di Arturo Diaconale
A Milano il Corriere della Sera abbandona il terzismo militante e si schiera a fianco di Romano Prodi nell’usare i toni più duri e truculenti per condannare le modifiche della Costituzione varate in Parlamento dalla maggioranza di centro destra. Per il quotidiano diretto da Paolo Mieli siamo alla “morte della patria bis”. E non è un caso, secondo una antica ed evidentemente mai dimenticata tradizione marxista-leninista, che il compito di affondare il coltello nella piaga governativa sia stato affidato al più moderato dei commentatori di via Solferino, Ernesto Galli della Loggia, esperto di morti della patria per essere stato tra i primi a sostenerlo a proposito dell’8 settembre del ’43. Chi si interroga sul perché della scelta di campo del Corriere della Sera parla di “dandismo ragionieristico di un establishment in declino”.Ma, forse e più semplicemente, si tratta di riflesso degli assestamenti azionari della Rcs. Chi ha vissuto e prosperato grazie all’assistenzialismo di stato pensa di poter superare le difficoltà dell’attuale fase economica ritornando ai vecchi sistemi così bene applicati in passato e rappresentati oggi da Romano Prodi. E parte all’assalto del Cavaliere e del centro destra calandosi metaforicamente lo stesso passamontagna indossato per l’occasione del leader del centro sinistra. Il tutto a dispetto del più elementare senso delle proporzioni. Se la devolution ed il premierato sono l’equivalente dell’8 settembre non rimane che salire in montagna ed imbracciare il mitra. Siamo, dunque, al massimo dell’esagerazione. Ed è proprio questa voluta esasperazione che rende evidente come la vera posta in palio per il Corriere non sia affatto la Costituzione ma solo la garanzia per i suoi azionisti di riferimento che il centro destra delle riforme venga al più presto sostituito dal centro sinistra della conservazione e del ritorno al passato. Il disegno, intendiamoci, è assolutamente legittimo. I nipotini di Agnelli, gli industriali senza futuro, i banchieri cresciuti all’ombra delle curie e della politica, non vogliono perdere i privilegi conquistati nel passato: le casse integrazioni continue, gli appalti a getto continuo da parte dello stato, la copertura di Bankitalia, le benedizioni di parte del Vaticano. Ma che bisogno c’è di tirare in ballo la patria e la sua presunta morte se gli interessi da difendere sono solo personali e di tipo rigidamente finanziario? Ognuno faccia la sua parte ed il proprio gioco. In democrazia la difesa dei propri interessi non è un atto criminale. Ma che tutto venga fatto con la massima trasparenza. E, soprattutto, che nessuno pretenda di prendere per fessi gli altri ammantandosi di sacri principi e valori. Il Corriere è il portatore mediatico di precisi interessi. Non è una bandiera di libertà!




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