Storace, dove porta il cuore
ROBERTA CARLINI
Una regione governata col cuore, dice lo slogan della marcia lunga di Storace, partita da un anno a spese prima nostre e poi sue. Ma anche col portafoglio, che dentro i doppiopetti maschili spesso al cuore sono molti vicini. La versione moderna della destra romana e laziale è tutta in quel cuoricino tricolore, che ha affidato la fiamma ai creativi e l'immagine ai lifting; mentre a guardare dalle parti del portafoglio si ritrova tutto il vecchio. Non tanto il vecchio Msi, di fiamme e fasci; quanto la vecchia Dc, tutta appalti, spesa pubblica e trattativa privata. Quella che nei nefasti anni `80 affidava la cura dei suoi affari a Vittorio Sbardella detto «lo squalo». Solo che Sbardella, al contrario di Storace, non aveva uno staff per l'immagine. Né conosceva le cartolarizzazioni, nel cui massiccio uso è Storace è stato secondo solo a un altro personaggio che non ha mai amato: Giulio Tremonti.
Dove va la spesa
«Non mi interessano le agenzie di rating, ma le persone», ha detto Storace all'indomani dell'ultimo declassamento. Il Lazio, con un debito che nel 2003 sfiorava i 2 miliardi e mezzo (2.473.000.000 euro, contro i 1.508.000.000 del 2000), ha visto abbassarsi uno dopo l'altro i voti nelle pagelle della finanza, da parte di Standard & Poor's, Moody's, Fitch. Vuol dire che è diminuita la sua affidabilità come debitore. Il leader della destra sociale può fare spallucce di fronte al verdetto della perfida finanza mondiale, ma il governatore del Lazio non può ignorare di essersi messo nelle loro mani, avendo fatto schizzare in alto, nel suo quinquennato, deficit e debito. Nel 2003 - dati della Corte dei conti - il disavanzo della regione era a 445 milioni di euro; diviso per numero di abitanti fa 85 euro a persona: il più alto d'Italia.
Se tutte le regioni, tra patto di stabilità e tagli del governo centrale, hanno avuto difficoltà nei bilanci, il Lazio ha una serie di record da paura: primo nel deficit pro capite, primo anche quanto alla parte assorbita dalla sanità, primo nella spesa per farmaci. Se nella media nazionale la sanità pesa sulla spesa delle regioni per il 58%, nel Lazio sfiora il 65%. Tra le corsie la gestione Storace - affidata a due suoi uomini forti, Andrea Augello al Bilancio e Domenico Gramazio all'Agenzia regionale per la sanità - ha arato nel lungo solco del modello romano-vaticano, incentrato sulle convenzioni con le cliniche private: più soldi agli ospedali che al territorio (la proporzione è di 3 a 2), grande giro di business sugli accreditamenti, fatti senza gare né pubblici tariffari (si veda l'altro articolo in pagina). Non va meglio con la spesa farmaceutica, sulla quale è sparito ogni monitoraggio. Il ticket sulle ricette pesa per 10 euro a persona all'anno, ma non ha frenato le prescrizioni. Anzi, qui arriva l'altro record nazionale: quello della spesa per farmaci lorda pro capite, che nel 2004 supera i 300 euro (dati Osmed). Lo scostamento rispetto alla media nazionale segna un più 31%.
Come finanziare questa spesa crescente, mentre il governo per quanto amico lesina risorse? Il semplice ricorso al debito - attuato alla grande - non bastava. Così, mentre a livello politico nazionale Storace si opponeva alla linea Tremonti di finanza pubblica - guidando l'opposizione nel suo partito ai tagli dell'Economia e anche alle cartolarizzazioni delle case degli enti previdenziali - a livello locale ha seguito alla lettera le direttive del creativo Giulio, inaugurando la lunga serie delle cartolarizzazioni alla romana. Prima che Siniscalco lo facesse con i ministeri, è stato Storace a inaugurare la stagione del «sale and lease back», vendendo e riaffittando gli immobili degli ospedali. Cartolarizzati anche i futuri finanziamenti pubblici al sistema sanitario regionale: in sostanza, la giunta si è fatta scontare dalle banche (a caro prezzo) le entrate future. «Così si è impoverito il patrimonio e sono aumentate le spese nel conto economico. Nel frattempo, non si è pianificato né organizzato niente di niente», è il bilancio di Augusto Battaglia, deputato diessino romano, al lavoro da anni sulle questioni della sanità. E i soldi delle cartolarizzazioni? «Sono andati a pagare i fornitori delle asl e degli ospedali».
Case al Fondo
La finanza creativa alla laziale non finisce qui. Come ogni cartolarizzatore che si rispetti, a un certo punto anche Storace incontra il business degli immobili. Si tratta di immobili particolari, le 962 case della «Gepra»: la gran parte è nel centro storico di Roma, e sono arrivate alla regione attraverso un giro lungo che parte dalla carità. Erano donazioni e lasciti di ricchi nobili a favore di ospedali o istituti religiosi, che poi sono passati dal Pio Istituto al comune di Roma e successivamente dalle Usl alle Asl e alle regioni. Stabili fatiscenti, ma con valori immobiliari potenzialmente enormi, affittati tutti a canoni bassi, a volte ridicoli. Gli inquilini - quelli vecchi - non navigavano certo nell'oro. Nel dicembre 2003 la giunta Storace cede in blocco questo patrimonio: per il valore di 166 milioni di euro e rotti, le case passano al Fondo Lazio, costituito dalla Bnl. Il Fondo emette titoli garantiti da tale patrimonio, che nel frattempo si incarica di vendere con prelazione dell'inquilino a prezzi di mercato. L'operazione passa per la consulenza dello studio Chiomenti, lo stesso che ha seguito tutte le varie Scip di Tremonti.
