Massimo Centini
MONTAGNA, PONTE SACRO TRA TERRA E CIELO
II legame altura-sacro è così radicato nell'esperienza dell'uomo da trovare una forte affermazione anche in culture molto lontane nel tempo e nello spazio. Sulla montagna la divinità si rivela: di questa straordinaria apparizione noi abbiamo serbato un'atavica eco, che ci induce a considerare l'ascesa come un'esperienza nella quale si conserva un "quid" di misticismo.
È un'atmosfera certamente ben nota e importante, brillantemente descritta con un taglio accattivante nella mostra "Verso l'Alto. L'ascesa come esperienza del sacro", allestita nel forte di Bard, in Valle d'Aosta (fino al 30 agosto 2009). Una rassegna che "racconta", con orientamento antropologico, la spiritualità insita nella spinta a salire: un'ascesa che induce alla ricerca di qualcosa che assomiglia all'assoluto, ma che nello stesso tempo consente di guardare dentro sé. […]
Himalaya
Le montagne, sede degli dèi e degli eroi, sono poi diventate un universo che il folklore di molti Paesi ha trasformato nel caleidoscopico territorio popolato da fate, uomini selvatici e folletti. Le caratteristiche fisiche della montagna, il corpus di mitologia popolare mai estinta e la persistenza di motivi tradizionali pagani hanno fatto sì che intorno ai rilievi si addensasse un'aura di inquietudine e di mistero. In fondo, la montagna è stata da sempre un luogo in continua tensione tra la sacralizzazione e la demonizzazione, tra il bene e il male. In essa si combinano istanze anche molto diverse, che danno forma ad una dimensione in cui le vicende più complesse dell'immaginario possono incontrare un'apparente opportunità per concretizzarsi. Per certi aspetti, la montagna diventa una sorta di "terra di mezzo", una specie di diaframma tra il mondo degli uomini e lo spazio di Dio e degli esseri superiori ai mortali; il percorso ascensionale che la caratterizza può quindi essere letto come una sorta di tracciato iniziatico, un dedalo che è indispensabile attraversare per riuscire a raggiungere un livello più alto.
Abbiamo così un ulteriore collegamento con il tema dell'elevazione, che trova precise risonanze nell'architettura religiosa: dal menhir alla piramide, dalla ziqqurat allo stupa, fino ai campanili delle nostre chiese, il desiderio di realizzare una struttura che possa diventare una specie di "collegamento" tra la terra e il cielo è evidentissimo, secondo la continuità di una tradizione iconografica che non presenta nessun cedimento simbolico, anzi mantiene inalterata la propria profondità da tempi atavici. Le testimonianze archeologiche riferite ai periodi in cui la morsa delle ultime glaciazioni aveva iniziato il suo repentino allentamento, lasciando nuovi spazi di conquista verso le vette, confermano come gli uomini del Neolitico e poi dell'Età dei Metalli in particolare, avessero la necessità di celebrare quel dio che abitava le zone inaccessibili della montagna. Molte incisioni rupestri e altri documenti (piccoli agglomerati litici, tracce di culti ecc.) attestano la frequentazione abbastanza assidua delle pendici montane, quando l'uomo era ancora impegnato ad elaborare una sorta di linguaggio con il quale cercare di mettersi in contatto con le divinità, padrone assolute della natura e delle sue molteplici forze.
Tutte le civiltà hanno divinizzato una o più montagne, che via via hanno acquisito un ruolo rilevante all'interno delle singole tradizioni mitico-religiose. Dal Monte Albanus, sulla cui cima sorgeva un tempio dedicato a Giove, fino al noto Olimpo greco, al Parnaso, all'Elicona: montagne della classicità ben conosciute, poiché ampiamente descritte dalla tradizione mitologica e diventate un modello per molte culture seguenti. Anche le religioni orientali hanno trovato nel rilievo un valido elemento per sottolineare l'importanza dell'ascesa come fatto iniziatico: ad esempio il monte Meru della tradizione vedico-brahmanica, dimora degli dèi, identificato con il Kailasa (6700 m) del Tibet occidentale; o ancora la catena del Kunlun cinese da cui, secondo la leggenda, discese il primo imperatore.
Kunlun
In generale, il tema dominante delle tradizioni costruite intorno alla montagna è quello della salita, del viaggio faticoso verso la vetta. Su un piano materiale, l'ascesa diventa così espediente per impossessarsi di poteri straordinari, rintracciare tesori nascosti, o conquistare quanto all'uomo normalmente è negato. Nella montagna sono quindi presenti "premi" per quanti hanno trovato la forza di superare i loro simili (forza che può essere naturale o ottenuta con il contributo degli dèi o di creature mitiche), entrando così nello spazio degli immortali, dei privilegiati. Ma tra questo spazio e il mondo degli uomini ci sono ostacoli naturali (geomorfologia dell'ambiente enfatizzata dalla tradizione orale), o creature mitiche che, in modo diverso, cercano di rendere più difficile la salita.
La montagna è in fondo un altro mondo, un universo ancora sconosciuto dove lo spazio e il tempo stravolgono i loro rapporti, per creare un'atmosfera in cui la realtà e l'immaginario si fanno incredibilmente vicini. La leggenda trova nei luoghi elevati un proprio territorio deputato, un humus sempre fertile sul quale si è sedimentato un materiale narrativo molto vario che nell'essenzialità descrittiva, in più occasioni, fa riferimento ad una realtà localmente verificabile. E così, la montagna di un certo luogo entra ufficialmente nella storia locale, spesso per non uscirne mai più.
Ad osservare globalmente l'atteggiamento dell'uomo moderno nei confronti dell'altura, constatiamo che la montagna può essere il luogo di mostri e di creature impossibili, ma anche il diaframma che consente di percepire emozioni profonde, che facilita la definizione della trascendenza, o che permette all'animo sensibile di vivere l'esperienza poetica ed estetica. Mentre nel Settecento si affermava la ricostruzione scientifica dell'ambiente montano, che prendeva forma nella cartografia, nelle prime ricerche sui ghiacciai, nella scoperta delle Alpi da parte degli scienziati, fu poi il Romanticismo ad assegnare una dignità estetica alla montagna. Erano gli anni della poesia che si mutava in esperienza di vita: il luogo elevato sosteneva così la dinamica mitopoietica che si mutava in "materiale" artistico per pittori e scrittori. Emblematica la definizione fornita dall'artista e teorico dell'arte John Ruskin: "Grandi cattedrali della terra, con i loro cancelli di roccia, pavimenti di nuvole, cori di torrenti e pietre, altari di neve, e volte di porpora attraversate da una seminagione di stelle".
In continua tensione tra l'orrido e il sublime, la visione della montagna ha mantenuto, fino a tempi recenti, un'aura dominata da un sottile e impenetrabile velo di sacralità. Una sacralità che traspare anche quando semplicemente passeggiamo sui sentieri delle "nostre" montagne. Ci pare così di ritornare indietro nel tempo: in tempo in cui alpinisti e valligiani, ad esempio, seguendo le tracce di un capriolo "memorizzate" nella neve, erano capaci di conoscere quelli che sarebbero stati i moti del cielo nei giorni a venire. Sapevano capire l'andamento delle stagioni, traendo auspici e cogliendo certezze scavate nel vento come le voci degli antichi profeti.
Massimo Centini - Il Giornale dei Misteri n° 451 (luglio 2009)