Dal Riformista
LEGHISMI 1. VIENE ALLA LUCE UNO SCONTRO AL VERTICE DEL PARTITO CHE DURA DA PIÙ DI UN ANNO
Bossi chiederà un prezzo alto alle politiche
Perché Calderoli è nervoso e lo sono anche gli alleati di governo: non sarà lui a mediare gli equilibri elettorali. Il senatùr vuole abbastanza parlamentari da essere decisivo in una camera
Il fioretto politichese, ovvero il gergo democristiano del dire senza proferire, non è certamente confacente allo stile leghista. Né, inutile sottolinearlo, appartiene alla storia del suo leader Umberto Bossi, lo sparigliatore di carte per eccellenza anche da quando è entrato con ambedue i piedi nel gotha del potere. Eppure, nell’allusivo linguaggio bossiano dell’altro ieri, quando il Senatur s’è fatto vivo a sorpresa a una piccola riunione di notabili varesini per sottolineare il «nervosismo di alcuni nel partito che però io non condivido», chi ne sa di Lega, e anche chi ne sa meno, ha colto il rilancio della guida del movimento da parte del suo capo malato, affaticato, ma pur sempre capo.
Già, perché se ancora non fosse chiaro, nella Lega Nord della fu secessione da ormai un anno è iniziata la guerra, o se vogliamo dirla in politichese, la strategia di successione. Stabilito che la Lega è Bossi e Bossi è la Lega, pare evidente che la disavventura del Senatur ha avviato nel partito la necessità di individuare una cerchia di persone cui affidare, in nome di Bossi, le sorti del camaleontico movimento. Ed è altresì chiaro che chi, come per esempio il ministro Calderoli, si aspettava di divenirne l’erede designato e con lui il suo entourage, forse ha sbagliato a fare i conti. Gli eredi designati alla successione, peraltro “nominalmente” avviata ufficialmente dallo stesso Bossi Umberto in favore di uno dei suoi figli, sono infatti gli uomini del clan varesino. O meglio, i giovani cresciuti e allevati politicamente alla scuola superiore di evoluzione politica che l’ex ministro delle Riforme ha, con la costante sottovalutazione dell’intera classe dirigente del paese, cresciuto alle pendici prealpine della Città Giardino, alias Varese. In altre parole sono su tutti l’onorevole Giancarlo Giorgetti e, soprattutto, il presidente della Provincia di Varese Marco Reguzzoni nonché l’avvocato e presidente del consiglio regionale lombardo Attilio Fontana.
Sicuro, nella Lega regna pace e fraternità, si dirà. Nella Lega, invece, è in atto come detto una ricomposizione interna ed esterna che, se avrà gioco, sin dalla prossima tornata delle elezioni politiche determinerà, se già non lo sta facendo, le sorti della guida del paese. L’obiettivo del carroccio, finora abilmente giostrato da tutti i colonnelli, in questo rigidamente solidali l’un l’altro, era ed è quello di reggere alle prossime regionali. Insomma, di evitare una disfatta che potrebbe avere nefaste conseguenze in vista dell’assegnazione dei collegi per le politiche del 2006. E se in Veneto questa certezza, nonostante diversi problemi, non è mai venuta meno, in Piemonte le cose non appaiono tutte rose e fiori come poteva sembrare qualche mese fa, e in Lombardia, vero laboratorio politico nazionale, la Lega ha saputo, per sé soprattutto, giocarsi spregiudicatamente le sue carte eliminando (fino a prova contraria) il rischio del progetto della lista Formigoni, che le avrebbe sottratto importante forza negoziale.
Ora, in attesa dei risultati che sin da ora si annunciano comunque sufficienti per avere consenso spendibile per la vera partita delle politiche, nel carroccio si fa largo il dibattito sul secondo step. Ovvero chi negozierà in persona i collegi per le prossime politiche? Ufficialmente Bossi, che però delegherà fisicamente un altro, che non sarà naturalmente il suo «nervoso» successore al dicastero per le Riforme. Già, perché il delegato o i delegati di bossiana osservanza, forti del potere di vittoria quasi garantita in molti collegi del nord, chiederanno molto di più che nel 2001. Più precisamente, la Lega mira, nella prossima legislatura, ad avere numeri tali da essere davvero determinante negli equilibri di governo del centrodestra (supposto che rivinca, ovviamente) in almeno uno dei due rami del Parlamento. Una partita che, secondo le logiche leghiste, dovrebbe sottrarre potere agli alleati rivali. Che invece, naturalmente sbagliando, erano già convinti che la guerra di successione se la fosse aggiudicata Calderoli. In tal senso, il ministro dimissionario e strigliato avrebbe probabilmente garantito una trattativa più morbida.
Tutto deciso, quindi, nel rinsaldato asse con il premier che Bossi ha tenuto a far riemergere nella sua breve sortita pubblica. Anche le prossime mosse d’impatto. Ovvero difendere le marche della grande distribuzione italiana dall’assalto straniero. Una versione europea della trovata sui dazi cinesi, che elettoralmente qualche risultato lo darà, nonostante una volta la Lega sulla grande distribuzione aveva, italiana o no, una sola idea: era contraria tout court. Ma la politica è movimentismo, anche di posizione. E Bossi e i suoi allievi in questo sono maestri mentre gli altri, tutti, farebbero forse bene a darsi una mossa.




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