Per la sua semplicità e chiarezza è un ottimo inizio per comprendere che chi sostiene la Tesi Cassiciacum lo fa solo per una questione dottrinale e quindi per conservare la Fede integralmente.
Editoriale
Undici ottobre 1962: Giovanni XXIII apriva solennemente il Concilio Vaticano II. Per Angelo Giuseppe Roncalli il Concilio sarà una “nuova Pentecoste”, tanto che nel discorso d’apertura denuncia i “profeti di sventura” che non condividono il suo ottimismo sui tempi moderni. Undici ottobre 2002: quarant’anni sono passati da quell’avvenimento. Tutti possono constatare come la “profezia” di Giovanni XXIII non si è realizzata, al punto che nessun profeta di sventura avrebbe immaginato una tale desolazione. Invece della Pentecoste, stiamo vivendo un nuovo Venerdì Santo.
Il più prestigioso quotidiano nazionale, il Corriere della Sera di Milano, ha affidato a Vittorio Messori il compito di commemorare, in prima pagina, lo storico avvenimento (Due anime e un Papa, Corriere della Sera, 12 ottobre 2002). Messori non è solo uno scrittore di successo ed un valido apologeta del cattolicesimo (ancorché con tendenze fideiste); è anche l’uomo prescelto dal Cardinal Ratzinger (Rapporto sulla fede, Paoline 1985) e da Giovanni Paolo II stesso (Varcare le soglie della speranza, Mondadori 1994) come interlocutore privilegiato. Questo non gli ha impedito, nel passato, di manifestare pubblicamente i suoi dubbi e le sue critiche non solo a proposito di uno “spirito del Concilio” che ne tradirebbe la lettera (era questo lo scopo stesso del libro-intervista di Ratzinger), ma anche a proposito degli atti stessi di Giovanni Paolo II; ne fa fede un altro articolo pubblicato sul Corriere e parzialmente riportato da Sodalitium nel suo editoriale di un anno fa (n. 53).
Ha destato quindi un certo stupore il fatto che l’editoriale di Messori non contenesse una critica – seppur moderata – al Vaticano II, ma piuttosto un duro atto d’accusa contro la Fraternità San Pio X, fondata da Mons. Lefebvre, pur così vicina alla sua sensibilità e a certe sue prese di posizione. Di questo stupore è stato eco fedele l’abbé Michel Simoulin, superiore del distretto italiano della Fraternità, la cui lettera di precisazione è stata pubblicata il 21 ottobre sul Corriere con una risposta di Messori. Ma qual è l’accusa di Messori? Essa si può riassumere in una parola: il “tradizionalismo” implicherebbe una negazione dell’indefettibilità della Chiesa. “A meno di ipotizzare un Dio sadicamente burlone – scrive Messori – è pensabile che così a lungo e così gravemente sia stato condotto fuori strada il Popolo cui il Cristo ha promesso diuturna assistenza?” [per esattezza, l’assistenza è promessa alla Gerarchia].
La gerarchia, insiste, “non può condurre fuori strada il gregge affidatole”. Essa ha infatti un “misterioso carisma, garantito dallo Spirito Santo” [pensiamo si alluda qui all’infallibilità] che le consente di approfondire e attualizzare, senza mai tradire, il “Credo di sempre”. Da qui un paradosso: i “tradizionalisti”, che accusano la Chiesa di essersi protestantizzata, portano avanti una denuncia “che rischia di rifarsi proprio alle categorie di Lutero, di Calvino, di Zwingli: il tradimento, cioè, dell’ortodossia da parte del Magistero, l’allontanamento dalla lettera del Vangelo e dall’insegnamento dei Padri, l’inquinamento liturgico e pastorale”. Messori avrebbe potuto citare al proposito una proposizione del conciliabolo giansenista di Pistoia, condannata come eretica da Papa Pio VI, che suona così: “In questi ultimi secoli si è diffuso un generale offuscamento sulle verità di maggiore importanza che riguardano la religione, e che sono la base della fede e della dottrina morale di Gesù Cristo” (D.S. 2601). Se sostituiamo a “ultimi secoli” “quarant’anni”, non abbiamo forse l’analisi dei “tradizionalisti”? All’obiezione non si sfugge diminuendo la portata delle critiche rivolte al Vaticano II dalla Fraternità, come ha cercato di fare l’abbé Simoulin; ad esso risponde a ragione Messori, il 21 ottobre: “il movimento suscitato da Mons. Lefebvre è la maggiore forza organizzata che contrasta non solo lo ‘spirito del Concilio’ [come Ratzinger e Messori stesso] ma, spesso, anche la lettera dei documenti di quel Vaticano II che vorrebbe, semmai, declassare a livello ‘pastorale’, dunque caduco e non impegnativo. La polemica contro la Chiesa attuale non riguarda solo alcuni aspetti (la ‘Messa in latino’, ad esempio) ma scende in profondo ed è in rotta di collisione che pare insanabile con teologia, esegesi, ecclesiologia del cattolicesimo attuale”.
