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    Predefinito Spiritualità delle vette

    Kailas: la Montagna Sacra
    di Alessandro Pellegatta

    Il Kailas è il luogo sacro che ha influenzato maggiormente la cultura indiana: la sua influenza valica gli stessi confini geografici dell'India ed è presente in tutta l'Asia.
    Attraverso un affascinante viaggio all'interno delle strutture archetipali dell'immaginario, è infatti possibile riconoscere il mito del Kailas nelle grotte di Ellora, così come nelle ‘shikhara’ (torri) del Khajuraho, nei ‘chorten’ del Tibet, o nelle pagode birmane, thailandesi e cambogiane, o nei templi di Bali o negli stupa-mandala di Borobudur in Indonesia...

    La prima volta che mi sono misurato con il mito del Monte Kailas fu nel Rajasthan, la regione desertica posta a nord-ovest dell'India, e precisamente ad Ajmer: città non bella ma da vedere per almeno due ragioni, una delle quali è la visita al famoso tempio jainista di Nasiyan.
    Nel tempio di Nasiyan, in un grande salone a due piani, è illustrata la rappresentazione del mondo secondo la mitologia jainista. Al centro dell'enorme plastico - che pare sia stato realizzato utilizzando oltre 800 chilogrammi di oro e svariate pietre preziose - campeggia il monte Kailas (che la mitologia induista identifica col Monte Meru), la Montagna del Mondo. Adinath, il primo Tirthankara (Santo) del jainismo, si dice abbia raggiunto il nirvana proprio al Kailas (chiamato dai jainisti ‘Ashtàpada’). Al tempio si recano in pellegrinaggio gli ‘Svetambara’, religiosi vestiti di bianco, e intere famiglie poverissime (e probabilmente semi-analfabete) che rimangono letteralmente stupefatte.

    “V'era, un tempo, un picco del Monte Meru famoso nel trimundio. Questo picco traeva la sua discendenza dal Sole ed era chiamato Luminare; era ricco di ogni sorta di gemme, incommensurabile, inaccessibile a tutte le genti. Là, sul pendio montano adorato d'oro e di minerali, il dio Shiva stava assiso come su un divano, rifulgendo di intenso splendore...”(dal ‘Mahabharata’).

    Tornano alla mente le solitarie pietraie intorno al Kailas, dove visse Milarepa, cibandosi di sole ortiche e radici e vestendosi di cotone nei rigori estremi del clima tibetano, grazie alla sua capacità di generare il ‘tumo’, il calore interiore che si sviluppa attraverso la meditazione. Milarepa non possedeva nulla e si sottopose a privazioni tremende. Lo stesso spirito di Milarepa anima l'ascetismo attuale del jainismo, i cui seguaci sono strettamente vegetariani e fanno penitenza digiunando.
    Durante il mese sacro del Pajoshan i jainisti non consumano verdura in foglia, radici e acqua non bollita. Nell'ultimo giorno di penitenza chiedono perdono per avere offeso una qualsiasi creatura vivente. I ‘Digambara’ (‘vestiti di spazio’), in prevalenza monaci, trascorrono l'esistenza in un'ascesi totale, completamente nudi, rinunciando a tutti i beni terreni, mentre gli ‘Svetambara’ (‘vestiti di bianco’) indossano una mascherina che, coprendo la bocca, serve ad evitare di inalare accidentalmente gli esseri viventi...
    Lo stesso Gandhi sentì in modo particolare l'influsso degli insegnamenti jaina. Aveva accettato l'Ahisma, l'arte del non far male, come base della sua politica e della sua vita; si accontentava di una semplice copertura ai lombi e poteva digiunare fino alla morte (presso i jaina, il suicidio per fame rappresenta la massima vittoria dello spirito sulla cieca volontà di vivere...). I jainisti possono pertanto riconoscerlo come uno dei loro Jina, il ‘conquistatore’, uno dei grandi Maestri a cui - come essi ancora credono - il fato ha ordinato di apparire a intervalli regolari per illuminare il popolo dell'India e del Mondo intero, l'incarnazione del Grande Spirito che periodicamente diventa carne per redimere...


