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    Predefinito Il Custode di Terra Santa & la settimana Santa a Gerusalemme

    24 Marzo 2005
    Gerusalemme: la Croce distrugge i muri della paura
    di Bernardo Cervellera

    Conversazione con p. Pierbattista Pizzaballa, ofm, Custode di Terra Santa.

    Gerusalemme (AsiaNews) – Gerusalemme, il luogo della Croce, è la città dove si assapora la vicinanza di Dio, ma anche l’abisso della violenza, delle pretese dell’uomo. Segnata dall’amore, la città è anche segnata da muri e divisioni, dalla paura fra israeliani e palestinesi, fra ebrei, musulmani e cristiani. La città santa è un luogo dove segni di morte convivono a fianco di segni di risurrezione. P. Pierbattista Pizzaballa, 40 anni, francescano Custode di Terra Santa, ha accettato di conversare con AsiaNews sulla missione della minoranza cristiana nei luoghi di Gesù e sul bisogno che essa ha di essere sostenuta da tutte le chiese del mondo.

    Come si vive la Settimana Santa in questa terra dove Gesù è morto e risorto?

    Per la prima volta dopo tanto tempo, quest’anno Gerusalemme è piena di pellegrini. Fra le strade piene di fedeli da tutto il mondo, c’è un clima di festa e di preghiera, che si era smarrito a causa della Seconda Intifada e delle violenze israeliane. Le celebrazioni pasquali qui a Gerusalemme hanno sempre un clima speciale di religiosità e di attenzione. C’è anche un accavallarsi di riti e cerimonie che si richiamano fra di loro: la Pasqua ebraica, la Pasqua cattolica, la Pasqua ortodossa. Quest’anno le date sono distanti fra di loro, ma di solito vi è un intreccio di riti ebraici, orientali, latini.

    Pasqua a Gerusalemme è un avvenimento del passato o ha significato per l’oggi?

    C’è differenza fra chi è cristiano e chi non lo è. Il Venerdì santo noi lo viviamo con profonda partecipazione, emozione, con solidarietà alle sofferenze di Cristo, al dolore e le ingiustizie nel mondo. Poi fai 10 passi e ti trovi fuori in una società che non sa, che continua la sua vita. Per noi è un tempo eccezionale, per loro banale vita quotidiana. Non è una critica a musulmani o agli ebrei: solo ci rendiamo conto che questo evento così centrale e fondante per noi, lascia altri totalmente indifferenti. In Europa – anche se in modo scontato - questi giorni sono segnati dalla festa; qui ci è chiesta un’attitudine diversa. Capisci che questo Cristo che muore in croce, che è fonte della mia salvezza, è fonte di salvezza per loro, anche se non lo sanno. Questo mi spinge ad essere più fedele e innamorato, testimone di un fatto avvenuto proprio qui, pur rispettando la loro fede e la loro storia. È come portare una piccola croce: noi doniamo la presenza di Gesù nella nostra passione interiore.

    Per tutti i cristiani Gerusalemme è il punto di inizio della fede. Eppure Gerusalemme è anche un abisso amaro per l’umanità: una guerra fra israeliani e palestinesi che dura da 100 anni; difficoltà di collaborazione fra cattolici e orientali… È forse una beffa? Un’ironia?

    Assolutamente no: Gerusalemme è il luogo dove Dio e l’uomo si sono incontrati. La bellezza di questa città sta nella meraviglia di quest’incontro. Essa è anche il luogo dove si assapora la distanza, l’abisso fra il disegno di Dio e la pretesa dell’uomo. Sembra una contraddizione, invece le due cose vanno insieme. A Gerusalemme non ci sarebbe una simile concentrazione di dolore, se non ci fosse stato il Cristo. Del resto, Cristo ha assunto tutto il dolore del mondo, e qui si vede proprio tutto il dolore del mondo.

    Quali segni di morte e di risurrezione si percepiscono a Gerusalemme?

    Vi sono ingiustizie, dolori, sofferenze che troviamo raccolte nella croce di Gesù. Ma tutte nascono da un dolore più a monte: la paura. Questo vale per israeliani e palestinesi, per ebrei, musulmani, cristiani. Noi cristiani ad esempio, parliamo tanto di riconciliazione, ma poi non siamo credibili.

    Questa paura ad accoglierci, ad aver fiducia l’uno dell’altro, porta a conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Gesù muore in croce in queste paure. Ma proprio lui, per dirla con san Paolo, è venuto a distruggere il muro di inimicizia (cfr Efes. 2, 14). La costruzione israeliana del Muro, è una grande ingiustizia: essa impedisce a tante persone di andare al lavoro, o a scuola. Nei palestinesi vi è un’ingiustizia di base, che è il non accogliere fino in fondo l’esistenza degli israeliani e il loro diritto a vivere in pace e nella sicurezza.

