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Discussione: I Neri ad Auschwitz

  1. #1
    memoria storica
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    I Neri ad Auschwitz

    una pagina di storia poco conosciuta

    La "Shoah" dimenticata
    Jean-Léonard Touadi

    Secondo il libro di Serge Bilé, sono tra i 10 e i 30mila i neri morti nei campi di concentramento nazisti. Prima dei lager, la Germania si era resa responsabile del genocidio degli herero in Namibia: «Una gigantesca e infernale preparazione ai campi di sterminio»

    Auschwitz è una macchia indelebile nella coscienza collettiva dell’umanità. La sua commemorazione, a sessant’anni dalla fine della guerra, lungi dall’essere un semplice rituale per “fare memoria”, dovrebbe diventare l’occasione per la stesura di un patto morale di sopravvivenza collettiva. Perché l’uomo (non solo il nazista) non possa mai più annientare l’uomo (non solo l’ebreo). Ricordare la Shoah è dire no a tutti i genocidi, a tutte le volte in cui il “sonno della ragione” fa dell’uomo un lupo per il suo simile.

    Il dovere di memoria s’impone per tutte le vittime della barbarie nazista. Nel susseguirsi delle cerimonie ufficiali e delle testimonianze dei sopravvissuti, invece, c’è un silenzio incomprensibile sulle vittime nere dell’Olocausto. Africani, tedeschi d’oltre-mare (originari dei territori dell’impero coloniale prussiano) e meticci (nati da matrimoni misti in Germania) hanno conosciuto la discriminazione, la deportazione e la morte nei campi di concentramento. Eppure, quasi nessuno, o pochissimi, hanno ricordato quei neger di Germania, nominati nei famigerati testi di legge di Norimberga, che spianano la strada all’Olocausto. C’era un’unica differenza: gli ebrei erano tenuti a portare la famigerata stella gialla; i neri erano sistematicamente sterilizzati.

    Nel museo dedicato alla memoria dell’Olocausto di Washington c’è una sala riservata alla condizione dei neri sotto il terzo Reich. In qualche archivio storico più scrupoloso e in taluna opera dedicata all’Olocausto compaiono, quasi en passant, riferimenti lontani alla presenza dei neri nei “campi di lavoro nazisti”.

    Ma, in generale, questo capitolo specifico non è conosciuto dal grande pubblico, compreso lo stesso pubblico africano, che già non riesce a fare seriamente i conti con la memoria della schiavitù orientale (compiuta dagli arabi tra il IX e il XIX secolo) e quella atlantica (praticata dagli europei per tre secoli). Anche alla Conferenza dell’Onu contro il razzismo (Durban, Sudafrica, 2001), pochi delegati africani o della diaspora hanno evocato questa pagina sconosciuta dei crimini nazisti.

    Le testimonianze

    Noirs dans les camps nazis (ed. Le Serpent à Plumes), del giornalista francese originario della Martinica Serge Bilé, documenta la “Shoah” degli africani attraverso le testimonianze di alcuni sopravvissuti e tramite le ricostruzioni storiche disponibili a partire dagli archivi in Francia, in Germania e in Senegal. Il libro fa luce sulla storia – tuttora ignorata dagli storici ufficiali dello sterminio nazista – di migliaia di neri vittime della follia hitleriana.

    Serge Bilé racconta che, sin dal 1930, i neri sono banditi dalla vita pubblica tedesca, i loro documenti sono ritirati e agli studenti è vietata la frequenza a scuole pubbliche e università. Considerati alla stregua di “sub-uomini”, bestie strane a metà strada tra gli ebrei e le scimmie, i neger saranno le prime vittime del Führer. Umiliata dalla sconfitta della prima guerra mondiale e dal trattato di Versailles, la Germania se la prenderà con i «bastardi della Renania», ossia i figli avuti con donne tedesche dai soldati neri che affiancavano le truppe francesi e belghe.