    Immagine tratta dal sito http://www.earth.ox.ac.uk/

    Come è possibile che il Kailas, una montagna di appena 6000 metri, sia considerata così importante, quando ve ne sono di ben più alte e imponenti nella catena himalayana? Quali sono le ragioni che fanno del Kailas la montagna più sacra del mondo? Cosa contribuisce a fare di questa montagna un archetipo così radicato nell'inconscio collettivo dell'intero continente asiatico, a migliaia di chilometri di distanza dalla catena himalayana, fino ad Angkor e Borobudur ?

    “L'Illuminato dice in verità che questa montagna di neve è l'ombelico del mondo...Qui si può raggiungere la Perfezione trascendente”. Dall'altopiano intorno al Kailas nascono il Gange, l'Indo, il Suthej ed il Brahmaputra. Sulle sue pendici cresce la famosa e mitica ‘soma’, la bevanda della non-morte, l'elisir di lunga vita che va raccolta nelle notti di luna piena e a cui sono stati dedicati ben 120 ‘Veda’, le antiche scritture sacre dell'India. La fase più antica dell'Induismo è rappresentata dalla religione Vedica (c. 1500 a.C.), durante la quale gli indiani veneravano divinità ritenute originariamente ‘mortali’, che si credeva avessero raggiunto l'immortalità bevendo, appunto, il succo divino della ‘soma’.
    Recenti studi, avvalorati dalle letture dei ‘Rig Veda’, hanno accertato che dal Kailas sgorgava il Sarasvati, un fiume descritto come ‘enorme’ intorno al quale si sviluppò la civiltà vedica e che dopo un'eccezionale periodo di siccità durato per 300 anni (dal 2200 al 1900 a.C.) si disseccò completamente nelle sabbie desertiche del Thar.
    La riscoperta del Sarasvati è davvero rivoluzionaria, in quanto contraddice le tradizionali teorie sulla cruenta invasione degli Ariani. Secondo recenti scoperte, illustrate da Olga Amman e Giulia Barletta in un affascinante libro (‘Tibet sconosciuto’, Armando Dadò Editore, Locarno 1994), gli Ariani non possono essere le presunte tribù di razziatori che avrebbero distrutto la cosiddetta ‘civiltà dell'Indo’ intorno al 1500 a.C., come hanno finora ipotizzato gli accademici. Questa civiltà sarebbe scomparsa col prosciugamento del Sarasvati, la ‘Madre dei fiumi’, che abbandonò l’antico letto a seguito di violentissimi terremoti e ripetuti movimenti tettonici accompagnati a sconvolgimenti climatici, perdendo i suoi affluenti (tra cui il Gange) e dissolvendosi nel deserto verso Occidente.

    Il Kailas è al centro del mitico ‘Chaturdvipa’, il continente-mondo visto come un fiore di loto a quattro petali della cosmogonia vedica, ed è venerato da quattro religioni. Per l'Induismo, come sopra illustrato, è il regno di Shiva, il dio del ‘Lingam’ (fallo) e delle pratiche ascetiche, il grande Distruttore e Trasformatore. Per il Buddismo è la dimora di Sanvara, una manifestazione irata di Sakyamuni, ritenuta l'equivalente di Shiva. Il Jainismo venera il Kailas, in quanto il suo primo santo (Adinath, appunto) lì raggiunse il nirvana. L'antica religione ‘bòn’ del Tibet vede in esso la montagna dalla svastica a nove piani, sulla quale scese dal cielo il fondatore. Si racconta che Milarepa un giorno venne sfidato da uno sciamano ‘bònpo’ a salire sulla cima del Kailas. Lo sciamano raggiunse effettivamente la vetta, ma quando si accorse che Milarepa - che camminava ‘sul vento’ - era già lì, si lasciò sfuggire di mano il suo tamburo magico che, cadendo, tracciò quella lunga linea verticale che contraddistingue il versante sud-est della montagna.

