Alternativa sociale, alternativa fascista
Chi sono in realtà i compagni di partito di Alessandra Mussolini
La capacità di bucare lo schermo di Alessandra Mussolini e il pasticcio delle firme falsificate, dei computer del Campidoglio violati, dei ricorsi annunciati, rischiano di mettere tra parentesi il vero nodo politico della questione: la natura dell'organizzazione cui la nipote del Duce ha regalato un volto e una improbabile verginità democratica.
«Alternativa sociale», cartello elettorale nato dall'accordo di Forza Nuova, Fronte nazionale, Fiamma tricolore e Libertà d'Azione, è infatti l'unica formazione autenticamente neofascista (in alcuni elementi: neonazista) del nostro Paese. Non solo lepeniana, populista e razzista, come è stato scritto in questi giorni.
Perché, al di là della celebrità della Mussolini, per i segretari dei quattro partiti che formano Alternativa sociale, la storia della Repubblica di Salò, del colaborazionismo con i tedeschi, delle deportazioni e fucilazioni di massa di interi paesi, degli intrighi con i pezzi deviati dei servizi segreti nostrani, e financo dell'omicidio Matteotti, è storia da rivendicare. Da coltivare, come un feticcio della memoria. E non solo perché, ragionano, quella storia consentirà loro (in futuro) di raccogliere la parte di elettorato nostalgico-repubblichino che gli attuali dirigenti di Alleanza nazionale ha deciso di non inseguire più, un po' per calcolo e un po' per convinzione. Ma anche perché tutti i capetti di As, tra i quali spicca il socio di Stefano delle Chiaie Adriano Tilgher (Fn), non sembrano affatto aver preso le distanze da quella massima che coniò Pino Rauti, ex giornalista de Il Tempo e fondatore di Ordine Nuovo negli anni '60: «La democrazia? Un'infezione dello spirito».
E se le distanze le hanno prese, le hanno prese per riproporre, come è scritto negli otto punti fermi di Forza Nuova, la rinascita delle «Camere delle corporazioni a difesa degli interessi dei lavoratori» come modello di democrazia compiuta.
Fa specie che una donna moderna e laica come la Mussolini, che di sé una volta disse: «Io non sono fascista, sono mussoliniana», si accompagni, in nome del rispetto della legalità, a partiti e organizzazioni che scrivono che deve essere incentivato il lavoro femminile, «ma dentro le mura domestiche», che deve essere «ripristinato il Concordato del 1929», che «deve essere abrogata la legge Scelba» sul divieto di ricostituzione del partito fascista, e che infine vanno abrogate tutte le norme a tutela del diritto della donna a una maternità consapevole.
Dulcis in fundo, scritto sul programma del Fronte nazionale: la lotta senza quartiere contro «l’imperialismo globale americanocentrico, il capitalismo che affama e uccide, e i loro servi prezzolati». Retorica futurista? Forse, ma né Hess né Goebbels avrebbero saputo dire di meglio.
E' uno strano Paese, il nostro. Un Paese in cui, a cinquant'anni dalla lotta di liberazione, gli eredi di Gramsci, e nemmeno i più sprovveduti, come Massimo D'Alema, si ergano a difensori del diritto a partecipare alle elezioni degli eredi di quelli che Gramsci lo hanno prima incarcerato e poi ucciso. Certamente, da questa vicenda, nessuno ne esce pulito, forse nemmeno Francesco Storace, se saranno confermate le accuse di violazioni dei computer del Campidoglio. Ma che, in questa faida tutta interna alla famiglia post-fascista, nelle sue diverse articolazioni, si inseriscano anche i figli dei Gramsci, dei Matteotti, degli Amendola, dei fratelli Rosselli, di tutti coloro che il fascismo ebbe a perseguitare, ci appare un po' troppo.
Si distingue a sinistra, per senso della misura, Fausto Bertinotti. Che dice: «E' una storia da cui siamo lontani e continuo a crede che è bene stare lontani».




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