Negli ultimi due secoli il Cristianesimo è stato fatto oggetto, quasi ininterrottamente, di dileggi e attacchi da parte di governi atei, anticlericali o dichiaratamente anticristiani. Decine di milioni di fedeli sono stati perseguitati e uccisi solo per le proprie convinzioni religiose, tanto da fare del Novecento il secolo dei martiri per eccellenza. Nella maggior parte dei paesi occidentali, però, le élite politiche e intellettuali secolarizzate hanno osteggiato il Cristianesimo con mezzi più sottili: non ricorrendo alla persecuzione diretta ma utilizzando una retorica subdolamente ammantata di liberalismo, che fa leva su principi a prima vista plausibili come la libertà di coscienza, la separazione tra Stato e Chiesa, la neutralità delle istituzioni, l’aconfessionalità dello Stato o il pari trattamento di tutti i credi, capovolgendone però il fine e il significato.

I cattolici, e i cristiani in genere, sono finora apparsi in difficoltà di fronte a questo armamentario polemico, e non sono riusciti a contrastarlo efficacemente. Hanno quindi permesso che a poco a poco, in nome della laicità e della separazione tra Stato e religione, quest’ultima venisse prima marginalizzata e poi espulsa dagli spazi pubblici. In Europa e negli Stati Uniti le cronache riportano sempre più di frequente casi in cui nelle scuole, per legge o per sentenza giudiziaria, vengono soppresse le festività cristiane e vietate le preghiere, le letture della Bibbia, le rappresentazioni del crocifisso e della Natalità, le recite natalizie o addirittura il consumo a merenda delle tradizionali brioche a forme di croce (è successo in Inghilterra); di recente in Francia, in un liceo di Tolone, è stato imposto al cappellano dell’istituto di non indossare la tonaca, mentre in Germania il tribunale amministrativo del Baden-Wuertenberg ha vietato il velo alle suore dentro gli edifici scolastici. Vi sono stati inoltre numerosi casi di allontanamento dei simboli e delle espressioni religiose cristiane dalle strade e dalle piazze (in alcune città statunitensi il divieto ha colpito i presepi all’aperto nei giorni natalizi), dagli ospedali, dalle università, dalle aule di giustizia: fece scalpore, nel 2003, l’episodio del giudice americano Roy Moore, sospeso dall’incarico per aver fatto mettere davanti all’entrata del tribunale di Montgomery, in Alabama, una lapide con i Dieci Comandamenti, rimossa per ordine della corte suprema federale.

Separazione Stato/Chiesa

Davvero i cristiani sono tenuti ad accettare tutto questo in nome del “liberalismo” o della “sana laicità”? La risposta è negativa, per una serie di buone ragioni politiche e filosofiche. Occorre innanzitutto prendere atto del fatto che nelle nostre società è in corso una guerra culturale dichiarata dagli ideologi progressisti, i quali sono intenzionati a cancellarne i retaggi cristiani; e in secondo luogo rendersi conto che l’ispirazione di questa kulturkampf non ha niente in comune con il pensiero liberale. Il liberalismo nasce infatti durante l’età moderna come dottrina esplicitamente antistatalista, per difendere le tradizioni, le comunità e gli individui minacciati dal processo di centralizzazione assolutistica del potere; l’ideologia laicista, all’opposto, sorge con l’obiettivo rivoluzionario di annientare, a favore dello Stato, le istituzioni sociali spontanee e intermedie della società civile, viste come residui di un passato oscurantista. Se dunque i liberali autentici come John Locke, Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville, Frédéric Bastiat o Lord Acton chiedevano la libertà di coscienza e la separazione tra lo Stato e la religione allo scopo di destatalizzare il più possibile la società, permettendo che fiorissero indisturbate tutte le sue espressioni culturali e religiose, il fine dei moderni laicisti è quello di statalizzare interamente la società per imporle la propria ideologia “progressista”.

La strategia laicista si svolge in due fasi: in un primo tempo si individua un settore della società civile dove la religione è ancora forte e influente e lo si mette sotto il controllo statale, o lo si nazionalizza tout court; a questo punto si passa alla fase due: si afferma che lo Stato deve essere laico e non confessionale, e che per questo motivo la religione va espulsa dal settore nazionalizzato: tutti coloro che si oppongono vanno denunciati, senza mezze misure, come dei pericolosi sostenitori della teocrazia. Ecco quindi realizzata, alla giacobina o alla sovietica, la separazione tra Stato e Chiesa. L’impostura è evidente: se lo Stato finisce per assorbire tutto, la “separazione tra Stato e Chiesa” diventa di fatto uno strumento non per separare, ma per estromettere la religione dagli ambiti sociali in cui era spontaneamente già presente. I liberali classici, che volevano uno Stato ridotto al minimo, auspicavano la separazione (non solo dalla religione ma possibilmente da tutto, compresa l’economia e la cultura) perché erano contrari al monopolio religioso di Stato. Ma questa è cosa del tutto diversa dalla richiesta di espulsione delle manifestazioni religiose dagli spazi pubblici! Occorre infatti tenere conto che, senza interferenze statali, in un paese dove la popolazione è in maggioranza cristiana la religione ha per forza di cose un’ampia visibilità pubblica nell’arte e nell’architettura, nei programmi scolastici, nelle trasmissioni televisive, nella festività, nelle processioni o nelle ricorrenze, come naturale espressione della società. Lo Stato non ha il diritto di forgiare la società diversamente da come essa è, vietando e cancellando tutto questo, neanche in nome della separazione e della laicità. Il campo dove il programma laicista di “secolarizzazione mediante la statalizzazione” è stato attuato con più decisione, per la sua importanza strategica nella guerra culturale, è ovviamente quello della scuola. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento nel Regno d’Italia, nella Germania bismarckiana e nella Terza Repubblica francese gli istituti privati e religiosi vennero assoggettati al controllo statale, per consentire ai governi di propagandare indisturbati le nuove ideologie positiviste, secolari e nazionaliste. Oggi in tutti i paesi dell’Occidente, compresi gli Stati Uniti, la scuola statale è un moloch ultrasindacalizzato caduto nelle mani dei progressisti, i quali se ne servono per inculcare nelle nuove generazioni le ideologie politically correct.