    Dalla stilizzazione della figura del Kailas e del suo ‘jojoba’, l'albero sacro da cui sgorga il Gange, hanno preso forma, oltre alle torri-pagode (dette ‘Meru’) dell'Indonesia e le splendide ‘shikhara’ (torri) del Khajuraho (vicino a Benares), gli stessi ‘stupa buddisti’.
    Il devoto che si cimenta (sempre in senso orario!) nella ‘pradakshina’ di un Grande Stupa - che poi è la stessa immagine del Buddha - compie teoricamente anche il ‘parikrama’ del Kailas. Con molta probabilità, il pellegrinaggio intorno al Kailas, impegnando severamente ogni individuo, dovrebbe ottenere un coinvolgimento emotivo maggiore, e quindi risultati spirituali più profondi. Ma non è detto che uno ‘stupa’ e soprattutto il Grande Stupa di Sanchi, nell'India centrale, innalzato su una collina suggestiva e immersa nella quiete, non susciti il medesimo effetto. In fondo, tutto dipende dalla disposizione d'animo della persona: anche un viaggio al Kailas può risultare inutile e vano...

    Il Kailas non è solo una montagna. E' una montagna con una sua ‘personalità’. Vibra di arcano, di miti e simboli, è lì che ti parla. Devi solo accettare il suo invito, e uscirai mutato dall'esperienza. Come con ogni montagna, bisogna passarle accanto percependone il sussurro, riconoscendo la sacralità dei luoghi e la sottile presenza del ‘genius loci’: bisogna avvicinarla con rispetto, tendendo l'orecchio alla sua voce più profonda, cercando di indirizzare lo sguardo oltre la realtà più scontata.

    “O Madre Terra, ogni passo che facciamo su di Te dovrebbe essere fatto in modo santo...”, diceva Alce Nero, il grande sciamano sioux.

    Kailas: la Montagna Sacra

    Dal sito INTRAISASS - INTOtheROCKS - Antersass Casa Editrice
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-11-09 alle 01:08
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  2. #2
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    MONTAGNE SACRE


    Il tema delle Montagne Sacre è uno dei principali archetipi di tutte le credenze religiose. Il loro asse verticale le lega al mitologico asse centrale del mondo (Axis Mundi). Oltre alle montagne naturali, ci sono anche innumevoli esempi di montagne artificiali, come i vari tipi di piramidi o i templi-montagna (es. Borobudur). Sulla cima delle montagne, naturali e artificiali, si trovano santuari e altari.

    Nell’antica Grecia il principale dio della montagna era Zeus, dio della pioggia e del fulmine. A lui erano dedicate quasi cento montagne, ma la sua dimora era indicata sul Monte Olimpo. In origine il Monte Olimpo sembra sia stato una montagna ideale, mitologica. Le prime epiche non danno riferimenti geografici sulla sua posizione, e solo in seguito sarebbe stato identificato con una specifica vetta. Nella Bibbia il monte più famoso è il Monte Sinai (chiamato anche Gebel Musa= “Monte di Mosè” e Har HaElokim = “montagna divina”), il luogo dove Mosè avrebbe incontrato Dio ricevendone le Tavole della Legge. L’identificazione ufficiale dell’odierno Gebel Musa con il Monte Sinai della Bibbia data al III secolo d.C.


    Il monte Sinai


    Il mitico Monte Qaf sarebbe nella tradizione araba la montagna cosmica che domina il mondo terrestre, definita anche la madre di tutte le montagne. Tutte le montagne sarebbero legate ad essa attraverso ramificazioni sotterranee, e quando Dio vuole distruggere una terra qualunque, ordinerebbe semplicemente ad una di queste vene di muoversi, scatenando un terremoto. Se il Monte Qaf non esistesse la terra tremerebbe costantemente, e nessuna creatura potrebbe viverci. Il Qaf, polo e centro del mondo, di colore verde smeraldo e con la base di puro smeraldo, costituirebbe il limite fra il mondo visibile e quello invisibile.