    Serge Bilé scrive: «Non si saprà mai il numero esatto dei deportati neri, poiché la conta era effettuata in base alla nazionalità d’origine, che, per la maggior parte dei neri, era quella dei loro colonizzatori. Penso, tuttavia, che siano tra 10 e 30mila i neri morti nei campi di concentramento. A oggi, conosco un solo sopravvissuto, un certo John William, d’origine ivoriana. Ora che l’argomento è mediatizzato, spero che le lingue si scioglieranno e molti testimoni si faranno avanti».

    Le vittime

    Tante le storie raccolte da Serge Billé. Come quella di Erika N’Gando, camerunese di 35 anni, raccontata da Renée Hautecoeur, francese sopravvissuta al campo di prigionia di Ravensbruck. Renée ricorda quella giovane donna, soprannominata dalle compagne di sventura «Blanchette»: «Gridava dalla mattina alla sera: “Ho freddo, ho freddo!”». Come tutte le detenute, Erika era soggetta a numerose umiliazioni e sottoposta a lavori forzati. A turno, lei e le altre dovevano soddisfare sessualmente le guardie naziste. Erika non è mai più tornata in Camerun.

    Né è mai tornato a casa Carlos Grevkey, originario dell’isola di Fernando Po (oggi isola di Bioko, Guinea Equatoriale). Durante la guerra di Spagna, la sua famiglia lasciò la penisola iberica e si rifugiò in Francia. Nessuno sa come Carlos arrivò in Germania. Fu deportato a Mauthausen, dove trovò la morte nelle camere a gas.

    Alcune storie sono narrate dalla viva voce del cantante John William, figlio di una ivoriana e di un francese. Accusato di sabotaggio nella fabbrica di Montluçon, dove lavorava come operaio, fu arrestato e deportato nel campo di Neuengamme all’età di 22 anni. Nonostante le dure condizioni di cattività, John visse giorni di solidarietà con gli altri neri del campo. «Riuscii a sopravvivere, grazie all’intensa solidarietà degli amici e alla fede cristiana», ha dichiarato John nell’intervista concessa a Serge Bilé.

    Ma per un John che racconta la fortuna di essersi salvato, tanti altri sono spariti per sempre, senza nemmeno la dignità di un ricordo. L’eclisse degli africani e degli zingari, nei ricordi annidati dentro l’inconscio collettivo dell’umanità, è un vulnus morale che merita di essere colmato, per completare il ponderoso e doveroso percorso d’interiorizzazione della Shoah che l’umanità sta compiendo.

    Il caso degli herero

    Ma se il mondo dimentica gli africani morti nei campi nazisti, la Germania si sforza di non cancellare dalla memoria nazionale il genocidio degli herero, compiuto dalle truppe tedesche in Namibia nel 1904. «Noi tedeschi assumiamo la nostra responsabilità morale e storica. Vi chiedo perdono». Con queste parole, Heidemarie Wieczoreck-Zeul, ministro tedesco della Cooperazione allo sviluppo, si è rivolto ai discendenti degli herero, che chiedono da tempo alla Germania un’assunzione di responsabilità storica e un risarcimento materiale.

    Nel 2001, l’associazione per i risarcimenti al popolo herero ha iniziato una causa davanti ai tribunali americani, chiedendo al governo tedesco 4 miliardi di dollari e altrettanti a imprese tedesche allora presenti in Namibia (Deutsche Bank AG, Woerman line – oggi SAFmarine – e Terex Corporation).

    I fatti risalgono ai primi decenni dell’occupazione tedesca della Namibia (1880-1915). Insieme al Tanganika, a una parte del Camerun e al Togo, la Namibia era la perla delle colonie tedesche in Africa. Il regime coloniale nell’Africa del sud-est era durissimo: continue umiliazioni delle persone e delle loro tradizioni; lavori forzati, accompagnati da percosse fisiche; violenze sulle donne; confisca delle terre e del bestiame.

