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    Thumbs up L'ultimo album di de Gregori

    Bon.....io vado sul classico: il nuovo album di De Gregori "Pezzi"



    Si intitola semplicemente “Pezzi”(Columbia / Sonymusic), il nuovo album di inediti di Francesco De Gregori in uscita il prossimo 25 marzo, a quattro anni di distanza da “Amore nel pomeriggio”. Un titolo volutamente privo di chiavi di lettura, inappellabile: forse (forse) uno scarno riferimento ad un mondo sgangherato e feroce che nessuna politica sembra più poter salvare. “Vai in Africa Celestino!”, il primo dei dieci titoli che compongono l’album è, nelle parole del suo autore, “una canzone sull’antinferno e sul libero arbitrio” e verrà proposto come singolo alle radio dall’11 marzo. Un lavoro che si preannuncia sorprendente per l’immediatezza dei suoni e degli arrangiamenti che appaiono più che mai figli della dimensione live, la prediletta dall’artista: “E’ la prima volta”, dichiara De Gregori, “che un mio disco suona esattamente come suonerà dal vivo con la mia band”. Un lavoro che per la sua spietata sincerità, per la tensione emotiva che lo percorre e per l’urticante realismo dei testi non poteva che riappropriarsi di un linguaggio ormai decisamente rock, lontano dall’estetica pop come da qualsiasi tentazione cantautorale. Tanti “pezzi” di un puzzle che nell’ascolto si compongono e scompongono velocemente al ritmo serrato di una voce sempre più corrosiva e di un’ispirazione che proietta una fortissima luce di novità su dieci canzoni destinate ancora una volta a lasciare il segno.

  2. #2
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    Intervista al cantautore, il cui album, "Pezzi", esce venerdì
    Una carrellata di immagini sulla società che va in frantumi
    De Gregori: "Il mio disco
    su un mondo di orrori"
    di GINO CASTALDO


    ROMA - Altero, rigoroso, Francesco De Gregori detto il Principe, ci riceve nella sua bella, bianchissima, casa romana per parlarci del suo nuovo album, dal titolo Pezzi, in uscita venerdì prossimo. Il disco parte con la canzone omonima ed è come una carrellata di immagini su un mondo che va in frantumi.

    Ma allora, De Gregori, il mondo che lei vede sta proprio cadendo in pezzi?

    "La canzone è nata in dieci minuti. Avevo in testa da tempo l'idea di fare una canzone su un mondo in pezzi, con un vago riferimento a uno spunto di Dylan, esattamente al pezzo Everything is broken, avevo un taccuino dove annotavo pezzi di qua pezzi di là, poi mi sono messo al pianoforte e ho trovato il giro armonico, anche l'idea di Celestino l'avevo in testa, sì il riferimento è a Papa Celestino, rappresenta il rifiuto della politica, che poi pervade un po' tutto il disco. Non vuol dire che smetto di pensare o di votare, ma adesso è solo un dovere a cui mi sottopongo con disciplina".

    E' un disco spietato, durissimo...

    "Sì lo so, alcune canzoni sono terribili, bambini soldato sepolti in piedi, feriti fucilati, immagini terribili, ma è l'idea che dà la televisione quando mostra la strage di Beslan. Più che spietato, è il riflesso di come va il mondo. Certo, avrei potuto fare un disco parlando della mia vita sentimentale, ma non era quello che volevo. Non so se si possa definire un disco neorealista, forse sì, anche se ci sono delle visioni, e anzi originariamente il titolo doveva essere proprio 'Visioni'".

    In una canzone dice: "Se potessi rinascere ancora preferirei non rinascere qua". E allora, se potesse, dove le piacerebbe rinascere?

    "Se potessi rinascere nell'Italia in cui sono nato io, non cambierei: il dopoguerra, la politica della riconciliazione ancora tutta da fare, l'entusiasmo, verso il boom inteso non solo come consumo materiale ma come una società in cui qualcuno avrebbe fatto un film come "Il sorpasso", quell'Italia non la cambierei. Oggi non so, forse in Africa, meglio ancora in Grecia, ad Atene".

