Wojtyla e i suoi nemici
di Andrea Tornielli
da Ideazione, settembre-ottobre 2000
Si avvia verso la conclusione un anno eccezionale per Giovanni Paolo II. Per l’ottantenne pontefice polacco, malato di Parkinson e malfermo sulle gambe, il 2000 giubilare è stato un crescendo di visibilità mediatica e di successi: dall’apertura della Porta Santa ecumenica al pellegrinaggio sul Sinai (gennaio e febbraio); dal mea culpa per gli errori commessi dai cristiani del passato allo storico e trionfale viaggio in Terrasanta (marzo); dalla celebrazione della memoria dei martiri al colpo di teatro della rivelazione del terzo segreto di Fatima accompagnato dall’autoidentificazione con il protagonista della profezia (maggio e giugno), fino ad arrivare alla grande kermesse della Giornata della Gioventù (agosto). E un altro cruciale appuntamento è atteso alla fine dell’Anno Santo che ha ricordato il bimillenario della nascita di Gesù: l’annuncio del nuovo concistoro per la creazione di una trentina di cardinali, previsto per il prossimo febbraio.
Un concistoro che, oltre a ricostituire la pienezza del sacro collegio degli elettori chiamati in futuro a designare il nuovo Papa, sarà accompagnato da importanti cambiamenti ai vertici della Curia romana, dove le due Congregazioni più ricche e potenti – quella per le Chiese orientali e quella per l’Evangelizzazione dei popoli, presiedute rispettivamente dai cardinali Achille Silvestrini e Jozef Tomko – attendono l’arrivo dei nuovi “principali” a causa degli ormai raggiunti limiti d’età dei loro prefetti. Al posto di Silvestrini, influente porporato curiale, allievo del cardinale Agostino Casaroli, dovrebbe arrivare entro breve il lituano Audrys Juozas Backis, diventato arcivescovo di Vilnius dopo una lunga esperienza in Segreteria di Stato. La probabile nomina del prelato, che appartiene alla nidiata dei silvestriniani, rappresenterebbe un ulteriore indebolimento della presenza italiana ai vertici del governo della Chiesa, e questo fa pensare che il Papa possa nominare un italiano al posto di Tomko.
Grandi cambiamenti sono imminenti anche in due diocesi cardinalizie italiane: il cardinale di Firenze Silvano Piovanelli ha già oltrepassato da un anno l’età delle dimissioni, mentre sta per raggiungere la soglia dei 75 anni il patriarca di Venezia Marco Cè. Al di là delle previsioni sui futuri rimescolamenti curiali, un’attività che non ha mai entusiasmato il pontefice polacco, che si è sempre dedicato con molta più passione ai viaggi internazionali e ai gesti profetici che all’ordinario governo della Chiesa, chiunque guardi all’agenda papale si fa l’idea che nonostante l’età avanzata e gli acciacchi sempre più evidenti, il pontificato non possa considerarsi per nulla concluso. Eppure proprio il papato di Karol Wojtyla, classe 1920, eletto al Soglio di Pietro appena cinquantottenne, rischia di passare alla storia come quello che ha avuto uno dei più lunghi periodi di pubblico “pre-conclave”. Pressioni, manovre, campagne mediatiche in vista della successione stanno infatti accompagnando da quasi un decennio la vita della Chiesa.
L’annuncio del 1992 e cinque anni di manovre
Dopo aver superato grazie alla robusta tempra fisica il grave attentato del 13 maggio 1981, Giovanni Paolo II non ha più avuto problemi di salute fino al luglio 1992. All’improvviso e inaspettatamente, durante la preghiera dell’Angelus di mezzogiorno, davanti a una piazza San Pietro poco gremita, Wojtyla disse: “Devo darvi un annuncio: questo pomeriggio mi recherò al Policlinico Gemelli per alcuni accertamenti…”. Aveva un tumore di grosse dimensioni al colon, fortunatamente benigno. Ma quell’intervento chirurgico segna l’inizio della “campagna elettorale” per la successione. Si sussurra di riunioni semiclandestine di cardinali all’ombra di un convento dell’Aurelia. E, soprattutto, ha inizio un insistente tam tam mediatico, che ha la sua origine nei paesi anglosassoni e in Francia. I giornali cominciano a pubblicare, insieme ad allarmistiche (quanto fasulle) notizie sulla salute del Pontefice anche liste di papabili già in pista per la successione. È allora che inizia a circolare l’identikit ideale del successore: il nuovo Papa non dovrà essere “troppo giovane” (l’età giusta viene indicata sulla settantina), dovrà riuscire a riportare la Chiesa sui binari dell’ordinario, dopo la straordinarietà profetica di Wojtyla, concedendo uno stop alla pubblicazione dei documenti.
I nomi che si fanno sono quelli di porporati che corrispondono a questo identikit: il più citato è quello dell’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, già da diversi anni presentato – più a torto che a ragione – come l’anti-Wojtyla, seguìto da quelli del cardinale Achille Silvestrini (fino al 1988 “ministro degli Esteri” vaticano, poi prefetto della Segnatura apostolica e quindi alle Chiese orientali), di Pio Laghi (prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica dopo una lunga carriera diplomatica culminata alla rappresentanza diplomatica della Santa Sede negli Usa). Altri italiani indicati sono l’arcivescovo di Firenze Silvano Piovanelli e quello di Torino Giovanni Saldarini. Tra gli stranieri, vengono citati il cardinale Lucas Moreira Neves, tornato in Brasile a fare il primate a Salvador de Bahia dopo una lunga permanenza in Curia. È lo stesso Silvestrini, durante un forum che si svolge nella primavera del ’93, a indicare che in futuro la Chiesa potrebbe avere un Papa latinoamericano o africano e Moreira Neves assomma in sé entrambe le caratteristiche: viene dall’America Latina ma ha la pelle scura e porta sul volto il segno delle sue lontane origini africane. Nelle classifiche trova posto anche il nome dell’argentino Eduardo Pironio, già giovane candidato di bandiera nei conclavi del 1978.
