di Antonio Moscato
Il 20 marzo Piero Fassino ha rilasciato a La Stampa un´importante intervista, in cui ha fatto un sorprendente elogio di Bush. Anche senza "stabilire un nesso automatico tra la guerra in Iraq e la democrazia" Fassino attribuiva alla "intransigenza nei confronti di chi nega la libertà" l´avvio di una nuova stagione di democratizzazione del Medio Oriente.
È stato subito elogiato da Peppino Caldarola in nome del "realismo": la "discussione senza pregiudizi sulla seconda amministrazione Bush" è tanto importante, che può anche far rischiare l´unità del centrosinistra ("l´analisi della realtà internazionale non è soggetta a trattativa" ha detto...). Ancora più entusiasta Umberto Ranieri, vicepresidente della commissione esteri della Camera, e da sempre esponente di punta dell´imperialismo italiano, che il giorno successivo ha detto al Corriere della sera che la guerra è sbagliata se "unilaterale", ma rimane lo strumento fondamentale per portare la democrazia: "La guerra può e deve essere soltanto uno degli aspetti di una più ampia strategia per combattere quei regimi dittatoriali che sono connessi con lo sviluppo del terrorismo, il vero incubo dall´11 settembre". Ranieri ha detto anche: "Bush non è il demonio, e io apprezzo il riconoscimento da parte di Fassino che il sostegno alla promozione della democrazia è un tema cruciale del nostro tempo".
Naturalmente Fassino ha ricevuto subito una raffica di elogi e di incitamenti ad "andare oltre" da gente come Pier Ferdinando Casini o Paolo Franchi (che gli ha dedicato un editoriale del Corriere), ma ha avuto anche l´avallo di Prodi, che dopo aver anguilleggiato un po´ cercando di non rispondere alle prime domande dei giornalisti sulla "svolta di Fassino", ha finito per ammettere che non ci sarebbe nessuna novità sensazionale: "Si tratta di riflessioni che sono già state espresse anche da me, ampiamente condivise". Con la sua solita ipocrisia Prodi ha cercato di ridurre la dichiarazione di Fassino al rifiuto di "demonizzare" gli Stati Uniti, asserendo che è "fondamentale per la nostra politica" creare con essi "un rapporto serio e costruttivo". La guerra e la pace non c´entrano... Si vota per la pace e si lasciano le truppe a far la guerra umanitaria a tempo indeterminato, infatti.
Questi elogi a Bush e queste dichiarazioni di buona volontà si basano sull´accettazione di una mistificazione: si afferma che in Iraq le truppe della coalizione hanno portato la democrazia, che si è espressa con la massiccia partecipazione alle elezioni. Peccato che non sia vero: i pochi giornalisti embedded rimasti a Bagdad sono stati portati dalle truppe occupanti a vedere e filmare 5 (cinque!) seggi elettorali su molte migliaia, e hanno registrato cifre di partecipazione al voto totalmente fantasiose (prima un 72%, poi un 59% ugualmente incredibile, specie se comparato con le percentuali di votanti negli USA. Giustamente l´Unità ha ripubblicato i comunicati trionfali che nell´estate del 1967, pochi mesi prima della grande offensiva vietnamita del Tet che assediò la stessa ambasciata USA a Saigon e conquistò la ex capitale imperiale Hué, dichiaravano una inverosimile percentuale dell´83% di votanti nelle elezioni farsa, e annunciavano l´imminente soluzione del problema del Vietnam con la formazione di un solido governo appoggiato dal popolo.
Per esaltare le "novità" di Bush, Fassino e i suoi compari devono fare per giunta una ricostruzione del passato assolutamente inverosimile. Secondo loro oggi gli Stati Uniti si impegnano per la democrazia, mentre ai tempi di Kissinger i repubblicani appoggiavano le dittature militari in America Latina. Fassino e soci forse immaginano che Kissinger chiamasse dittature quella cilena o quella argentina, o quella portata in Guatemala fin dal 1954 per proteggere gli interessi della United Fruit? Neanche per niente, le sostenevano "in nome della libertà", e consideravano i crimini di quei regimi la risposta necessaria al pericolo del "comunismo internazionale", come oggi i regimi feudali del Medio Oriente o quelli grotteschi e mostruosi degli ex comunisti che governano Kirghizistan, Kazachistan ecc. sono pilastri nella lotta al "terrorismo internazionale". Basta che concedano graziosamente basi militari e petrolio, e sono lavati da ogni peccato. Come ieri i Pinochet o i Videla.
