Polemiche. Gli Stati Uniti non vanno inseguiti nelle loro crociate. Ha ragione Vittorio Foa: la sinistra non cada in tentazione

Il "Washington Post" ha reso pubblica un’intervista del vice-presidente Cheeney - considerato a ragione come ispiratore, sorvegliante e anche fruitore della politica aggressiva di Bush in Iraq - nella quale delinea con chiarezza le linee future della politica estera americana e il posizionamento dei personaggi che dovranno controllarne l’esecuzione nei gangli vitali della politica americana. Sono quegli stessi, premiati per la loro fedeltà, che hanno spinto maggiormente verso una guerra che era stata falsamente motivata con la presenza di armi distruttive di massa e di covi di terroristi. I casi più clamorosi sono la nomina di John Bolton, acerrimo critico dell’Onu, al posto di Ambasciatore alle Nazioni Unite, con il paradossale argomento, usato da Cheeney che questi precedenti “gli conferiscono maggiore credibilità”; e la proposta, contrastata da molte nazioni, di porre Paul Wolfowitz alla guida della Banca Mondiale. Il falco dei falchi, il promotore della guerra preventiva contro tutti i “paesi canaglia”, si è affrettato a dichiarare al quotidiano spagnolo "El Pais" (20 marzo) che “promuoverà la riduzione della povertà, il miglioramento della salute dell’istruzione, l’accesso delle donne e di altri gruppi che ne sono privi a migliori opportunità”. Ero in Cile a una Conferenza dell’Organizzazione mondiale della sanità sulle ineguaglianze e sulle cause sociali delle malattie, il giorno in cui è stata data notizia di questa nomination, e fra i partecipanti c’è stato sbigottimento e scoraggiamento.
Nello sfondo di questi orientamenti strategici non c’è un mondo multipolare e generoso, non c’è la sicurezza umana: c’è solo la sicurezza degli Stati Uniti, da salvaguardare sferrando il primo colpo dovunque si manifesti un rischio vero o presunto: lo dicono chiaramente i piani esposti nel sito del Pentagono, dove abita ancora l’inquilino precedente.
A fronte di queste notizie, il nuovo orientamento di Piero Fassino, come ha detto anche ieri Vittorio Foa sulla "Stampa", verso l’aministrazione Bush-Cheeney, mi sembra basato, oltre che sul pericoloso principio che tutto sommato le guerre possano essere utili all’espansione della democrazia sull’enfatizzazione eccessiva di alcune aperture compiute dal presidente Usa (come il riconoscimento dell’Unione europea) e dal suo segretario di Stato, Condoleeza Rice. Queste novità sono frutto anche nostro, e di tutti i popoli e governi che si sono opposti alla guerra in Iraq. Per contro, Fassino ha invece insistito nell’ingenerosa critica verso la sinistra italiana per aver trascurato la difesa e la promozione dalle democrazia nel mondo. Non è così. Basta pensare a quanto è stato fatto per aiutare la lotta contro le dittature in America Latina, o all’Onu dei popoli e alle marce Perugia-Assisi, dove hanno sempre sfilato afgani e tibetani e rappresentanti di tutti i popoli oppressi.
Ma c’è anche un altro metro di giudizio, di cui si tiene poco conto. In modo crescente, nella politica internazionale e più ancora nelle scelte interne, a danno dei diritti del suo popolo, Bush è sempre più mosso da un impeto missionario e perfino fanatico che accresce i rischi e l’insicurezza. Il motto degli Stati Uniti è stato finora "In God we trust", confidiamo in Dio, ma sta diventando l’inverso: "God trusts in Bush", Dio confida in Bush. Auguro alla sinistra italiana di liberarsi dal cadere per un solo istante in queste tentazioni.