La revisione del Patto di stabilità e la questione delle banche estere hanno dato vita a dibattiti di grande interesse sul rapporto tra Stati nazionali e Unione Europea, tra Stati forti e meno forti, tra politica e regole. Si oscilla tra due atteggiamenti contrapposti, esemplificati con lucidità da due editoriali de il Foglio.
Sul Corriere del 14 marzo (“Patto di stabilità e convivenza europea “), avevo osservato che il modo in cui si è proceduto alla revisione del patto — cioè solo quando i due Stati più grandi, Francia e Germania, si sono trovati in difficoltà — ha determinato una certa perdita di credibilità dell’Ue come guardiano delle regole comuni; e che un Paese come l’Italia, grande ma meno forte di altri grandi, ha invece interesse a che l’applicazione delle regole comunitarie venga rafforzata e sia pienamente credibile.
Con garbo, il Foglio del 15 marzo (“L’Europa non è un meccanismo”) nota che la mia impostazione è infondata “perché considera fondamento il sistema di regole e conseguenza il comportamento dei governi, cioè la politica, e in questo modo capovolge i rapporti reali. Le regole sono figlie della politica”.
È così, certamente. A livello comunitario, come a livello nazionale, le regole sono stabilite da scelte politiche. Gli Stati membri concorrono, nel Consiglio, a stabilire le regole. In seguito esse possono venire modificate, con le procedure previste.
Ma finché sono in vigore devono essere rispettate, anche dagli Stati, dai governi, dalla politica. Dagli Stati grandi e piccoli, forti e deboli. Questa non è una visione astratta, è un aspetto essenziale dell’Europa. Nella convivenza europea, il rispetto della regola e la parità di trattamento costituiscono un valore politico fondamentale.
La realizzazione di questo valore, certo, non piove dal cielo. Richiede l’impegno forte e quotidiano delle istituzioni europee, un impegno che è fatto anche di difficili contrasti. Richiede altresì che tutti i soggetti della vita europea, dagli Stati alle imprese, siano pronti a far valere i loro diritti, quando li ritengono lesi, anziché cadere, come spesso accade, in un inerte vittimismo. Nei dieci anni in cui ho lavorato per il mercato unico e la concorrenza in Europa, ho constatato l’importanza di un atteggiamento attivo.
Nel 1999 l’intervento della Commissione che fece cadere il divieto delle autorità portoghesi all’acquisizione di Champalimaud da parte del Banco Santander fu più facile perché la banca spagnola, anziché mugugnare, presentò un esposto.
Nel 2001 l’eliminazione delle garanzie di Stato alle banche tedesche, accettata dalla Germania su forte pressione della Commissione dopo duri negoziati con il governo federale e con i 16 Länder, fu anche il risultato di esposti presentati dall’Associazione delle banche private tedesche e dalla Federazione bancaria europea (presieduta allora da un italiano).
Nel 2003, quando la Commissione ottenne l’analoga eliminazione della garanzia dello Stato francese a Electricité de France e ordinò a quest’ultima di restituire allo Stato oltre 1 miliardo di euro di aiuti, furono utili alcuni elementi conoscitivi messi a disposizione da altre imprese del settore.
In Italia viene spesso evocata la “mancata reciprocità “. Non voglio certo sostenere che non esistano, nei vari Paesi e nei diversi settori economici, ostacoli di varia natura ad una facile o proficua penetrazione da parte di imprese di altri Paesi. Ma ho l’impressione che spesso l’invocazione della “mancata reciprocità”, da parte di imprese, banche, autorità o semplici commentatori, sia una forma di passiva rassegnazione, se non di alibi, che sembra giustificare contemporaneamente una scarsa aggressività su altri mercati, qualche tendenza protezionistica nei confronti di progetti in Italia di imprese o banche estere e, di passaggio, una sfiducia un po’ qualunquistica verso l’Europa.
Anche qui, il Foglio aiuta a cogliere il problema.
Scrive il 22 marzo (“La nazionale bancaria di Fazio”): “In un mercato aperto, come quello europeo, non ci si può solo difendere. L’argomento secondo cui solo le banche italiane tutelano il risparmio italiano sembra trascurare le iniziative di penetrazione delle nostre banche in vari Paesi dell’Europa centro-orientale. Il punto non può essere solo la difesa della libertà di mercato, ma l’attrezzarsi a competere nel mercato definito dalla moneta unica”. Fin qui, concordo in pieno.
Ma ecco che subentra, quasi come clausola di stile, l’affermazione: “Naturalmente, una volta che si siano realizzate le condizioni di reciprocità e superata l’attuale asimmetria di un’Europa debole coi forti e prepotente coi deboli”.
Quanto alla reciprocità, mi auguro davvero che tutte le imprese e le banche italiane che si ritengano impedite nei loro intenti di espansione in Europa da ostacoli incompatibili con le norme comunitarie non esitino a presentare esposti. Anzi, i presidenti della Confindustria e dell’Associazione bancaria italiana potrebbero aprire appositi “sportelli per denunce di mancata reciprocità “, agevolandone l’inoltro a Bruxelles. Se tali sportelli già esistono, sarebbe utile che gli ostacoli contestati venissero resi periodicamente noti. Si darebbe un contributo sia all’espansione dell’economia italiana, sia alla concretezza del dibattito.
Quanto poi al riferimento, presentato come se fosse scontato, all’attuale asimmetria di un’Europa debole coi forti e prepotente (sic) coi deboli”, mi limito a due osservazioni.
In primo luogo, non sono molti, per fortuna, i casi in cui alle istituzioni europee può seriamente muoversi una tale critica. Ma se ce n’è stato uno, che per la verità riguarda il Consiglio e non la Commissione, è stato proprio quello della revisione in itinere del patto di stabilità, che il Foglio ha salutato come l’affermarsi, finalmente, della politica sulle regole. E che io ho criticato, non tanto sul piano dei contenuti “tecnici” di finanza pubblica, ma proprio per il segnale “politico” della disparità di trattamento tra forti e deboli.
In secondo luogo, e sono certo che non era questa l’intenzione de il Foglio, sarebbe un po’ schizofrenico se ci compiacessimo per il fatto che l’Italia ha giocato abilmente nel Consiglio con gli altri grandi Stati membri sul patto di stabilità e, al tempo stesso, guardassimo fin d’ora ad eventuali interventi della Commissione sui casi bancari con la riserva mentale che, tanto, l’Italia verrebbe trattata da “debole” (magari rispetto a Spagna o Olanda…).
Mario Monti dal Corriere della Sera del 31 marzo 2005
Su il Foglio del 1 aprile
saluti




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