    Il 12 gennaio 1904 scoppia la rivolta degli herero. Il capo, Samuel Maherero, guida la sommossa. Duecento coloni tedeschi sono uccisi, mentre i missionari sono risparmiati. Dopo una prima reazione, giudicata «troppo debole» dalle autorità di Berlino, la rappresaglia tedesca è affidata al nuovo governatore, il generale Lothar Von Trotta. Questi dichiara: «Il popolo herero deve lasciare il paese. In caso contrario, sarò costretto a sloggiarlo coi cannoni».

    Davanti al rifiuto degli herero, Von Trotta accerchia le loro terre (lasciando libera soltanto una via di fuga verso il deserto del Kalahari), uccide chiunque capiti a tiro e ordina di avvelenare le sorgenti d’acqua. Ai più turbolenti riserva impiccagioni di massa. Il primo genocidio del XX secolo si protrae dal 1904 al 1907. Quando il governatore Von Lindequist ordina la fine delle operazioni belliche, il bilancio è terrificante: dei circa 90.000 herero originari ne sono rimasti solo 15.000, confinati in “riserve tribali” e utilizzati dai coloni come mano d’opera schiava.

    L’ambasciatore tedesco in Namibia ha affermato, di recente, di voler restituire la dignità ai discendenti delle vittime, rifiutando però ogni forma di risarcimento in denaro. La Namibia già riceve consistenti aiuti tedeschi, di gran lunga più generosi di quelli dati ad altri stati africani. Un rapporto privilegiato, dunque, caratterizzato dalla presenza di circa 25.000 tedeschi (1,2% della popolazione), in gran parte proprietari terrieri.

    Ma agli herero gli aiuti finanziari non bastano. Vogliono essere riconosciuti vittime di un genocidio, perpetrato, tra gli altri, da un certo Heinrich Goering, governatore della Namibia e padre del futuro braccio destro di Hitler. Vogliono che sia riconosciuto l’immane affronto subito per essere stati usati come animali da cavia negli esperimenti compiuti da un certo dottor Hoegen Fisher, insegnante universitario di Joseph Mengele, il boia di Auschwitz.

    Lo ha dimostrato chiaramente anche Hannah Arendt, grande pensatrice e docente di filosofia politica, nel suo Le origini del totalitarismo (1951): la distruzione dei popoli coloniali, una preparazione all’Olocausto; i campi di raccolta e le impiccagioni di massa degli herero, un gigantesco e infernale addestramento ai campi di concentramento nazisti; stessi i cognomi dei protagonisti, identici i metodi; gli africani – prima e durante la Shoah – vittime tra le vittime.

    tratto da
    Nigrizia 01/03/2005

  2. #2
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    nella wermacht combattevano persino dei mongoli! (i Calmucchi del basso Volga)

  3. #3
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    quel che da' fastidio di questi discorsi é il buonismo ipocrita condito con abbondanti dosi di amnesia selettiva. Gli yankees ancora negli anni trenta ammazzavano i negri nel Sud mediante linciaggi e pogrom sanguinosi (come il caso reale descritto nel film "Rosewood"). I negri venivano braccati, impiccati o bruciativ vivi per un nonnulla, bastava l'accusa di aver "molestato" una donna bianca. In molti stati USA vigevano leggi razziali severe, abolite solo negli anni sessanta!

    Quanto alla politica coloniale, le piú sanguinose sono state le guerre di Francia ed Olanda contro i patrioti indigeni DOPO la seconda guerra mondiale: in Algeria, Indocina ed Indonesia. In confronto la repressione tedesca nella Namibia é stata una bazzecola....

  4. #4
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    Predefinito STATI UNITI INIZIO 900

    VIETATO L'INGRESSO AI NEGRI AGLI EBREI AGLI ITALIANI ED AI CANI !


    Scritte di questo tipo stavano affisse fuori di locali pubblici
    americani.

