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Discussione: E dopo?

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    Predefinito E dopo?

    Wojtyla e i suoi nemici
    di Andrea Tornielli

    da Ideazione, settembre-ottobre 2000

    Si avvia verso la conclusione un anno eccezionale per Giovanni Paolo II. Per l’ottantenne pontefice polacco, malato di Parkinson e malfermo sulle gambe, il 2000 giubilare è stato un crescendo di visibilità mediatica e di successi: dall’apertura della Porta Santa ecumenica al pellegrinaggio sul Sinai (gennaio e febbraio); dal mea culpa per gli errori commessi dai cristiani del passato allo storico e trionfale viaggio in Terrasanta (marzo); dalla celebrazione della memoria dei martiri al colpo di teatro della rivelazione del terzo segreto di Fatima accompagnato dall’autoidentificazione con il protagonista della profezia (maggio e giugno), fino ad arrivare alla grande kermesse della Giornata della Gioventù (agosto). E un altro cruciale appuntamento è atteso alla fine dell’Anno Santo che ha ricordato il bimillenario della nascita di Gesù: l’annuncio del nuovo concistoro per la creazione di una trentina di cardinali, previsto per il prossimo febbraio.

    Un concistoro che, oltre a ricostituire la pienezza del sacro collegio degli elettori chiamati in futuro a designare il nuovo Papa, sarà accompagnato da importanti cambiamenti ai vertici della Curia romana, dove le due Congregazioni più ricche e potenti – quella per le Chiese orientali e quella per l’Evangelizzazione dei popoli, presiedute rispettivamente dai cardinali Achille Silvestrini e Jozef Tomko – attendono l’arrivo dei nuovi “principali” a causa degli ormai raggiunti limiti d’età dei loro prefetti. Al posto di Silvestrini, influente porporato curiale, allievo del cardinale Agostino Casaroli, dovrebbe arrivare entro breve il lituano Audrys Juozas Backis, diventato arcivescovo di Vilnius dopo una lunga esperienza in Segreteria di Stato. La probabile nomina del prelato, che appartiene alla nidiata dei silvestriniani, rappresenterebbe un ulteriore indebolimento della presenza italiana ai vertici del governo della Chiesa, e questo fa pensare che il Papa possa nominare un italiano al posto di Tomko.

    Grandi cambiamenti sono imminenti anche in due diocesi cardinalizie italiane: il cardinale di Firenze Silvano Piovanelli ha già oltrepassato da un anno l’età delle dimissioni, mentre sta per raggiungere la soglia dei 75 anni il patriarca di Venezia Marco Cè. Al di là delle previsioni sui futuri rimescolamenti curiali, un’attività che non ha mai entusiasmato il pontefice polacco, che si è sempre dedicato con molta più passione ai viaggi internazionali e ai gesti profetici che all’ordinario governo della Chiesa, chiunque guardi all’agenda papale si fa l’idea che nonostante l’età avanzata e gli acciacchi sempre più evidenti, il pontificato non possa considerarsi per nulla concluso. Eppure proprio il papato di Karol Wojtyla, classe 1920, eletto al Soglio di Pietro appena cinquantottenne, rischia di passare alla storia come quello che ha avuto uno dei più lunghi periodi di pubblico “pre-conclave”. Pressioni, manovre, campagne mediatiche in vista della successione stanno infatti accompagnando da quasi un decennio la vita della Chiesa.

    L’annuncio del 1992 e cinque anni di manovre

    Dopo aver superato grazie alla robusta tempra fisica il grave attentato del 13 maggio 1981, Giovanni Paolo II non ha più avuto problemi di salute fino al luglio 1992. All’improvviso e inaspettatamente, durante la preghiera dell’Angelus di mezzogiorno, davanti a una piazza San Pietro poco gremita, Wojtyla disse: “Devo darvi un annuncio: questo pomeriggio mi recherò al Policlinico Gemelli per alcuni accertamenti…”. Aveva un tumore di grosse dimensioni al colon, fortunatamente benigno. Ma quell’intervento chirurgico segna l’inizio della “campagna elettorale” per la successione. Si sussurra di riunioni semiclandestine di cardinali all’ombra di un convento dell’Aurelia. E, soprattutto, ha inizio un insistente tam tam mediatico, che ha la sua origine nei paesi anglosassoni e in Francia. I giornali cominciano a pubblicare, insieme ad allarmistiche (quanto fasulle) notizie sulla salute del Pontefice anche liste di papabili già in pista per la successione. È allora che inizia a circolare l’identikit ideale del successore: il nuovo Papa non dovrà essere “troppo giovane” (l’età giusta viene indicata sulla settantina), dovrà riuscire a riportare la Chiesa sui binari dell’ordinario, dopo la straordinarietà profetica di Wojtyla, concedendo uno stop alla pubblicazione dei documenti.