    In Tibet il Monte Kailash, una delle cime più alte dell’Himalaya, vicino alle sorgenti del Gange, è venerato e meta di pellegrinaggio per Hindu, Jains, Buddisti e seguaci del Bon, la religione shamanica pre-Buddista. Il Kailash viene identificato col mitologico Monte Meru, l’asse attorno al quale è centrato l’universo nonchè l’ombelico del mondo. Le sue radici affonderebbero nell’Inferno. Per gli Hindu è la residenza di Shiva, che vive sulla sua sommità. Il pellegrinaggio al Monte Kailash prevede anche la circumambulazione del monte stesso, che può impegnare da tre giorni fino a diverse settimane. La cupola dei templi indiani è spesso intesa rappresentare la forma del monte sacro.


    Il monte Kailash


    Ayers Rock, Uluru in lingua aborigena, simbolo di fertilità, è un enorme monolite di arenaria rossa, che si innalza 345 m. sulla circostante pianura desertica nel centro dell’Australia. Rappresenta l’enorme Serpente Arcobaleno dei regni dello spirito, disceso sulla Terra da un arcobaleno. Gli Aborigeni credono che là sotto ci sia una cavità dove ci sarebbe la sorgente di energia che chiamano Tjukurpa, il Tempo del Sogno o Tempo della Creazione, quando vivevano gli eroi ancestrali. Questi esseri ancestrali, giganti semi-umani dalla forma di uomini, piante o aminali, sorti da pozze d’acqua della terra, avrebbero formato il mondo con le loro attività.


    La formazione roccisa Uluru (Ayers Rock)


    Lo Sri Pada (= Sacre Orme), noto anche come Picco di Adamo, nelle giungle dell’Isola di Sri Lanka, è sacro per i fedeli di quattro delle principali religioni del mondo, Hinduismo, Buddismo, Islam e Cristianità, e precedentemente già sacro per le popolazioni aborigene locali, i Vedda. Deve il suo nome al fatto che sulla sua vetta si troverebbero delle orme gigantesche impresse nella roccia. Visitato anche da antichi viaggiatori come Marco Polo e Ibn Batuta, il Picco è ancora meta di numerosi pellegrinaggi. Sulla sua vetta si trova un piccolo Santuario che preserva la strana impronta. L’acqua piovana raccolta dall’orma è ritenuta avere miracolose proprietà curative. Per gli Hindu il monte si chiama Sivan Adi Padham, perchè sarebbe stata la danza di Shiva della creazione del mondo a lasciare l’orma. Secondo tradizioni Buddiste risalenti al 300 aC, l’orma vera, lasciata da Buddha durante la terza ed ultima delle sue leggendarie visite in Sri Lanka, si troverebbe al di sotto della pietra con l’impronta più grande, e sarebbe impressa su di un enorme zaffiro. I Portoghesi che giunsero sull’isola nel XVI secolo dichiararono invece che quella doveva essere l’orma di San Tommaso, che per primo avrebbe portato il Cristianesimo sull’Isola. Per gli Arabi infine sarebbe l’impronta di Adamo, che sarebbe stato per mille anni ritto su di un piede solo in punizione per il peccato originale. Dio lo avrebbe posto la per acclimatarsi al mondo dopo la cacciata dall’Eden, dato che quello sarebbe il luogo più vicino e più simile al paradiso. Quest’ultima connotazione del Picco compare anche in una leggenda originaria del luogo che dice che “da Seyllan al Paradiso ci sono quaranta miglia, e il suono delle fontane del Paradiso si può sentire da lì”.