  5. #5
    memoria storica
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    Non ho capito il problema: non è che dobbiamo fare a confronto se sono satti + cattivoni i tedeschi o i francesi o gli statunitensi, la questione stava sul fatto che ad auschwitz erano rinchiusi anche neri e questa notizaia era passata sotto silenzio per lungo tempo

  6. #6
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    il fatto che non si sia dato rilievo al fatto indica chiaramente che é del tutto secondario, rispetto alla tragedia vissuta dai deportati nei campi.
    Inoltre, come poteva la propaganda occidentale mettere in rilievo la presenza di africani nei campi nazisti, quando in America i negri erano ridotti allo stato di paria razziali, rinchiusi in ghetti e linciati?!
    "Notizie" come questa hanno tutto il sapore della propaganda di bassa lega...

  7. #7
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    In Origine postato da Felix
    quel che da' fastidio di questi discorsi é il buonismo ipocrita condito con abbondanti dosi di amnesia selettiva. Gli yankees ancora negli anni trenta ammazzavano i negri nel Sud mediante linciaggi e pogrom sanguinosi (come il caso reale descritto nel film "Rosewood"). I negri venivano braccati, impiccati o bruciativ vivi per un nonnulla, bastava l'accusa di aver "molestato" una donna bianca. In molti stati USA vigevano leggi razziali severe, abolite solo negli anni sessanta!

    Quanto alla politica coloniale, le piú sanguinose sono state le guerre di Francia ed Olanda contro i patrioti indigeni DOPO la seconda guerra mondiale: in Algeria, Indocina ed Indonesia. In confronto la repressione tedesca nella Namibia é stata una bazzecola....
    Gli Americani sono stati i primi a togliere lo schiavismo in seguito alla disfatta delle forze confederate; l'oppressione contro i non bianchi era dovuta all'impossibile controllo dei coloni Europei nelle terre del Nordovest. C'è un bel libro, un po pesante (purtroppo) da leggersi per capire questo: "seppellite il mio cuore a wounded knee"

    I soldati di colore hanno anche combattuto nell'esercito unionista, leggetevi la bibbia del west:

    http://www.farwest.it

    I reggimenti di colore
    Durante la guerra civile il senatore Frederick Douglass volle fortemente creare reparti composti da ex schiavi liberati e per questo suggerì a Lincoln di aprire la leva agli uomini di colore. Sarebbero stati altri uomini per l’esercito e soprattutto un’arma psicologica contro il sud. Molti di essi infatti volevano combattere per riscattare una misera vita di stenti e vessazioni.

    Questa è la storia del primo reggimento di colore che fu impegnato in combattimento. Da quel giorno se ne formarono altri, impegnati sui campi di battaglia fino alla fine del conflitto.
    La storia del 54°
    Erano la, schierati sulla spiaggia della baia di Charlestown con le mostrine ed i bottoni delle divise blu che luccicavano all’ultimo sole del tramonto. Il vento che soffiava dal mare agitava le strisce bianche e rosse delle bandiere del 54° Massachussets, il primo reparto formato interamente da uomini di colore. Al largo i cannoni delle navi unioniste tenevano fort Wagner sotto un fuoco martellante mentre i proiettili delle granate esplodevano vicino alle casematte interrate. Gli uomini in blu potevano udire tra una esplosione e l’altra il rullare del tamburo che chiamava alla difesa estrema la guarnigione confederata.

    Osservando meglio attraverso la lente del suo cannocchiale Robert Gould Shaw poteva ora distinguere chiaramente come gli inservienti nemici stavano preparando i grossi pezzi d’artiglieria che da lì a poco avrebbero rovesciato sulla prima ondata d’assalto del suo reggimento, un vero inferno. Come un macchinista paonazzo e sudato che spala carbone, gli inservienti della guarnigione caricavano i cannoni dandoci dentro come degli ossessi.

    Ogni tanto una granata sparata dai cannoni amici colpiva qualcuno sugli spalti del forte subito sostituito da un altro. Shaw volle restar solo con se stesso; si avviò verso il bagnasciuga, respirò forte a più riprese facendo entrare lo iodio nelle narici. Era un tramonto fresco e quel vento oceanico che tagliava la faccia gli sembrò qualcosa di incredibile c’era la guerra ma la natura continuava il suo corso, se non ci fosse stato quel frastuono di artiglieria sarebbe stato un meraviglioso crepuscolo, un normale crepuscolo come tutti i giorni. Robert si accorse che il suo cavallo lo aveva istintivamente seguito fino al bagnasciuga. Lo accolse e lo accarezzò per l’ultima volta poi gli diede una manata sul posteriore, facendo in modo che se ne andasse libero per sempre. Gruppi di giornalisti lo stavano osservando da una duna di sabbia più alta delle altre, armati solo di taccuini e ansiosi di raccontare all’America quello che sarebbe accaduto.

