TROPPE ATTESE PER IL FUTURO
di CARLO SGORLON
I sondaggi delle agenzie ci dicono che l'uomo occidentale crede sempre meno al futuro. Ma, in pari tempo, sempre più si agita, protesta, si dà da fare, usa spesso sistemi violenti e disonesti per avere di più. La tendenza non riguarda tutta la società, d'accordo. Ma sta di fatto che si ha la sensazione che i malavitosi, le varie mafie italiane o planetarie, siano in continuo aumento.
Però, in apparente contraddizione con questo andamento delle cose, v'è il timore diffuso che l'avvenire contenga oscure minacce. L'uomo contemporaneo, e in particolare quello delle nostre civiltà, vive dentro una sorta di schizofrenia psicologica. Da una parte conosce la spinta a volere e a pretendere sempre di più (più soldi, più assistenza, più certezze, più sanità, più cultura, più prevenzione, più sicurezza e così via). Dall'altra sente che il futuro, per una quantità di ragioni, non ben conosciute (anche perché la coscienza dei singoli, per ragioni di paura, si sforza di non indagarle), diventa sempre meno promettente e sempre più buio. Io sono uno che per temperamento ha la tendenza di guardare lontano.
Forse per questo le mie conoscenze e le mie intuizioni mi suggeriscono che sarebbe opportuno per tutti diminuire progressivamente le proprie pretese, perché sempre più difficilmente esse potranno venire soddisfatte. Bisognerebbe anche cercare di chiarire e di razionalizzare progressivamente i motivi per cui si teme il futuro. Da decenni, anzi da secoli, l'uomo vive all'interno di una bolla di ottimismo, legata alla convinzione che il progresso scientifico, tecnologico e produttivo migliorerà sempre di più la qualità della sua vita. Molti credono che il progresso sia diventato una specie di destino, che ci appartiene definitivamente. Vi sono anche parole-chiave per indicare questa convinzione; parole legate spesso a ideologie utopistiche, come "Avanti!", "Excelsior!", "Vorwärts!", diventate testate di giornali o titoli di spettacoli.
Questa convinzione è giustificata soltanto in parte. Certo, scienza, tecnologie, produzione sono riuscite a raggiungere livelli incredibili, quasi prodigiosi. Ma la fiducia che tutto ciò possa risolvere per sempre ogni problema dell'umanità è ingenua, anzi infantile. La ricchezza oggi diffusa in occidente è data innanzi tutto dalla sovrapproduzione. E produrre in eccesso, come si tende a fare oggi, a cominciare dagli Usa, è un errore che l'umanità dovrà probabilmente scontare a caro prezzo nell'avvenire. Che non si debba produrre più di quello che serve a una vita dignitosa è l'unico punto che condivido con il padre del socialismo ottocentesco.
La sovrapproduzione è un lusso ambiguo, dai risvolti pericolosi. Attualmente ce lo concediamo soprattutto perché stiamo attraversando un'era di Bengodi, resa possibile dall'energia fornita dal petrolio. Ma che l'oro nero aumenti di prezzo tutti i giorni, parallelamente al consumo di esso, che si estende in progressione geometrica, sono fatti che dovrebbero metterci in guardia. Gli storici dell'avvenire probabilmente definiranno i nostri tempi come "l'età grassa e incosciente del petrolio". Ma esaurito il petrolio, cosa succederà? Le fonti alternative di energia sono già molte, il vento, il sole, il nucleare, la benzina verde, le acque calde, i geyser. Però tutte insieme faranno fatica a sostituire totalmente il petrolio. Si spera che siano un giorno in grado di farlo. Tra l'altro offrirebbero anche il grande vantaggio di non essere inquinanti. Si spera anche di arrivare alla fusione fredda dell'atomo.
Ma l'istinto profondo mi dice che sarebbe opportuno che l'umanità valutasse i problemi dell'avvenire con estrema prudenza. Anche se la difficoltà per produrre energia sufficiente saranno superate, grazie alle tecnologie esistenti e a quelle che verranno, altre ne nasceranno, di quelle il cui solo pensiero basta a far tremare le vene e i polsi. Prima di tutto c'è l'aumento vertiginoso del numero degli uomini.
Esso è già eccessivo rispetto alle possibilità della terra di offrire ciò che serve alla sopravvivenza della specie. Già ci sono due miliardi di uomini sottonutriti, e molti milioni che muoiono letteralmente di fame ogni anno. O si riuscirà ad arrivare ad una drastica limitazione delle nascite, o il numero degli affamati aumenterà. Preoccupa il rapido esaurimento delle materie prime aggravato dalla sovrapproduzione. Preoccupa l'invasione continua dell'Europa da parte dei clandestini poverissimi del Terzo Mondo. Se essa dovesse continuare con il ritmo attuale (e non ci sono motivi di credere che le cose cambieranno) finirebbe per creare al Vecchio Continente problemi molto seri e alla fine insormontabili. L'Europa infatti non è scarsamente abitata, come l'Australia, o il Brasile, o il Canadà. La sua popolazione è fittissima e già eccessiva, secondo il giudizio degli ecologisti.
Ci turbano in modi sempre più assillanti le variazioni del clima e gli inquinamenti che noi stessi produciamo. Molti parlano di un aumento pericoloso della temperatura, il famoso "effetto serra", che finirà per produrre lo scioglimento dei ghiacci polari e quello che ne consegue. Il quadro delle previsioni sul futuro è dunque cupo e notturno coma la pittura dell'epoca della Controriforma.
Stando così le cose, sarebbe grandemente auspicabile che gli uomini si liberassero dell'ossessione di avere sempre di più, ad ogni costo, usando anche sistemi semiviolenti e ricattatori. Che tornassero alla mentalità parsimoniosa e misurata che caratterizzava l'epoca della civiltà contadina, sia pure senza farne un dramma angosciante, perché scienza e tecnologia ci forniranno aiuti sempre più decisivi. Ormai ai nostri tempi "progresso" vuol dire soprattutto progresso morale, il cui primo comandamento è il ritorno alla parsimonia, alla misura e al buonsenso.
Carlo Sgorlon
fonte: Il Gazzettino Mercoledì 23 marzo 2005




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