La Fraternità, quindi, “incappa in contraddizioni insanabili. (…) Come conferma anche l’esodo che la Fraternità San Pio X conosce: o il ritorno alla comunità ecclesiale ‘ufficiale’ [esito probabilmente auspicato dallo stesso abbé Simoulin, che teme che la Fraternità diventi o sia già una “piccola chiesa”] o il passaggio ai gruppi ‘sedevacantisti’, a rigor di logica più coerenti, nel loro radicalismo”. Incassiamo ben volentieri l’elogio di Messori (“più coerenti”) e condividiamo fondamentalmente la sua critica alla Fraternità San Pio X (“contraddizioni insanabili”), senza illuderci però di ottenere il sostegno del noto scrittore: la critica fatta alla Fraternità – mutatis mutandis – non vale anche per noi, “sedevacantisti” (seppur solo formaliter!)? Messori non invita a delegittimare Giovanni Paolo II, ma a seguirlo. Vorremmo però anche noi fare a Messori, e a chi pensa come lui, alcune domande. Egli suppone – e non può non supporre – che il “magistero” del Vaticano II e del post- concilio sia solo un “approfondimento” e una “attualizzazione” del “Credo di sempre”; che nessuna contraddizione possa esistere [e ciò sarebbe certamente vero se questo “magistero” venisse da una legittima autorità, divinamente assistita] con la dottrina cattolica precedente: a priori, è impossibile. Benissimo.
Lo stesso Vaticano II, parlando della libertà religiosa dichiara ribadire la dottrina tradizionale (n. 1). Ma se ‘a posteriori’ non fosse così? La gerarchia attuale, “i Pastori del momento”, non avranno certo nessuna difficoltà, allora, nel riconfermare e inculcare documenti come l’enciclica Quas primas contro il laicismo e lo stato non confessionale, l’enciclica Quanta Cura e Sillabo contro la libertà religiosa, l’enciclica Mortalium animos contro l’ecumenismo, le numerose bolle papali sugli ebrei deicidi e non più popolo eletto ma riprovato da Dio… Mi fermo qui, ma la lista potrebbe esser infinita. Di più. Nel quadro dei ripetuti “mea culpa”, Giovanni Paolo II ha dichiarato come nel passato la prassi della Chiesa avesse “offuscato il volto di Cristo”. Non è forse far propria – ma riguardo al passato e non al presente – quella proposizione condannata del Sinodo di Pistoia? Già il Vaticano II, sempre nella dichiarazione sulla libertà religiosa, deve ammettere che “nel passato si sono avuti modi di agire meno conformi allo spirito evangelico, anzi ad esso contrari” (n. 12), mentre la dichiarazione conciliare Nostra Aetate è forse il solo documento “ecclesiastico” che non ha potuto portare a proprio favore – almeno per il capitolo 4 sugli ebrei – una sola citazione del magistero.