    Il monte Sri Pada


    L’aspetto soprannaturale delle montagne risulta ancora più accentuato quando si tratta di vulcani. Anche questi vengono considerati dimora di dei o demoni, ma a differenza delle montagne, dove gli dei abitano le vette, qui gli esseri soprannaturali abitano al loro interno, e per questo i crateri vulcanici venivano considerati l’ingresso all’altro mondo. E’ noto che presso le civiltà precolombiane, polinesiane e indocinesi le divinità vulcaniche venivano propiziate con sacrifici umani. Il vulcano Kilauea (Hawai), impostato sul fianco del più grande Manua Loa, viene identificato con la dea dei vulcani Pele, figlia della Dea Terra Haumea, o con la sua dimora. Le eruzioni sarebbero causate da Pele nei suoi frequenti momenti di rabbia, e i terremoti dal suo pestare i piedi.


    Il vulcano Kilauea


    Il Monte Fuji (Fuji-yama) oltre ad essere la dimora degli dei era considerato la loro stessa incarnazione, e al tempo stesso ritenuto la porta di accesso all’aldilà. Originariamente sacro agli Ainu, gli abitanti aborigeni del Giappone, è oggi il principale luogo sacro degli Shintoisti, sacro alla dea Segngen-Sama il cui tempio si trova sulla cima. Deriva il suo nome dalla dea Buddista del fuoco, Fuchi, ed è meta di pellegrinaggio. Anche nel romanzo di Giulio Verne Viaggio al centro della Terra il viaggio inizia entrando dal cratere del vulcano islandese Sneffels.



    Il Fujiyama


    Luigi Piccardi – dal sito http://www.igg.cnr.it/

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  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Spiritualità delle vette

    non ci sono Montagne sacre qui in Italia?

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Eric Draven Visualizza Messaggio
    non ci sono Montagne sacre qui in Italia?
    Se per montagna sacra intendiamo un luogo "abitato" da forze trascendenti, portatore di… energia divina, non mi risulta. Diciamo che bisognerebbe accontentarsi del termine "sacro" in un margine un po' più ristretto...

    Approfitto per precisare che l'articolo che ho inserito non è certamente esaustivo. E' stato completamente dimenticato, per esempio, il Monte Athos, nella penisola Calcidica, dove da secoli convivono, in una ventina di monasteri, monaci ortodossi di diversa provenienza. La visita al Monte Athos è disciplinata da un regolamento molto rigido che consente l'ingresso a non più di dieci persone al giorno, ospitate nei vari monasteri. Alle donne è proibito l’accesso, ed è vietato portare qualsiasi oggetto che possa recare disturbo all'equilibrio spirituale e contemplativo della comunità.



  5. #5
    direttamente dall'Inferno
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    Predefinito Riferimento: Spiritualità delle vette

    mi risultava che il divieto di accesso alle donne all'Athos fosse stato cancellato,peccato non ci sia più il forum ortodosso,per una conferma...

    quindi in Italia niente montagne sacre. peccato

  6. #6
    Ritorno a Strapaese
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    Predefinito Riferimento: Spiritualità delle vette

    Citazione Originariamente Scritto da Eric Draven Visualizza Messaggio
    mi risultava che il divieto di accesso alle donne all'Athos fosse stato cancellato,peccato non ci sia più il forum ortodosso,per una conferma...

    quindi in Italia niente montagne sacre. peccato
    Forse il Gargano:giagia:
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 23-11-09 alle 14:46
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Eric Draven Visualizza Messaggio
    mi risultava che il divieto di accesso alle donne all'Athos fosse stato cancellato,peccato non ci sia più il forum ortodosso,per una conferma...
    Ho fatto una ricerca in rete, ma non ho trovato conferme, anzi. Per esempio, in un articolo del Corriere del 27 agosto 2008, si legge: "L'ultimo baluardo dell'isolamento «analogico» è caduto. Anche il Monte Athos, il ministato religioso chiuso al mondo esterno, da qualche giorno è connesso al Web. Una svolta epocale per l'entità teocratica indipendente dove ancora oggi sono vietate le visite di donne... [...]"

    http://www.corriere.it/cronache/08_a...4f02aabc.shtml

    Ci vorrebbe Padre Silvano per informazioni più precise... :giagia:

