Quei forestieri nel paese in camicia nera
Magasa, 174 residenti e 4 liste di destra

Una macchina con le gomme buone, una pastiglia per il mal d’auto e una suocera che non soffra le curve a gomito: se siete a posto con tutto, non perdetevi una visita a Magasa, il paese del delirio elettorale. L’unico al mondo, potete scommetterci, ad avere un candidato sindaco ogni ventinove abitanti e un candidato consigliere comunale ogni due e mezzo. Ma più ancora l’unico al mondo ad avere affisse ai muri tre liste di camicie nere e una addirittura di nazisti, passata chissà come sotto il naso di ogni autorità preposta al controllo.
Le liste nere, anzi, avrebbero potuto essere addirittura cinque. Solo che altri naziskin saliti rombando con le motociclette su per queste montagne bresciane avevano sbagliato paese, finendo a chiedere informazioni nel municipio di un borgo vicino quando già erano le undici e mezzo della mattina di sabato 5 marzo e mancava mezz’ora alla scadenza dei termini. Messo a fuoco l’equivoco, mancava ormai un quarto d’ora a mezzogiorno. Così che al loro arrivo l’impiegata aveva allargato le braccia: «Troppo tardi».
Eppure, se cercate sui muri le tracce di questa sfida impossibile, perderete inutilmente del tempo. Un paio di faccioni di Viviana Beccalossi, un paio di Rifondazione Comunista. Fine. E la campagna elettorale?Boh… Il fatto è che a Magasa, 174 residenti iscritti all’anagrafe ma non più di 120 che vivono davvero in paese, hanno altro per la testa. Spersa tra le balze delle montagne che calano a picco sul versante bresciano del lago di Garda, la contrada era arrivata ad avere un tempo anche più di 500 abitanti. Ma è ormai un ricordo che si annebbia nella memoria al pari delle leggende locali, piene di streghe e di vestali, di diavoli e porcari e creature dei boschi.
Era durissimo, vivere quassù. E se ne andarono a decine e decine. Prima in giro per l’impero austriaco, quando dalle vicine valli trentine e venete partivano recitando «andiamo i n Transilvania / a menar la carioleta / ché l’Italia povareta / no l’ha bezzi da pagar». Poi nelle Meriche, soprattutto nelle miniere americane. Chi è rimasto, però, non ha una vita molto più facile. Tolta l’osteria «Le Lanterne» appena aperta, un negozio di generi alimentari e la posta dove l’unico impiegato fa il postino, Magasa non ha niente. Le scuole hanno chiuso per mancanza di bambini. Il parroco se n’è andato per mancanza di pecorelle e il nuovo prete vien su a dir messa solo il sabato e la domenica. Il medico condotto ha dato forfait e la dottoressa di oggi, che si è laureata a Milano ma arriva dal Bangladesh, fa ambulatorio due volte le settimana.
I posti di lavoro si contano sulle dita: due impiegati part-time e un operaio in Comune, tre o quattro alla forestale, un cantoniere, due dipendenti del demanio. Fine. Per far benzina devi andare su e giù per i monti fino a Capovalle, a 16 chilometri: due litri ad andare, due a tornare. Per ritirare i soldi al Bancomat devi scendere a Valvestino. Per comprare le medicine, vedere un film al cinema, trovare un negozio di ferramenta, entrare in un supermercato o acquistare un giornale all’edicola, tutte cose che nel resto dell’Italia sembrano normalissime, ovvie, scontate, devi arrivare a Gargnano, sul lago di Garda a nord di Salò. Ventisette chilometri. Di curve: «Un giorno, portando i bambini in piscina, le abbiamo contate», racconta ridendo Ferruccio Bettanini, «Sono 555». Immaginatevi cosa vuol dire stare male e aver bisogno di un ospedale. Tanto più che la popolazione è forse la più anziana del pianeta: un abitante su quattro ha più di 70 anni, uno su due più di 50.
Che ci fanno, in un posto così, sei liste di aspiranti sindaci per un totale di 68 aspiranti consiglieri comunali? «Va a saperlo», risponde ridendo Luigi Venturini, «Se non fossi vecchio mi sarei candidato anch’io. Uno più, uno meno…». Il fatto è che per candidarsi, spiega il sindaco uscente Gildo Venturini (subentrato 5 anni fa a Giorgio Venturini il quale era subentrato a se stesso dopo aver preso il posto di Ernesto Venturini che a sua volta aveva fatto due mandati così che per trovare un sindaco che non si chiamasse Venturini occorre tornare indietro trent’anni), non occorre mica raccogliere le firme. Basta presentare una lista. Fine. Cinque anni fa, battendo a tappeto le montagne in cerca di comuni dove piantar una bandierina per far vedere che esistevano, i rautiani della Fiamma di Salò avevano dunque presentato a Magasa l’unica alternativa alla lista civica.
E si erano ritrovati, automaticamente, con tre consiglieri e un posto alla comunità montana. Un piccolo, microscopico successo. La cui eco, con tutto ciò che significava quel rimando a Salò, deve aver girato nei mondi dell’estrema destra: c’è un paese, sulle montagne del Garda, dove i fascisti… E così, quest’anno, sono arrivati a frotte: prima i mussoliniani di Alternativa Sociale, poi i rautiani del Mis, poi i nostalgici di Pisanò con «Fascismo e libertà», poi addirittura il Movimento Nazionalsocialista dei lavoratori, che nel simbolo sventola la sigla Nsab (Nationalsozialistische Arbeiter Bewegung) che si rifà, in barba a tutti i divieti, al nazismo. E il bello è che non uno dei 44 candidati neri che stanno appiccicando a Magasa l’etichetta di paese in camicia nera, vive qui. Neppure uno. Mettetevi al posto della gente di qua: non ci sarà qualcosa da cambiare, anche in questa legge?

Gian Antonio Stella
25 marzo 2005