Due Italie e due destini?
da il Riformista 30-01-2008)
Napoli, Palermo e Roma, i tre vertici della ritirata italiana di questo fulmineo inizio di 2008. Un mese scarso che ci rimanda immagini ed episodi di degrado civile tra i più drammatici che il Paese abbia mai vissuto. 29 giorni che sembrano materializzare, nelle strade e nelle aule, le profezie più scure di un Paese incapace di svegliarsi, condannato a morire d’una morte senza sangue, lenta e un po’ patetica. Ma e’ proprio così? Con lo sguardo rivolto a Sud purtroppo sembra di sì.
Napoli sommersa dalla spazzatura. Qualcosa che non ha paragoni al mondo, mentre i responsabili locali di questa ecatombe restano col culo ben incollato alla poltrona. Scene raccapriccianti nella terra più sussidiata d’Italia, nei territori in cui ogni anno si riversano miliardi di euro, raccolti altrove, al Nord attraverso la fiscalità generale o in Europa con i fondi strutturali, che ogni anno svaniscono, non si sa dove, senza lasciare traccia sul territorio. Visibili sono invece le incidenze di cancro più alte d‘Italia, la peggior qualità della vita d’Europa e la camorra ovunque. Ma al posto che l’orrore e la rabbia, dal centrosinistra altro non si ascolta che la granitica solidarietà al Governatore Bassolino o al Ministro verde, come se nulla, ma proprio nulla, potesse valere più del quotidiano giochetto di partito e di coalizione.
Ancora poco al confronto del comportamento di un presidente di Regione che, condannato a 5 anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici, brinda e magna cannoli insieme ai propri compari, nel conforto portato da una pronta telefonata di congratulazioni proveniente da Milano, dal capo dell’opposizione. Scena da commedia di quart’ordine, di stanca ritualità siciliana, eppure tragica, in qualche modo finale. Il simbolo di un rapporto irrimediabilmente malato tra politica e una magistratura, d’altro canto, fuori controllo, indegna di un Paese civile, che mette sotto processo con tempistiche ignobili intere classi politiche, condiziona verdetti democratici, scalza poteri non graditi. Ma la vera tragedia sta nel fatto che tutto questo è generalmente condotto sulla base di imputazioni assolutamente credibili.
Gli stessi cannoli recapitati direttamente a Milano proprio da Cuffaro, dove l’ad di Unicredt Group,è alle prese con i tentativi di autogoverno della sua (totalmente) controllata siciliana. Il Banco di Sicilia rivendica la sua specificità isolana (sarebbe a dire?), che comprenderebbe la necessità di nominare per conto proprio un management non in grado di leggere comunicazioni interne in inglese nonostante l’appartenenza al secondo gruppo bancario europeo. Povero Profumo, proprio lui che s’era messo a studiare diligentemente persino il tedesco per dialogare con gli acquisiti di Hvb.
Ma tutta l’immondizia precipita a Roma, allorquando, il signore feudale di un partito di nemmeno l’1,5 e del collegio elettorale che lo esprime, decide di fare cadere un Governo per l’incriminazione della di lui consorte. Politici indagati, arresti domiciliari spettacolatizzati, il Governo che cade, le intercettazioni sbattute ancora in prima pagina, un impianto accusatorio forse inconsistente, una tempistica sospetta, sono tutti ingredienti notissimi. Come notissima è la corruzione sfrenata e il familismo più sistematico in Campania, notissima la morte dello Stato (ma evidentemente non dei suoi quattrini) in quei territori. Se entrambi i piatti di una bilancia e il braccio che la regge sono truccati, come si fa a credere alla pesa? Come si fa a credere alla rinascita del Meridione?
La domanda che il Nord si fa è proprio questa. Ma se la pone distrattamente, distante e del tutto disinteressato alla risposta se non fosse per i miliardi di euro che gli costa. Lontano dalle strade di Napoli, dai Palazzi di Palermo e di Roma, c’è un’altra Italia. Non è un paese felice, né un paradiso. Ma è un’Italia che faticosamente cerca di manteresi agganciata all’Europa, che con difficoltà cerca di affrontare le sfide continue della globalizzazione. È il Nord che negli ultimi anni ha sileziosamente capovolto le previsioni di morte certa di fronte alla doppia sfida dell’Euro e delle produzioni a basso costo provenienti da Oriente. L’ha fatto pagando prezzi salatissimi come gli effetti sociali dei giganteschi processi di riconversione industriale, una flessibilizzazione che tante volte è diventata precarietà, incertezza e spesso – troppo spesso – anche mutilazione o morte come mostrano le vittime della Thyssen a Torino e subito dopo di Marghera.
È un’Italia che, altrettanto silenziosamente e non senza tensioni, ha cercato e spesso trovato strade per l’integrazione di milioni di immigrati da ogni parte del mondo. E che ha visto crescere, accanto alle finte partite iva precarizzate, anche quelle vere, di persone decise ha mettersi alla prova rischiando in proprio. Un’Italia in cui le logiche di lottizzazione, pur presenti, sono quantomeno calmierate dalla intensa ricerca di efficienza e modernizzazione; dove forse ancora resiste un sostrato di capitale sociale degno d’un paese civile, come mostrano le “mappe del tesoro” di Roberto Cartocci.
Un territorio in larghe porzioni ferito da oltre un secolo di produzioni pesanti e altissimo impatto ambientale e di urbanizzazione incontrollata. Che vive un deficit infrastrutturale cronico, che respira un’aria appestata di inquinati. Un sistema che, per reggere le sfide cui si trova di fronte, avrebbe bisogno di enormi investimenti per migliorare le prestazioni, oltre che delle infrstrutture di mobilità, del suo sitema formativo, della pubblica amministrazione, del suo sistema fiscale. Tanti problemi, tutti complicati, ma che sembrano alla portata di territori comunque ricchi di saperi, capacità, competenze, voglia di lavorare e di mettersi in gioco.
Tra tutto questo e la galleria degli orrori di cui ci investe lo Scirocco, la distanza è chiaramente siderale: due mondi, due pianeti, due universi di senso.
Qui c’è bisogno di pensare e di agire, e in fretta, per mantenersi ben ancorati all’Europa e, con l’Europa, andare per il mondo. E servono risorse, tante risorse, per finanziare progetti e riforme, risorse abbondantemente disponibili a livello locale. Che siano buttate nella voragine che quella galleria degli orrori produce è ormai diventato economicamente insopportabile. Forse che affondando tutti insieme, avvinghiati in un concetto peloso e ingiusto di solidarietà nazionale, lo schianto farà meno male?
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