  8. #8
    direttamente dall'Inferno
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    Predefinito Riferimento: Spiritualità delle vette

    mah,un paio di vecchi forumisti ortodossi mi pare di averli visti in giro,però evidentemente non ritengono utile chiedere la riapertura del forum ortodosso

  9. #9
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    Massimo Centini

    MONTAGNA, PONTE SACRO TRA TERRA E CIELO


    II legame altura-sacro è così radicato nell'esperienza dell'uomo da trovare una forte affermazione anche in culture molto lontane nel tempo e nello spazio. Sulla montagna la divinità si rivela: di questa straordinaria apparizione noi abbiamo serbato un'atavica eco, che ci induce a considerare l'ascesa come un'esperienza nella quale si conserva un "quid" di misticismo.

    È un'atmosfera certamente ben nota e importante, brillantemente descritta con un taglio accattivante nella mostra "Verso l'Alto. L'ascesa come esperienza del sacro", allestita nel forte di Bard, in Valle d'Aosta (fino al 30 agosto 2009). Una rassegna che "racconta", con orientamento antropologico, la spiritualità insita nella spinta a salire: un'ascesa che induce alla ricerca di qualcosa che assomiglia all'assoluto, ma che nello stesso tempo consente di guardare dentro sé. […]



    Himalaya


    Le montagne, sede degli dèi e degli eroi, sono poi diventate un universo che il folklore di molti Paesi ha trasformato nel caleidoscopico territorio popolato da fate, uomini selvatici e folletti. Le caratteristiche fisiche della montagna, il corpus di mitologia popolare mai estinta e la persistenza di motivi tradizionali pagani hanno fatto sì che intorno ai rilievi si addensasse un'aura di inquietudine e di mistero. In fondo, la montagna è stata da sempre un luogo in continua tensione tra la sacralizzazione e la demonizzazione, tra il bene e il male. In essa si combinano istanze anche molto diverse, che danno forma ad una dimensione in cui le vicende più complesse dell'immaginario possono incontrare un'apparente opportunità per concretizzarsi. Per certi aspetti, la montagna diventa una sorta di "terra di mezzo", una specie di diaframma tra il mondo degli uomini e lo spazio di Dio e degli esseri superiori ai mortali; il percorso ascensionale che la caratterizza può quindi essere letto come una sorta di tracciato iniziatico, un dedalo che è indispensabile attraversare per riuscire a raggiungere un livello più alto.

    Abbiamo così un ulteriore collegamento con il tema dell'elevazione, che trova precise risonanze nell'architettura religiosa: dal menhir alla piramide, dalla ziqqurat allo stupa, fino ai campanili delle nostre chiese, il desiderio di realizzare una struttura che possa diventare una specie di "collegamento" tra la terra e il cielo è evidentissimo, secondo la continuità di una tradizione iconografica che non presenta nessun cedimento simbolico, anzi mantiene inalterata la propria profondità da tempi atavici. Le testimonianze archeologiche riferite ai periodi in cui la morsa delle ultime glaciazioni aveva iniziato il suo repentino allentamento, lasciando nuovi spazi di conquista verso le vette, confermano come gli uomini del Neolitico e poi dell'Età dei Metalli in particolare, avessero la necessità di celebrare quel dio che abitava le zone inaccessibili della montagna. Molte incisioni rupestri e altri documenti (piccoli agglomerati litici, tracce di culti ecc.) attestano la frequentazione abbastanza assidua delle pendici montane, quando l'uomo era ancora impegnato ad elaborare una sorta di linguaggio con il quale cercare di mettersi in contatto con le divinità, padrone assolute della natura e delle sue molteplici forze.