La contrapposizione tra repubblicani e democratici emersa in questo pseudo dibattito del centrosinistra per elogiare Bush, che sottintende questo pensiero: "credevamo che fosse cattivo quando è stato rieletto, sconfiggendo il nostro caro "soldato Kerry", ma è risultato migliore dei repubblicani di una volta", è per giunta fuorviante. Molte delle peggiori guerre e aggressioni statunitensi sono state fatte sotto presidenti democratici. Sono utilissimi per questo alcuni libri recenti: due sono stati scritti da Giampaolo Valdevit (Stati Uniti e Medio Oriente dal 1945 a oggi, Carocci, Roma, 2003 e I volti della potenza. Gli Stati Uniti e la politica internazionale nel Novecento, Carocci, Roma, 2004), mentre un altro, dello stesso taglio, estremamente utile per capire le diverse fasi della politica estera degli Stati Uniti, è di un giovane ricercatore napoletano, Raffaele Nocera, Stati Uniti e America Latina dal 1945 ad oggi, Carocci, Roma, 2005.
Ma agli smemorati consigliamo come promemoria anche Peter Scowen, Danni collaterali, prefazione di Sandro Curzi, Vallecchi, Firenze, 2004. Scowen è un giornalista canadese, molto legato alle vicende statunitensi (una sorella scampò fortunosamente all´attentato alle Due Torri, e lo ha spinto a indagare su di esso), e ha raccolto documenti preziosi sulla "difesa della democrazia" da parte degli Stati Uniti (ad esempio ricostruisce su fonti della stessa CIA come fu organizzato il golpe del 1953 contro il premier iraniano laico e riformista moderato Mossadeq). Danni collaterali era apparso in Francia col titolo Il libro nero degli Stati Uniti, non utilizzabile in Italia perché erano apparsi già due libri diversi con questo stesso titolo.
A Piero Fassino si potrebbe consigliare anche il notevole volume di John Mearsheimer, La logica di potenza. L´America, le guerre, il controllo del mondo, prefazione di Sergio Romano, Università Bocconi Editore, Milano, 2003, sempre per avere un´idea un po´meno ingenua e fantasiosa del passato.
Recensiremo comunque più dettagliatamente questi libri recenti, qui elencati solo per segnalarne l´esistenza ai nostri lettori.
Quanto al presente e al futuro degli Stati Uniti, è molto utile un nuovo libro di Chalmers Johnson, Le lacrime dell´impero. L´apparato militare-industriale, i servizi segreti e la fine del sogno americano, Garzanti, Milano, 2005, di oltre 400 dettagliatissime pagine. Chalmers Johnson, che è uno specialista statunitense di estremo oriente, aveva già scritto un bellissimo Gli ultimi giorni dell´impero americano pubblicato negli Stati Uniti nel 2000 (apparso in Italia nel 2002, sempre da Garzanti), per molti aspetti profetico, dato che un anno prima dell´attacco alle Due Torri prevedeva i "ritorni di fiamma", i contraccolpi, della politica imperialista degli Stati Uniti. E oggi ritiene che l´11 settembre sia uno di questi "contraccolpi". La sua tesi di fondo è che la sovraesposizione degli Stati Uniti, che hanno almeno 725 basi militari istallate in 120 paesi, segno apparente di una potenza illimitata, contiene invece in germe le premesse del loro declino, esattamente come altri imperi, da quello spagnolo nel XVII secolo a quello britannico nel XIX, si sono indeboliti proprio quando erano al massimo della loro espansione, e hanno cercato di contrastare il loro declino utilizzando la loro ancora notevole forza militare. Ma questo è un libro che non serve ai Fassino o ai Ranieri, serve molto di più a noi, per vincere la possibile disperazione di fronte all´apparente onnipotenza degli Stati Uniti, con i loro tanti "stati-canaglia" complici (da Israele al Pakistan, dalla Colombia all´Arabia Saudita), e con tanti aspiranti servitori che in ogni paese li giustificano e li corteggiano.
www.erre.info
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