Manuale a uso degli skin per essere veramente considerati tali

di Pierangelo Buttafuoco



Roma. In un manuale a uso degli skin per essere realmente considerati tali, il primo capitolo da scrivere è quello che sgombera il campo dagli equivoci. Gli skin - tanto per cominciare- non hanno pregiudizi contro gli omosessuali e non tanto perché a Milano, pochi giorni or sono, uno di loro s’è caricato due viados per farsi pure violentare (oltretutto senza riceverne dopo neppure la solidarietà di Fini che, politicamente corretto com’è, la riserva solo ai democratici), non tanto perché lo skin costituzionalmente è amorale, ma per rispetto a quel grande amore che ci fu tra Adolf Hitler e Rudolph Hess, il che è un po’ come dire Achille e Patroclo, guerriero con guerriero, polemos con eros, cose che poteva capire solo quell’aspirante grande (e conseguentemente aspirante nazi) di Luchino Visconti che effettivamente lo capì perpetuando il mito della bestia bionda attraverso Helmut Berger, cose da estetica virile (altro che Arcigay), faccende adatte a masculi mistici pratici di marchette e di letteratura classica.

Lo skin a modino, infatti, non va dalla Verusio dove andranno tutti i ragazzi dei Centri Sociali, ma frequenta i frammenti eraclitei, i saggi di Giorgio Colli, i libri di Rudolph Otto, gli spartiti di Louis-Ferdinand Céline e quelli di Bach (non Richard Wagner o Gustav Mahler, aggiornatevi!), ovviamente Martin Heidegger e perfino Massimo Cacciari che quando evita di disquisire fumosamente sulla politica, si fuma tutte le disquisizioni della filosofia.
Il vero naziskin non si prende mai sul serio altrimenti sarebbe un democratico. Evita accuratamente, il vero naziskin, qualsiasi inflessione dialettale triveneta, piuttosto parla lucano. Lo skin - rapato o no - non è il peggiore dei nemici possibili, però ci va vicino, e per questo non deve farsi grossolanamente catalogare tra gli scimmioni dell’eversione promozionale di regime. Un naziskin non può dunque farsi indottrinare su cosa deve dire e su come deve essere dalla Digos e magari poi restarsene all’addiaccio e aspettare sotto casa gli ipotetici nemici da picchiare.

E a proposito di religione, un vero nazi-skin, il professore di religione, mai l’avrebbe picchiato. Il vero naziskin, tanto per dirla tutta, picchia mai, e non per spirito di servizio nei confronti dell’umanità che meriterebbe più di un calcio nel sedere, ma giusto per non fare un servizio all’umanità di cui sopra che ha sempre tanta voglia di strumentalizzare ogni azione skin. Inutile dire, poi, che la polizia politica è sempre disinformata e troppo digiuna di teoretica ed estetica per offrire un minimo di bagaglio ai giovanissimi antagonisti e quando durante le deliziose serate trascorse in birreria arrivano i più saputi che cominciano a fare discorsi contro l’immigrazione, sulla purezza dei valori occidentali, ogni skin deve chiedere loro numero di matricola e caserma di appartenenza perché è cosa risaputa che l’unico sbocco geopolitico skin è l’Oriente. Solo gli skin stipendiati possono sognarsi di praticare (pensare o solo vagheggiare) l’antisemitismo. Meno che mai fare propaganda contro i fratelli islamici. Se vale la memoria storica, allora deve valere anche il contrario.

Nel frattempo che arrivavano a Berlino i carri armati sovietici, c’erano ottomila ragazzi palestinesi (Yasser Arafat compreso) tra le schiere degli eserciti di Hitler. Qualcosa vorrà dire. Gli skin che picchiano un turco poi, fanno un doppio errore blu perché migliori skin dei Lupi Grigi non ce ne sono mai stati. La cosa verrebbe considerata contraddittoria dal camerata armeno, ma non si può accontentare tutti.

Inutile sottolineare che il vero naziskin deve essere rigorosamente anticristiano. I sigilli dei lefevriani e dei vedovi di Pio V come rivendicazione di un pestaggio sono griffe usurpate da palazzi del potere. Per converso, il vero naziskin venererà rigorosamente San Gennaro, Santa Rosalia, Sant’Agata, Santa Lucia, Santa Nuzza e Sant’Antonino. Facoltativo il culto del San Paolino da Nola inventore delle campane: esso passa attraverso l’Andrej Rublëv dell’Immortale Tarkovskij, vero esempio di camerata sovietico (un pagano non conosce la cristiana distinzione tra venerare e adorare, conosce solo il venerare; un pagano che passa davanti all’edicola di un dio non si prostra, ma saluta e passa).

Il vero skin porta le basette oppure non le porta affatto. Ogni skin sa come fabbricare da sé la sua stessa ombra. Nella culla dello skin alberga il sorriso del lupo. Lo skin d’autore ha già perso troppa vita per potersi permettere di farsi fottere. Chi picchia, dunque, è sempre uno messo a libro paga di servizi vari e gli skin veri, infatti, hanno caro l’insegnamento del Demonio: “Mai dare prova della propria esistenza”.