    Quanto ai segni di risurrezione, essi sono piccoli e non fanno rumore. E sono frutto della conversione del cuore, che per amore di Gesù, trasforma l’odio in amore. Un’insegnante di Betlemme, che lavora a Gerusalemme, mi ha detto che per molto tempo è stata sempre umiliata ai check point. Ad un certo punto ha deciso di non tenere più gli occhi bassi e odiare i soldati, ma di guardarli negli occhi, come suoi simili. E questo l’ha liberata.

    In mezzo alle violenze vi sono tanti movimenti laici e religiosi, di israeliani e palestinesi che, nonostante le barriere, vogliono continuare a incontrarsi. Vi sono poi tantissime persone che lavorano per i poveri, per i diritti umani, e pagano di persona per il loro impegno.

    Un altro segno di resurrezione sono i catecumeni. A Pasqua verranno battezzati due israeliani. delle mie vecchie comunità di lingua ebraica; saranno battezzati anche dei palestinesi, e poi molti thailandesi, srilankesi, filippini che sono qui a lavorare come badanti, muratori, domestici. A Gerusalemme la Chiesa è davvero la casa di tutti i popoli.

    Il Venerdì santo nelle chiese di tutto il mondo vi è sempre una colletta per la Terra Santa…A che serve questa raccolta?

    La prima colletta per Gerusalemme è stata voluta da san Paolo. Siamo perciò nella pura tradizione apostolica. La colletta è importante: essa esprime il fatto che Gerusalemme appartiene a tutti i cristiani del mondo. Qui in Terra Santa noi cristiani siamo una minoranza; da soli non riusciamo a sussistere. Per questo la Chiesa universale si sente in dovere di sostenerci. A cosa servono questi soldi? Certo a tenere in piedi e restaurare le strutture: chiese, scuole, imprese. Ma più del 60% vanno a progetti di sostegno per la popolazione cristiana. È stata la Congregazione vaticana per le Chiese orientali a dare quest’indicazione: usare la colletta per sostenere anzitutto le persone, poi le strutture.

    Un consiglio ai cristiani che vogliono venire a Gerusalemme…

    Grazie a Dio i pellegrinaggi stanno tornando. Il mio appello è che tutti vengano in Terra Santa perché è sicuro, e non vi sono pericoli. Venire in terra Santa è un modo per sostenere i cristiani locali, ma anche un modo per tornare alle radici della propria fede e andare al cuore del mistero che dà la vita al mondo.

    tratto da asianews.it





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    ecco un ritratto di Padre P.B. Pizzaballa il francescano custode dei luoghi santi di TerraSanta.


  3. #3
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    Cool Ecco un'altra intervista al Custode di Terrasanta sul tema della Pasqua a Gerusalemme

    Domenica 27 marzo 2005
    INTERVISTA
    Parla il Custode francescano padre Pierbattista Pizzaballa: «Dopo la sofferenza degli ultimi quattro anni in questi mesi siamo stati testimoni di tanti piccoli segni che ci rendono più facile guardare al futuro con gli occhi del Risorto»

    Terra Santa, la Pasqua della speranza

    «Con la presenza di tanti pellegrini in questi giorni le nostre comunità locali tornano a respirare un’aria normale. E questo è un fatto molto importante, perché aiuta a far rifiorire la vita»

    «Le ferite non si cancellano in un attimo. La pace ha bisogno di tempo: troppi soffrono ancora»