Non sono forse tutti questi indizi, se non proprio implicite ammissioni, della “impossibile” contraddizione? Messori scrive a ragione che è impossibile che la Chiesa “cui il Cristo ha promesso diuturna assistenza” abbia condotto il popolo di Dio fuori strada “così a lungo e così gravemente”. Ma perché, se ciò è impossibile che sia accaduto negli ultimi 40 anni, potrebbe essere accaduto nei secoli passati? Quando la Chiesa gerarchica – Papi e Vescovi unanimi – negavano ogni diritto alla libertà religiosa chiedendo allo Stato l’intervento del braccio secolare, ha forse “così a lungo e così gravemente condotto fuori strada” il Popolo cristiano? Oppure, se non lo ha fatto (e non lo ha fatto) come si devono giudicare quanti – nei documenti ufficiali del “magistero” – condannano almeno implicitamente la Chiesa del passato? Se non è lecito accusare la Chiesa del presente di dare del veleno ai suoi figli (come diceva Mons. Lefebvre, attribuendo alla Chiesa l’opera di Paolo VI) non è lecito neppure dirlo della Chiesa del passato, che era – allora – la Chiesa del presente, anch’essa assistita dallo Spirito Santo.
Insomma: l’indefettibilità della Chiesa è messa in pericolo sia dal “tradizionalismo” di Mons. Lefebvre, sia dal “progressismo” di Giovanni Paolo II. Entrambi cadono in “contraddizioni insanabili”. Facendo nostro tutto l’insegnamento e la disciplina della Chiesa del passato, evitiamo la contraddizione di Giovanni Paolo II, che questo passato implicitamente condanna. Dimostrando che gli errori del Vaticano II, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II non sono attribuibili alla Chiesa, evitiamo la contraddizione del “tradizionalismo”. Resta però, terribile, l’obiezione che si può rivolgere a ogni “sedevacantismo”: le porte dell’inferno hanno allora prevalso contro la Chiesa? Gesù Cristo non è più con essa, quando ha promesso di esserlo fino alla fine dei secoli? Dio può permettere che i fedeli siano così ingannati? La risposta è ovviamente: no. Le porte dell’inferno non possono prevalere. Gesù Cristo non può abbandonare la Chiesa. Non può permettere che tutti i fedeli siano ingannati. Il “sedevacantismo” stretto non sa risolvere, neppure lui, quest’ultima contraddizione. Ci sembra però che lo possa fare la tesi teologica sull’autorità di Padre Guérard des Lauriers, che è quella di Sodalitium.
La Chiesa, il Papa, non possono insegnare l’errore, ingannare i fedeli: ha ragione Messori. Ma l’eletto di un Conclave che non è però legittimo Papa può insegnare l’errore e ingannare (molti) fedeli: lo insegna il magistero della Chiesa (Papa Paolo IV, Bolla Cum ex apostolatus). Dio non può permettere che i fedeli siano tratti tutti in inganno seguendo un falso Papa: ha ragione Messori. Ma nel nostro caso i fedeli possono con certezza evitare l’inganno, aderendo per l’appunto all’insegnamento già definito infallibilmente dalla Chiesa, il che li preserva dall’accettare l’errore che contraddice (invece di approfondire o attualizzare) l’insegnamento precedente. Dio non può permettere che la Chiesa sia vinta dall’inferno, sia finita, sia totalmente priva di gerarchia: ha ragione Messori. Ma Dio può permettere che – senza che la Chiesa sia vinta, o privata totalmente e definitivamente della gerarchia (la permanenza materiale delle sedi ci garantisce la continuità) – la Chiesa attraversi periodi di tempesta, come al tempo del Grande Scisma, quando la legittimità di molti Papi era dubbia. Un Dio che non mantiene le sue promesse fatte alla Chiesa sarebbe “sadicamente burlone” (diciamo: falso e bugiardo), certo. Ma il nostro Dio è anche quello che ha permesso che il Suo Figlio morisse sulla Croce, e beati quelli che non se ne sono scandalizzati…
Non vogliamo “un puro Vangelo”, una “antica Tradizione” o una “Chiesa spirituale” senza o contro la Chiesa gerarchica. È proprio in nome della Chiesa gerarchica, e delle sue definizioni infallibili e irreformabili, che ci opponiamo a qualsiasi deformazione di questo patrimonio della nostra fede.
Queste deformazioni sono solo apparenti?
Ecco una notizia che renderebbe felici.
Ma chi lo dice e lo scrive, lo pensa poi veramente?
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Daniele




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