Senza il concetto di comunità, inteso come il rapporto profondo tra gli individui in tutti gli aspetti della vita come il lavoro, la politica, la cultura il comunismo diventa una semplice gestione dell'esistente e, nel ragionamento che qui mi interessa affrontare, e che è alla base stessa di ciò che è il "comunismo", ovvero il lavoro, la semplice gestione dell'esistente rischia di assottigliarsi sempre più fino a scomparire del tutto, come purtroppo sta accadendo ai partiti cosiddetti "comunisti".
Dai tempi di Marx il lavoro è completamente cambiato ma il principio che sta alla base della sua teoria è lo stesso.
Ora, se ci si attiene al principio e non si affrontano le dinamiche che hanno portato il mondo del lavoro a quello che effettivamente è oggi, quello stesso principio diventa un puro feticcio.
Il mondo comunista, uso quest'accezione in senso lato in quanto, oggi, parlare di comunismo specificando ulteriormente il suo significato, ci porterebbe ad affrontare un trattato di filosofia politica e di sociologia della politica, quindi dicevamo che il mondo comunista è rimasto al lavoro come categoria concettuale del novecento, ovvero ai lavoratori impiegati delle fabbriche e che ancora possiedono il normale contratto di lavoro, pensando in questo modo di rappresentare il mondo del lavoro.
A parte il fatto che anche in questo mondo, sempre più piccolo e frammentato ( in quanto al proprio interno vi sono differenti contrattazioni e diramazioni aziendali, come pure indotti e subappalti) il mondo comunista è sempre più escluso, e una fetta consistente di consenso è stata erosa dalla lega, quello che riesce difficile comprendere è la totale mancanza di analisi su ciò che viene definito, e liquidato, come "precario" e "flessibile" riferito al lavoro.
Questa superficialità è strutturale e sta alla base di quella che chiamo "politica estetica della socialità" da parte dei cosiddetti "comunisti", ovvero la totale afasia comunitaria della politica, senza la quale un individuo è un semplice individuo e non una rete di relazioni, conoscendo le quali si arriverebbe a conoscere il lavoro flessibile e precario come una vera e propria Holding dello sfruttamento istituzionalizzato del caporalato, dove il ricatto e l'intimidazione sono la regola.
Dicendo flessibile e precario non so nulla della mercificazione dei dati personali che vengono richiesti con il curriculum che le agenzie interinali rivendono a suon di euro.
Dicendo flessibile e precario non so nulla dei "corsi di formazione" gestiti dalle multinazionali dello sfruttamento fatturando milioni di euro risparmiando su chi dovrebbe "formare" (e che spesso è un altro ricattato del lavoro) grazie ai finanziamenti dell'unione europea e grazie alle persone giuste (politicamente) che gli consentono di accedere a quei finanziamenti (nessuno sforzo di stare sul mercato ma un semplice presta-giro di euro!
Ma lo sanno i paladini dei lavoratori che alla fine dei corsi ai partecipanti è obbligfatorio, nell'ultimo giorno, la loro presenza al corso sulla sicurezza sul lavoro (altrimenti non gli rilasciano l'attestato e neppure il finanziamento alla società) che è tenuto da un o una sindacalista?
Lo sanno i comunisti che il sindacalista fa un elogio del lavoro "somministrato" e che tutti i partecipanti, cioè tutti i disoccupati, ascoltano come si ascolta il prete, con la differenza che prendono appunti.
In questo mondo dei senza dignità (scippata, controllata e approvata) dove sono i comunisti duri e puri?




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