    Di Giorgio Bernardelli

    Hanno percorso la loro Via Dolorosa per quattro lunghissimi anni. Ma questa mattina di Pasqua è diversa, per i cristiani di Terra Santa. Come duemila anni fa i segni sono piccoli. E i fori dei chiodi sulla carne sono ancora ben visibili. Eppure c'è di nuovo una vita che prova a rinascere intorno al sepolcro vuoto. È la Pasqua 2005 che padre Pierbattista Pizzaballa, il Custode francescano di Terra Santa, ci racconta da Gerusalemme.
    Padre Pizzaballa, il mondo torna a guardare al Santo Sepolcro. Che cosa vi trova accanto quest'anno?
    «Pasqua è la festa della riconciliazione, la festa di Cristo Risorto, nostra speranza. E in questi ultimi mesi qui siamo stati testimoni di tanti piccoli segni di speranza».
    Ad esempio?
    «Un segno concreto, molto bello, proprio di questi giorni, è la maggiore presenza di pellegrini qui a Gerusalemme. Può sembrare una cosa banale, invece è molto importante. È così che ritorna la vita in Terra Santa. Anche da un punto di vista economico è fondamentale per molte famiglie locali poter accogliere i pellegrini. È vero, nei Territori, soprattutto in certe zone come Betlemme, la situazione è ancora molto difficile. Però anche lì oggi ci sono più permessi, si respira un'atmosfera nuova. Dal punto di vista politico, poi, l'Autorità nazionale palestinese ha preso iniziative molto importanti. E anche gli israeliani vedono come un motivo di speranza il fatto che si sia tornati a una relativa calma. Sono tutti semi che danno coraggio. E ci permettono di vivere questa Pasqua all'insegna di una speranza rinnovata».
    Ci saranno gesti particolari quest'anno a Gerusalemme?«I gesti sono quelli di sempre, ma oggi diventano particolari. Penso, ad esempio, alla processione della Domenica delle Palme: per anni è stata celebrata in tono minore. Domenica, invece, tutto è stato fatto con la solennità dei tempi d'oro. E così anche gli altri momenti della Settimana Santa. Tutto questo, dopo tanto tempo, torna a dare un'idea di nor malità. E questo per noi è un fatto molto importante».
    Come ricorda oggi le celebrazioni degli anni passati? La Pasqua del 2002, ad esempio, quando si respirava un clima tesissimo.
    «Il significato della Pasqua è sempre lo stesso. E io credo che abbiano avuto una grande forza anche le celebrazioni di quegli anni. Perché, soprattutto quando tutto intorno a te sembra buio, oscuro, chiuso, la Pasqua ti apre e ti rende libero. Ti insegna ad accentuare l'appartenenza a Cristo Risorto, che alla fine vince sempre».
    La speranza non chiude da sola le ferite: quali Vie Dolorose restano nella Gerusalemme di oggi?
    «È vero, le ferite restano aperte e per sanarle davvero ci vorrà molto tempo. Dobbiamo comprendere che occorreranno generazioni, gente che non abbia conosciuto la violenza e abbia una base solida di pace. Dunque le Vie Dolorose sono ancora tante. Ho in mente soprattutto le famiglie che nei Territori vivono al di là del muro, con poche prospettive di sviluppo economico: sono tagliate fuori dalla vita. Credo che la loro oggi sia la principale Via Dolorosa in Terra Santa».
    Lei è Custode ormai da un anno: che cosa le è rimasto più impresso di questi dodici mesi così densi di avvenimenti?«Ho in mente tre aspetti. Innanzi tutto l'incontro con tantissimi frati che, anche in condizioni umanamente difficili, operano con forte spirito di appartenenza e tanto entusiasmo. Questo per me è stato un grande segno di incoraggiamento. Poi l'incontro con la comunità cristiana locale: penso in particolare a quella di Betlemme, che ha sofferto tanto. Vederla così forte, motivata, convinta, e soprattutto così carica di voglia di fare è stato molto bello. Personalmente ho sempre un po' la paura che i nostri cristiani siano troppo abituati a ricevere; invece ho incontrato persone che hanno voglia di progettare il loro futuro, indipendentemente dalla realtà politica attuale. Infine, ed è il terzo aspetto, il grande interesse del mondo per la Terra Santa : ovunque vado incontro gente molto attenta - a volte fin troppo appassionatamente - a quanto avviene qui. Credo che siano tutte energie importanti da indirizzare e valorizzare al meglio».
    In questi giorni si è tornato a parlare anche dei confini definitivi di Gerusalemme. Quale futuro per la Città Santa?
    «Il punto fondamentale è che va garantita indistintamente la libertà di culto e di accesso ai Luoghi Santi. Ma deve essere anche chiaro che Gerusalemme è una città con un fortissimo valore simbolico per tutti. Quali che saranno le scelte politiche, se ne dovrà tenere conto. Andranno trovate forme anche fantasiose per far sì che ciascuno possa sentirsi davvero presente a Gerusalemme, rispettando però i diritti degli altri. Certo, nessuno può accampare diritti esclusivi».
    Lei conosce molto bene la società israeliana: come giudica il travaglio che sta accompagnando il percorso di avvicinamento al ritiro da Gaza?
    «Stiamo parlando di una svolta storica: si tratta di un ritiro sostanziale, non di togliere uno o due insediamenti. È, dunque, una scelta di principio, che sta lacerando. Tutto sommato credo che sia un momento positivo. E mi sembra che il mondo non lo stia seguendo con abbastanza attenzione. Israele sta cambiando: ci si sta ponendo domande fondamentali che sicuramente segneranno il futuro, anche a livello politico. Certo, poi ce ne dovranno essere altre. Ma questo è già l'inizio di un cammino che porterà lontano. E in questo percorso non dobbiamo lasciare soli gli israeliani».
    Vedendo il Papa l'altra sera durante il collegamento con la Via crucis al Colosseo veniva in mente l'ostinazione con cui, cinque anni fa, saliva i gradini stretti e ripidi del Calvario.
    «Credo che quell'immagine esprima molto bene i due volti della sua sofferenza. Da un lato c'è la vicenda umana, che lo costringe ogni giorno di più a sperimentare il limite. Ma dall'altro c'è la sua forza interiore che riesce sempre a superare ogni ostacolo, ad anda re oltre. Salendo quelle scale allora e con questa sua presenza di oggi, testimonia che la vera forza non viene da noi stessi, ma dal rapporto col Signore Risorto».

    tratto da Avvenire

 

 

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