    Tutte le civiltà hanno divinizzato una o più montagne, che via via hanno acquisito un ruolo rilevante all'interno delle singole tradizioni mitico-religiose. Dal Monte Albanus, sulla cui cima sorgeva un tempio dedicato a Giove, fino al noto Olimpo greco, al Parnaso, all'Elicona: montagne della classicità ben conosciute, poiché ampiamente descritte dalla tradizione mitologica e diventate un modello per molte culture seguenti. Anche le religioni orientali hanno trovato nel rilievo un valido elemento per sottolineare l'importanza dell'ascesa come fatto iniziatico: ad esempio il monte Meru della tradizione vedico-brahmanica, dimora degli dèi, identificato con il Kailasa (6700 m) del Tibet occidentale; o ancora la catena del Kunlun cinese da cui, secondo la leggenda, discese il primo imperatore.


    Kunlun

    In generale, il tema dominante delle tradizioni costruite intorno alla montagna è quello della salita, del viaggio faticoso verso la vetta. Su un piano materiale, l'ascesa diventa così espediente per impossessarsi di poteri straordinari, rintracciare tesori nascosti, o conquistare quanto all'uomo normalmente è negato. Nella montagna sono quindi presenti "premi" per quanti hanno trovato la forza di superare i loro simili (forza che può essere naturale o ottenuta con il contributo degli dèi o di creature mitiche), entrando così nello spazio degli immortali, dei privilegiati. Ma tra questo spazio e il mondo degli uomini ci sono ostacoli naturali (geomorfologia dell'ambiente enfatizzata dalla tradizione orale), o creature mitiche che, in modo diverso, cercano di rendere più difficile la salita.

    La montagna è in fondo un altro mondo, un universo ancora sconosciuto dove lo spazio e il tempo stravolgono i loro rapporti, per creare un'atmosfera in cui la realtà e l'immaginario si fanno incredibilmente vicini. La leggenda trova nei luoghi elevati un proprio territorio deputato, un humus sempre fertile sul quale si è sedimentato un materiale narrativo molto vario che nell'essenzialità descrittiva, in più occasioni, fa riferimento ad una realtà localmente verificabile. E così, la montagna di un certo luogo entra ufficialmente nella storia locale, spesso per non uscirne mai più.

    Ad osservare globalmente l'atteggiamento dell'uomo moderno nei confronti dell'altura, constatiamo che la montagna può essere il luogo di mostri e di creature impossibili, ma anche il diaframma che consente di percepire emozioni profonde, che facilita la definizione della trascendenza, o che permette all'animo sensibile di vivere l'esperienza poetica ed estetica. Mentre nel Settecento si affermava la ricostruzione scientifica dell'ambiente montano, che prendeva forma nella cartografia, nelle prime ricerche sui ghiacciai, nella scoperta delle Alpi da parte degli scienziati, fu poi il Romanticismo ad assegnare una dignità estetica alla montagna. Erano gli anni della poesia che si mutava in esperienza di vita: il luogo elevato sosteneva così la dinamica mitopoietica che si mutava in "materiale" artistico per pittori e scrittori. Emblematica la definizione fornita dall'artista e teorico dell'arte John Ruskin: "Grandi cattedrali della terra, con i loro cancelli di roccia, pavimenti di nuvole, cori di torrenti e pietre, altari di neve, e volte di porpora attraversate da una seminagione di stelle".

    In continua tensione tra l'orrido e il sublime, la visione della montagna ha mantenuto, fino a tempi recenti, un'aura dominata da un sottile e impenetrabile velo di sacralità. Una sacralità che traspare anche quando semplicemente passeggiamo sui sentieri delle "nostre" montagne. Ci pare così di ritornare indietro nel tempo: in tempo in cui alpinisti e valligiani, ad esempio, seguendo le tracce di un capriolo "memorizzate" nella neve, erano capaci di conoscere quelli che sarebbero stati i moti del cielo nei giorni a venire. Sapevano capire l'andamento delle stagioni, traendo auspici e cogliendo certezze scavate nel vento come le voci degli antichi profeti.

    Massimo Centini - Il Giornale dei Misteri n° 451 (luglio 2009)

  10. #10
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    Predefinito Rif: Spiritualità delle vette

    Julius Evola

    Meditazioni delle Vette

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