    Gli uomini del 54° lo aspettavano. Alcuni si mordevano il labbro, altri pregavano sottovoce, altri ancora respiravano forte per combattere la paura, altri ancora stringevano le dita della mano sul fucile come per prendere energia combattiva. Molto giorni erano passati da quando Shaw, dopo essere piombato nel magazzino della sussistenza mandando tutto all’aria, si era presentato ai suoi superiori protestando contro il mancato arrivo degli approvvigionamenti per la sua truppa. Li aveva minacciati ed aveva imposto loro delle condizioni. “O ci fate combattere o spiffero tutto ad una commissione d’inchiesta.” Era stanco delle facce incredule ed un po’ ironiche dei sui colleghi ufficiali i quali non credevano che un battaglione di ex schiavi potesse combattere in prima linea, era stufo per i continui rinvii della sussistenza che negava divise e scarpe nuove per i suoi uomini.

    Quegli uomini avevano sì sostenuto un addestramento durissimo svolto da sergenti d’acciaio irlandese, ma addirittura combattere! Quegli ex schiavi al massimo potevano sfilare in parata per far felici gli abolizionisti. Li avrebbero visti marciare per le vie di Boston o Filadelfia, avrebbero sventolato “Old Glory e sarebbero tornati a casa felici e contenti.

    Ma il vento era cambiato all’improvviso, le minacce dell’ufficialino avevano sortito il loro effetto. Il 16 luglio del 1863 il 54° si schierava in battaglia affrontando per la prima volta la potente cavalleria sudista a James Island. Le giacche grigie sbucarono dalla foresta caricando ma furono accolti dal fitto fuoco di fucileria del reggimento di ex schiavi che li costrinse alla ritirata lasciando sul campo molte perdite. I confederati ci riprovarono qualche minuto dopo con la fanteria ma il 54° non era arretrato di un passo lanciandosi poi all’arma bianca. Come gatto sul topo i soldati di colore avevano avuto la meglio ed il coro degli Hurrah aveva salutato la ritirata dei sudisti. Ora Fort Wagner era laggiù minaccioso con la sua guarnigione disposta a vincere o morire.

    Quando Shaw ritornò dai suoi uomini i piccoli tamburini erano stati fatti allontanare da l’ poco ci sarebbe stato l’assalto. Al comando di Shaw il 54° iniziò l’avvicinamento al forte a “passo accelerato” in campo aperto su una striscia di sabbia che permetteva il passaggio di un solo reggimento alla volta.

    Subito le granate iniziarono a cadere copiose su quei uomini sollevando colonne di sabbia e spazzando via molti soldati. A quel punto Shaw diede l’ordine di arresto, si affrettò a cercare un riparo dietro le dune per contenere le perdite aspettando il favore dell’oscurità. Non appena le prime ombre della sera sopraggiunsero, Shaw ordinò l’assalto agli spalti del forte. Nell’oscurità i soldati percorsero di corsa urlando con la baionetta innestata i metri che li separavano da Fort Wagner, molti venivano colpiti e dilaniati dalle granate, alcuni saltavano letteralmente in aria, altri perdevano chi una gamba chi un braccio…

    Con uno sforzo supremo Shaw ed i suoi uomini riuscirono a portarsi a ridosso degli spalti e con un’azione disperata iniziarono a scalare le dune, sugli spalti ad aspettarli c’erano gli uomini della guarnigione del forte che iniziarono il tiro al piccione. Molti del 54° cadevano e in quel frangente Shaw venne colpito mortalmente ricadendo all’indietro, rotolando giù da quella duna di sabbia e terriccio così faticosamente scalata.

