla vigilia dell’apertura delle urne. Obiettivamente, è il momento peggiore”.
Ma intanto si segna il terreno, si propongono i temi, si tastano le possibili reazioni (non entusiastiche, ma bisogna valutare quanto dure) soprattutto sulla politica estera e sulle riforme costituzionali.
“No, non ci siamo”, ha tuonato ieri Fabio Mussi.
Ma intanto è vigilia di elezioni, i leader sono in campagna elettorale, nella scommessa delle regionali c’è davvero chi vede un’anticipo delle politiche del 2006.
Se dentro la Margherita i rutelliani azzardano parecchio, i popolari se possono frenano.
E nei Ds in molti hanno letto la lunga intervista a D’Alema su Repubblica come un avvertimento del presidente al segretario: ci sono anch’io, nella svolta riformista.
E al vertice del partito addirittura c’è chi è convinto che la mezza apertura prodiana di ieri sul dialogo sulle riforme, sia un effetto delle prese di posizioni fassiniane e dalemiane dei giorni passati:
“Ha sentito il fiato sul collo”.
Ma per ora, e per le prossime due settimane, si trattiene il respiro.
E il riformismo che verrà attende prima i risultati del Lazio.

Il Foglio del 22 marzo

Avete capito bene: la professione di “dito” ha perso estimatori.
E Prodi Romano ha sempre meno “compratori”.
E i tanti "impresentabili ex" stanno prendendo coraggio.
Per ora solo chiacchiere, aspettiamo i fatti.

saluti