Ogni qualvolta muore un ragazzo per mano di questa assurda guerra di camorra che sta insanguinando Napoli, ci si interroga stupiti e addolorati sulle ragioni che si celano dietro atti così cruenti facendo riaffiorare temi come il disagio sociale, l’assenza di sbocchi alternativi e di un sostegno concreto alle famiglie che vivono nei quartieri di periferia. Psicologi ed esperti si accalcano nell’elencare le cause di drammi imputabili alla società, intesa nel modo più ampio e generico per giungere alla conclusione che i colpevoli di queste giovani vittime siamo noi tutti. Insomma, un concentrato di demagogia e luoghi comuni oltre che di pericolose semplificazioni della realtà perché si tende in questo modo a coprire le responsabilità dei singoli per giustificare le proprie azioni.
La verità è ben diversa perché le persone perbene, anche se povere, non si piegano a certe logiche senza smarrire il confine tra il bene ed il male.
Se un ragazzo di 14 o 15 anni è un piccolo delinquente probabilmente lo si deve all’ambiente nel quale è cresciuto, alla famiglia che lo ha allevato, ma le colpe non sono della società intesa in un modo così astratto e pernicioso. C’è chi sceglie la delinquenza come stile di vita, che non si sognerebbe nemmeno lontanamente di ribellarsi ad un sistema che pone al vertice chi detiene il potere con arroganza e prepotenza.
Se è vero che la paura di esporsi prende in ostaggio intere comunità che non possono contare su un adeguato supporto delle istituzioni e delle forze dell’ordine costringendole ad adeguarsi allo status quo, è altrettanto vero che esiste una fetta della società che è marcia nella sua essenza: è quella che si compiace ed esalta le figure di tanti boss di quartiere perché questi simboleggiano un certo modo di detenere il potere ed il controllo della zona di competenza e che facilmente si tramutano in modelli da eguagliare o da rimpiazzare.
Quel che è ancora più inquietante sono le rappresentazioni di questa cultura e di questo modo di intendere il “rispetto” in occasione dei funerali di giovani vittime di una guerra più grande dei loro stessi capi. Vittime di una scelta che è innanzitutto propria e dei familiari, piccoli criminali che vengono osannati come eroi. Sono scene che si ripetono sistematicamente: oggi per il quindicenne di Caivano ucciso dalle forze dell’ordine nel corso di un inseguimento dopo una rapina, o per il quattordicenne di Villaricca “punito” per aver osato rubare uno scooter alle persone sbagliate. Bare bianche che si fanno largo tra una folla che applaude una vita sconfitta e che inveisce contro la polizia “assassina” colpevole di aver svolto il proprio compito a rischio dell’incolumità di agenti, anch’essi giovani o padri di famiglia la cui scelta di vita è stata ben diversa, o contro le telecamere poste lì ad infangare l’immagine e la memoria di quello che era poco più di un bambino, ma anche un ladro di periferia.
E’ giusto rispettare il dolore dei cari, meno accettare frasi fatte e ricattatorie volte a trasferire altrove le responsabilità di una vita sbagliata: “siamo abbandonati a noi stessi”, “questa società non offre molto”, “dov’era lo Stato quando per crescere i nostri figli siamo stati costretti a rubare o a fare altro?”. Ma nessuno si chiede cosa si è fatto per migliorare e cambiare la vita dei propri figli, sottraendoli alla logica delle pistole e della sopraffazione del prossimo. Ho visto un ragazzo nascere in quartiere che non è un modello di civiltà e di vivibilità ma a due passi dal centro della città: nella sua vita di adolescente ha avuto tutto da un padre fin troppo premuroso, e la sua scelta è stata quella delle bande, esaltandosi dinanzi al gusto di un furto e finendo la sua triste esistenza contro un camion mentre fuggiva a tutta velocità su una moto rubata con una pistola nei pantaloni.
Non esiste una società colpevole, ma esistono persone che scelgono il crimine. Se si parte da questo assunto sarà possibile creare una società diversa e possibilmente non immersa nella sua inutile retorica.




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