Secondo la prospettiva laicista, condivisa purtroppo anche da molti che si dichiarano “liberali”, l’esposizione del crocifisso, l’insegnamento della religione o la critica dell’evoluzionismo nelle scuole pubbliche rappresenterebbero delle gravi lesioni alla “laicità dello Stato” o alla neutralità verso ogni credo religioso. Su queste basi avviene che, periodicamente, i governi progressisti minaccino di cancellare del tutto l’ora di religione (l’ultimo in ordine di tempo è stato il governo spagnolo di Zapatero) e che qualche zelante giudice imponga la rimozione del crocifisso, come nel noto caso della scuola elementare di Ofena, in Abruzzo. Nello stesso tempo, però, l’ideologia laicista considera perfettamente legittimo che nelle scuole statali vengano diffuse (come di fatto avviene) le dottrine dello statalismo, del multiculturalismo, del terzomondismo, del femminismo, del marxismo, dell’ambientalismo, del New Age, dell’anticristianesimo militante, dell’edonismo, del permissivismo, del nichilismo. Poiché queste filosofie “politicamente corrette”, a differenza del Cattolicesimo, non sono classificabili formalmente sotto la voce “religione”, non metterebbero a rischio la laicità dello Stato o la neutralità della scuola pubblica. È evidente che, con questo espediente di comodo, i sostenitori dei valori cristiani tradizionali partono fin da subito svantaggiati, e saranno sempre costretti a lottare con una mano legata dietro la schiena. Oltretutto anche le ideologie progressiste propagandate nelle scuole statali rappresentano, in ultima analisi, delle visioni religiose del mondo: cos’è infatti l’ambientalismo radicale se non una forma moderna di paganesimo che venera Gaia Madre Terra? E cos’è il marxismo, come numerosi studiosi hanno dimostrato, se non una perversa eresia millenarista cristiana? «E voi laicisti sareste i difensori della neutralità? Sareste quelli che non vogliono che lo Stato imponga dei valori? Ma non fatemi ridere!», ha avuto occasione di affermare il padre del libertarianism statunitense Murray N. Rothbard, impegnato in una dura polemica con i left-liberal proprio su questi temi.

La battaglia della scuola

Il carattere illiberale della concezione laicista della scuola pubblica può risultare chiaro dal seguente paragone. Supponiamo che, da domani, il governo decida di nazionalizzare tutte le testate giornalistiche. A questo punto i veri liberali dovrebbero chiedere energicamente il ripristino del libero mercato privato della carta stampata; nell’attesa, dovrebbero almeno pretendere che lo Stato non modifichi l’orientamento politico dei giornali statalizzati, e che lasci a ciascuno di essi la stessa libertà di stampa che godeva prima della nazionalizzazione. Questa più che legittima richiesta potrebbe però scontrarsi con la volontà laicista di estendere anche allo Stato Giornalista la regola della “laicità” e della “separazione tra Stato e Chiesa”, con conseguente epurazione o limitazione delle testate d’orientamento religioso. Lo scenario non è così assurdo, perché corrisponde esattamente a quello che i laicisti hanno fatto con la scuola.

Tutto questo mette in luce l’enorme difficoltà che incontra lo Stato moderno, per definizione omologante, uniformante e dispensatore di soluzioni centralizzate uguali per tutti, nel gestire le tante sfaccettature religiose e culturali esistenti nella società. Solo il libero mercato, anche nel campo dell’istruzione, presenta quella flessibilità capace di garantire ad ogni famiglia il tipo d’istruzione desiderato per i propri figli. I conservatori, liberali e i libertarian dovrebbero quindi battersi non per la laicità, ma per la privatizzazione della scuola. Se questa è politicamente impossibile da ottenere, la cosa migliore è che la scuola statale venga gestita nella maniera più rispettosa delle preferenze dei clienti e dei genitori, in maniera da avvicinarsi a quelli che potrebbero essere i probabili esiti di un libero mercato. Questo si realizza favorendo la massima decentralizzazione delle decisioni. Ad esempio, per quanta riguarda le questioni delle preghiere, del crocifisso o dell’insegnamento biblico, la soluzione più liberale non è quella di vietarli o renderli obbligatori dappertutto, ma di lasciare che a decidere siano di volta in volta le comunità locali o le singole scuole, o ancora meglio le singole classi: non il governo, il parlamento o la corte costituzionale. Purtroppo da questo orecchio i laicisti ci sentono poco, convinti come sono che la scuola sia (non si sa a quale titolo) un loro terreno di conquista. Ai genitori che desiderano per i propri figli un’educazione fondata sui valori tradizionali, anziché sulla controcultura progressista e secolare, non rimarrebbe allora altra strada che quella di “secedere” dal sistema scolastico pubblico. Negli Stati Uniti un numero crescente di famiglie, perlopiù religiose, ha scelto con ottimi risultati la via dell’homeschooling (l’insegnamento impartito a casa da insegnanti o dai genitori stessi) che lo stesso Murray N. Rothbard ha giudicato come il movimento più promettente, ispirato e libertario dell’America attuale.



Il Domenicale, sabato 5 marzo 2005
di Guglielmo Piombini