    Un po' come il reduce Gambadilegno della canzone omonima, che dice, "sogna Atene"...

    "Si ricorre in questa canzone perché ricorre in me: Atene come culla della democrazia della civiltà, della pace, in contrapposizione con Sparta che significava la guerra. Atene era l'invenzione di nuove idee, immaginiamoci i vecchi che passeggiano a discutere di filosofia, beh non sarebbe bello rinascere lì?".

    In questa dura osservazione del mondo arriva anche Betlemme. Cos'è la culla di Gesù o l'ennesimo luogo dell'umana tragedia?

    "L'idea di una canzone su Betlemme, ce l'avevo da un sacco di tempo. Ogni anno facciamo il nostro presepe e citiamo un luogo di cui oggi non abbiamo più cognizione, la Betlemme di oggi quando la sentiamo nominare non ha più riferimenti con la Betlemme mitologica che ogni anno evochiamo come luogo di nascita del cristianesimo, della pace. Nella canzone invece c'è questo soldato che si trascina sulla sabbia, ferito. In realtà questo disco è pieno di parole, mi rendo conto, ma se sta in piedi, secondo me, è per il suono. È un capitolo diverso, ci sono arrivato per gradi attraverso dischi dal vivo, alcuni criticati, altri criticabili, ma che a me sono serviti ad arrivare a una sonorità che dieci anni fa me la sarei sognata. Molti di questi pezzi saranno esattamente così anche dal vivo".

    Che è successo, si diverte di più a suonare oggi?

    "Sì, da alcuni anni. Lavorando da cinque o sei anni con gli stessi musicisti succede che non pensi più che stai suonando. Io del resto venivo dal Folkstudio dove suonavo da solo con la chitarra ed ero completamente responsabile di quello che accadeva, un atteggiamento prediscografico, e me lo sono portato appresso per dieci, quindici anni. La Rca mi consigliava dei turnisti, io cercavo di spiegare più o meno quello che volevo, e mi accontentavo subito. Quando la canzone era finita e c'era un vago suono dietro la mia voce, per me andava già bene. M'importava solo che arrivasse il messaggio che 'Niente c'era da capire'".

    Però, riascoltando Rimmel non è così vago, anzi...

    "Sì, Rimmel fu un disco anomalo, c'era un suono, però poi sono tornato indietro. Mi concentravo troppo sulle parole, cantavo male".

    Beh, De Gregori, adesso non esageri, non si butti troppo giù...

    "Credo di sì, o comunque so che me ne fregavo. Vivevo con una certa angoscia il fatto di non controllare le tecnologie. Oggi è tutto diverso. Dagli e dagli ho imparato".

    Però rimane un'ispirazione dylaniana, almeno in alcuni pezzi?

    "Sì, certo, ma se proprio dovessi dire, credo che dovrei pagare in un paio di pezzi un debito a Leonard Cohen".

    Pensando alla recente autobiografia di Dylan, non le è mai venuto in mente di scrivere altro dalle canzoni?

    "Poesie proprio no, perché mi viene naturale scrivere versi in forma di canzone, e neanche un romanzo. Mi piacerebbe pensare tra dieci anni o più, quando andrò in pensione e non riuscirò più a salire e scendere le scale che qualcuno mi dica: senti, scrivi un romanzo su, che so, Alassio, e io che non so niente di Alassio vado lì per un anno, in una bella casa sul mare, e solo in cambio del fatto che per un anno sto ad Alassio, scrivo un bellissimo romanzo, oppure un bruttissimo romanzo su Alassio che nessuno comprerà".

    E neanche un'autobiografia alla Dylan?

    "No, lui ha molto da raccontare, non s'è perso niente, e poi il ruolo dei musicisti in America è centrale, molto più importante che da noi, e non per colpa degli artisti italiani. Da noi c'è una specie di embargo da parte della cultura ufficiale, ed è una cosa che col passare del tempo trovo sempre più insopportabile. Il primo comicaccio che fa un libro diventa un intellettuale, molto più di quelli come me che fanno canzoni".

 

 

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