Nel 1993, un anno dopo l’operazione chirurgica all’intestino subita dal Papa, il vaticanista del Sole 24 Ore Giancarlo Zizola, pubblica un libro dedicato alla storia dei conclavi e agli scenari della prossima elezione papale. Zizola individua nel 1994, cioè nell’anno successivo, il momento cruciale per la designazione del successore di Wojtyla e appare così sicuro di quanto afferma da scriverne all’imperfetto, come se parlasse di cosa già avvenuta. L’autore, vicino alle istanze progressiste, offre un’interessante chiave di lettura del pontificato di Giovanni Paolo II, ne riconosce la spinta verso l’internazionalizzazione della Chiesa ma ne critica l’altrettanto evidente “restaurazione” e il fatto che la scelta del pontefice polacco veniva “a corrispondere obiettivamente agli scopi del rapporto Rockfeller”, cioè al documento redatto negli anni Settanta per la presidenza della repubblica Usa, nel quale veniva lanciato un allarme “per gli orientamenti rivoluzionari del clero cattolico in America Latina e si proponevano adeguate contromisure per ridurre la pressione della Chiesa cattolica”. Nell’enfatizzare la sua figura di “Papa che ha sconfitto il comunismo”, un ruolo che peraltro il protagonista rifiuta, si rischia infatti di dimenticare che la vera battaglia contro le “infiltrazioni marxiste” Wojtyla l’ha combattuta all’interno della Chiesa.
Zizola si sofferma quindi ad analizzare i probabili successori indicando in qualche modo “l’agenda” alla quale dovrà attenersi il nuovo eletto: dovrà essere “povero” e rinunciare “a forme di ingerenza politico-religiosa”, con un “programma inteso soprattutto a moderare prudentemente tra Chiesa e l’impero “unipolare”, e un progetto a più lungo respiro, inteso a sostenere il cristianesimo come forza critico-profetica al servizio dell’umanità planetaria”. L’autore arriva persino a immaginare il cambiamento della sede apostolica da Roma a Gerusalemme. Il candidato prescelto è evidentemente Carlo Maria Martini, il porporato più vicino al mondo ebraico e alle istanze dell’ecumenismo. Ma anche Pio Laghi, definito “diplomatico pastore” esce molto bene dalle pagine di Zizola. Ma il tentativo del vaticanista non è l’unico. A parlare apertamente di manovre in vista della successione è anche il filosofo francese Jean Guitton, amico di Paolo VI, che nel maggio 1993 “annuncia”: il prossimo Papa sarà nero. “Giovanni Paolo II è stanco e anziano. – dichiara il filosofo – Si prepara la successione. Credo che il Papa del Vaticano III sarà Giovanni Paolo III, se così si chiamerà. Sarà un Papa nero e potrebbe essere il cardinale Gantin, a lungo in Costa d’Avorio e adesso a Roma, dove lo chiamò Paolo VI: molto pio. O l’arcivescovo di Dakar, cardinale Thiandoum: grande cervello. Ma a loro potrebbe venir preferito il cardinale Carlo Maria Martini di Milano”.
Le classifiche dei papabili continuano a circolare anche nel 1994. In quest’anno, nonostante non si celebri alcun conclave, circolano nuove voci allarmanti sulla salute di Karol Wojtyla. Il Papa cade e si frattura il femore. Deve venire sottoposto a un delicato intervento chirurgico all’anca, che non riuscirà perfettamente e renderà il pontefice impacciato nei movimenti e zoppicante. E il 13 luglio dello stesso anno il cardinale brasiliano di Fortaleza Aloisio Lorscheider (insieme all’allora arcivescovo di San Paolo, Paulo Evaristo Arns, unico superstite della vecchia gerarchia latinoamericana vicina alle istanze progressiste nominata da Paolo VI negli anni Settanta), “rivela” alla radio che il Papa sta molto male e «ha un cancro alle ossa», ma poi ritratta. Nel 1995 altri due libri ritornano sull’argomento del prossimo conclave: Zizola dà alle stampe un altro volume intitolato Il successore (edito prima in Francia e l’anno successivo in Italia), mentre il famoso reporter Peter Hebblethwaite pubblica il libro inchiesta The next Pope (“Il prossimo Papa”). Attivissimo nelle manovre pre-conclave è anche il settimanale francese Goliàs, che nel 1996 dedica una copertina all’arcivescovo di Firenze Piovanelli, facendo intendere che è lui il vero candidato, dopo che la sovraesposizione mediatica di Martini, presentato troppo spesso come papabile, ha finito per “bruciarlo”.
Infine, all’inizio del 1997, si riaffaccia sulla scena mediatica un personaggio già noto, che nel 1978 aveva tentato di influenzare con un libro il conclave per l’elezione del successore di Paolo VI: è padre Andrew M. Greeley, prete dell’arcidiocesi di Chicago, che torna alla carica con opuscoli e sondaggi disegnando un identikit molto vicino a quello di Carlo Maria Martini. Le pubblicazioni di Greeley vengono diffuse in Europa dal movimento “Noi siamo Chiesa”, nato in Austria, che chiede una svolta progressista e “democratica” nella Chiesa, il sacerdozio femminile, la fine del “centralismo romano” e “l’abolizione del celibato sacerdotale”.




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