Nelle tabelle allegate all'atto di conferimento, per ogni immobile si evidenzia una differenza tra il valore di mercato (al quale si venderà) e quello di conferimento pari al 30-40%. Per il Fondo e per gli intermediari - scelti privatamente, senza gare né procedure pubbliche - è un bell'affare. Quanto agli inquilini, si trovano a poter comprare case pregiatissime a prezzi un po' scontati: ma pochi di loro se le possono permettere, nonostante lo sconto. La protesta monta, soprattutto quando - siamo a pochi mesi fa - si scopre che alcuni inquilini hanno avuto il contratto d'affitto proprio alla vigilia della messa in vendita, che tra loro c'è anche un avvocato della stessa Gepra, che altri sono supervip della sanità romana... Lo scandalo riempie per un po' le pagine dei giornali locali, anche la procura apre un'inchiesta, ma intanto gli affari vanno avanti. Si procede alle vendite. Il più delle volte - raccontano i notai - si fanno due atti insieme: quello di vendita all'inquilino, e quello con il quale immediatamente l'inquilino rivende - al doppio o al triplo del valore - a un altro soggetto. L'operazione è lecita e veloce e ci racconta cosa sta succedendo all'ombra dello scandalo degli inquilini vip: gli inquilini «poveri» lasciano, incamerano un piccolo plusvalore e vanno a cercarsi casa fuori Roma. I lasciti dei ricchi romani tornano ai ricchi. La regione, dopo aver rinunciato a gestire e a valorizzare il suo patrimonio immobiliare nel cuore della Capitale, brinda al grande e piccolo business. A margine del quale, c'è una piccola curiosità: nel luglio 2003, prima di vendere tutti gli immobili, la Comunione delle Asl si era già venduta le impalcature, dando a una società - la Sicem di Colleferro - l'esclusiva per la pubblicità sulle facciate per i futuri lavori di restauro. Anche qui, né gare né aste né procedure pubbliche.
Cemento in corridoio
Aste? Gare? La giunta Storace le ignora per questioni ben più grosse, a partire dalla solita vecchia storia dei lavori pubblici. Qui i nomi degli amici del cuore sono più noti e i lavori da fare sono i cavalli di battaglia della campagna elettorale: un nuovo tratto di autostrada da Roma a Formia - detto il «corridoio tirrenico meridionale - e la Cisterna-Valmontone. Storace ha ottenuto l'inserimento di queste strade nel piano grandi opere, il riconoscimento del «preminente interesse nazionale», e i primi finanziamenti per studi e progetti. E ha costituito una società ad hoc: l'Arcea, partecipata al 51% dalla regione, e per il resto da una cordata privata composta da Autostrade, Consorzio 2050 (che ha dentro tra gli altri la Ccc) e Monte dei Paschi. Scelti così i soci, la regione - allora rappresentata dall'assessore ai Trasporti Francesco Aracri, dc sbardelliano poi sostituito dal giovane Giulio Gargano, anch'egli di scuola dc - ha pensato di aver chiuso il business. E di poter affidare ai soci così scelti tutti i lavori e i soldi, alla faccia di legge Merloni, direttive comunitarie e quant'altro. La bocciatura della Commissione europea e dell'Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici sono passate come l'acqua sul marmo, pardon sul cemento: Arcea va avanti, e il corridoio tirrenico - costo 2,5 miliardi, fondi già erogati intorno ai 300 milioni - è stato uno dei capisaldi della campagna elettorale.
«E fosse l'unico caso, l'Arcea». Angelo Bonelli, consigliere regionale dei verdi, in materia di cemento ha un'autorità conquistata sul campo, da quando lottava contro gli abusi edilizi a Ostia. Racconta il caso dei parchi, dei tagli alle aree protette puntualmente corrispondenti ad aree acquistate da immobiliaristi: emblematico il caso del Parco di Veio. O il caso dello «stadio della Lazio», che «la regione vuole far costruire sulla piana alluvionale del Tevere». Senza contare - restando allo stadio - il ricco dossier sull'imprenditore Claudio Lotito, diventato in pochi mesi il monopolista degli appalti delle pulizie a carico della regione. «Storace è al centro di una rete, sì è uno Sbardella moderno», dice Bonelli. Una rete per i grandi - che però data l'incertezza dei tempi, spesso tengono il piede in due staffe: i costruttori in particolare, che stanno diventando strabici a forza di seguire con i loro mattoni e i loro giornali la regione di Storace e il comune di Veltroni. Ma una rete capace di allargarsi, con promozioni e favori a pioggia. Sarà una goccia nel mare della spesa, ma l'aumento del costo degli stipendi dei dirigenti - passato da 17 a 40 milioni in quattro anni - è forse il miglior indicatore del «sistema Storace» e del cuore della sua regione.




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