    Non appena videro il loro colonnello cadere gli altri si inerpicarono con rinnovato vigore fin dentro gli spalti del forte, ingaggiando un terribile corpo a corpo con i difensori e per qualche minuto la bandiera stellata sventolò su Fort Wagner ma un grosso pezzo d’artiglieria spazzò i soldati dell’avanguardia e fu la fine. Il 54° aveva perduto un terzo dei suoi effettivi un qualcosa di simile sarebbe accaduto su dimensione più vaste durante l’attacco della divisione Pickett a Gettysburg.

    Quando qualche giorno dopo i soldati blu rinnovarono l’attacco non udirono alcun fuoco di risposta dagli spalti del forte e lo spettacolo che si presentò ai primi ufficiali che entrarono dentro Fort Wagner fu quello di un luogo deserto. I sudisti lo avevano abbandonato ripiegando su Fort Sumter e le fortezze verso l’interno del territorio. Quanti morti per nulla!

    Quello di Robert Gould Shaw fu un vero e proprio sacrificio per lui e tutti gli uomini del 54°.

    ***

    Durante il conflitto furono duecentomila i soldati di colore arruolati come volontari nelle file dell’Unione.

    ***


    Sono stati artefici anche del famoso salvataggio di un battaglione dell'esercito circondato per giorni e giorni dagli indiani a beecher Island

  8. #8
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    In Origine postato da tigermen
    Gli Americani sono stati i primi a togliere lo schiavismo in seguito alla disfatta delle forze confederate; l'oppressione contro i non bianchi era dovuta all'impossibile controllo dei coloni Europei nelle terre del Nordovest.
    Nell'allora politica yankee sono da ricercare le radici dell'attuale politica USA.
    Ufficialmente, la guerra di secessione scoppiò quando alcuni Stati del Sud decisero di uscire (ma la libertà gli yankees l'hanno sempre intesa a senso unico).

    Due buoni motivi per "difendere" i diritti dei negri (come oggi si difendono quelli degli irakeni):

    - la presenza di manodopera negli Stati del Sud impediva ai nordisti di vendere loro le proprie macchine.

    - la soppressione dello schiavismo avrebbe inondato il mercato del lavoro e fatto abbassare i salari.

  9. #9
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    In Origine postato da +HELIACVS+
    Nell'allora politica yankee sono da ricercare le radici dell'attuale politica USA.
    Ufficialmente, la guerra di secessione scoppiò quando alcuni Stati del Sud decisero di uscire (ma la libertà gli yankees l'hanno sempre intesa a senso unico).

    Due buoni motivi per "difendere" i diritti dei negri (come oggi si difendono quelli degli irakeni):

    - la presenza di manodopera negli Stati del Sud impediva ai nordisti di vendere loro le proprie macchine.

    - la soppressione dello schiavismo avrebbe inondato il mercato del lavoro e fatto abbassare i salari.
    Come al solito la verita' ufficiale sulla guerra civile americana
    e' una mistificazione.

    La guerra civile americana scoppia perche' il Nord constata che se vuole davvero decollare economicamente deve impedire al Sud
    di acquistare in Europa i prodotti di cui ha bisogno e che paga con la vendita di prodotti agricoli ( cotone soprattutto ).

    La tensione sale giorno per giorno ed il Sud teme un attacco del Nord.
    Il Nord VUOLE la guerra ma non vuole sparare per primo.Approfitta di un modesto incidente ( Fort Sunter - Charleston - South Carolina) per dare la colpa ai Confederati di avere loro sparato per primi inaugurando cosi' un brevetto che servita' agli USA molte altre volte e cioe' provocare tanto che alla fine qualcuno spara .

    Tra l'altro con il Nord c'erano pure cinque Stati schiavisti.Lo schiavismo tra l'altro era ormai alla fine naturale e dopo poco tempo anche questa scusa per fare la guerra sarebbe finita
    per estinzione.

 

 

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