    I nomi che si fanno sono quelli di porporati che corrispondono a questo identikit: il più citato è quello dell’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, già da diversi anni presentato – più a torto che a ragione – come l’anti-Wojtyla, seguìto da quelli del cardinale Achille Silvestrini (fino al 1988 “ministro degli Esteri” vaticano, poi prefetto della Segnatura apostolica e quindi alle Chiese orientali), di Pio Laghi (prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica dopo una lunga carriera diplomatica culminata alla rappresentanza diplomatica della Santa Sede negli Usa). Altri italiani indicati sono l’arcivescovo di Firenze Silvano Piovanelli e quello di Torino Giovanni Saldarini. Tra gli stranieri, vengono citati il cardinale Lucas Moreira Neves, tornato in Brasile a fare il primate a Salvador de Bahia dopo una lunga permanenza in Curia. È lo stesso Silvestrini, durante un forum che si svolge nella primavera del ’93, a indicare che in futuro la Chiesa potrebbe avere un Papa latinoamericano o africano e Moreira Neves assomma in sé entrambe le caratteristiche: viene dall’America Latina ma ha la pelle scura e porta sul volto il segno delle sue lontane origini africane. Nelle classifiche trova posto anche il nome dell’argentino Eduardo Pironio, già giovane candidato di bandiera nei conclavi del 1978.

    Nel 1993, un anno dopo l’operazione chirurgica all’intestino subita dal Papa, il vaticanista del Sole 24 Ore Giancarlo Zizola, pubblica un libro dedicato alla storia dei conclavi e agli scenari della prossima elezione papale. Zizola individua nel 1994, cioè nell’anno successivo, il momento cruciale per la designazione del successore di Wojtyla e appare così sicuro di quanto afferma da scriverne all’imperfetto, come se parlasse di cosa già avvenuta. L’autore, vicino alle istanze progressiste, offre un’interessante chiave di lettura del pontificato di Giovanni Paolo II, ne riconosce la spinta verso l’internazionalizzazione della Chiesa ma ne critica l’altrettanto evidente “restaurazione” e il fatto che la scelta del pontefice polacco veniva “a corrispondere obiettivamente agli scopi del rapporto Rockfeller”, cioè al documento redatto negli anni Settanta per la presidenza della repubblica Usa, nel quale veniva lanciato un allarme “per gli orientamenti rivoluzionari del clero cattolico in America Latina e si proponevano adeguate contromisure per ridurre la pressione della Chiesa cattolica”. Nell’enfatizzare la sua figura di “Papa che ha sconfitto il comunismo”, un ruolo che peraltro il protagonista rifiuta, si rischia infatti di dimenticare che la vera battaglia contro le “infiltrazioni marxiste” Wojtyla l’ha combattuta all’interno della Chiesa.

    Zizola si sofferma quindi ad analizzare i probabili successori indicando in qualche modo “l’agenda” alla quale dovrà attenersi il nuovo eletto: dovrà essere “povero” e rinunciare “a forme di ingerenza politico-religiosa”, con un “programma inteso soprattutto a moderare prudentemente tra Chiesa e l’impero “unipolare”, e un progetto a più lungo respiro, inteso a sostenere il cristianesimo come forza critico-profetica al servizio dell’umanità planetaria”. L’autore arriva persino a immaginare il cambiamento della sede apostolica da Roma a Gerusalemme. Il candidato prescelto è evidentemente Carlo Maria Martini, il porporato più vicino al mondo ebraico e alle istanze dell’ecumenismo. Ma anche Pio Laghi, definito “diplomatico pastore” esce molto bene dalle pagine di Zizola. Ma il tentativo del vaticanista non è l’unico. A parlare apertamente di manovre in vista della successione è anche il filosofo francese Jean Guitton, amico di Paolo VI, che nel maggio 1993 “annuncia”: il prossimo Papa sarà nero. “Giovanni Paolo II è stanco e anziano. – dichiara il filosofo – Si prepara la successione. Credo che il Papa del Vaticano III sarà Giovanni Paolo III, se così si chiamerà. Sarà un Papa nero e potrebbe essere il cardinale Gantin, a lungo in Costa d’Avorio e adesso a Roma, dove lo chiamò Paolo VI: molto pio. O l’arcivescovo di Dakar, cardinale Thiandoum: grande cervello. Ma a loro potrebbe venir preferito il cardinale Carlo Maria Martini di Milano”.

    Le classifiche dei papabili continuano a circolare anche nel 1994. In quest’anno, nonostante non si celebri alcun conclave, circolano nuove voci allarmanti sulla salute di Karol Wojtyla. Il Papa cade e si frattura il femore. Deve venire sottoposto a un delicato intervento chirurgico all’anca, che non riuscirà perfettamente e renderà il pontefice impacciato nei movimenti e zoppicante. E il 13 luglio dello stesso anno il cardinale brasiliano di Fortaleza Aloisio Lorscheider (insieme all’allora arcivescovo di San Paolo, Paulo Evaristo Arns, unico superstite della vecchia gerarchia latinoamericana vicina alle istanze progressiste nominata da Paolo VI negli anni Settanta), “rivela” alla radio che il Papa sta molto male e «ha un cancro alle ossa», ma poi ritratta. Nel 1995 altri due libri ritornano sull’argomento del prossimo conclave: Zizola dà alle stampe un altro volume intitolato Il successore (edito prima in Francia e l’anno successivo in Italia), mentre il famoso reporter Peter Hebblethwaite pubblica il libro inchiesta The next Pope (“Il prossimo Papa”). Attivissimo nelle manovre pre-conclave è anche il settimanale francese Goliàs, che nel 1996 dedica una copertina all’arcivescovo di Firenze Piovanelli, facendo intendere che è lui il vero candidato, dopo che la sovraesposizione mediatica di Martini, presentato troppo spesso come papabile, ha finito per “bruciarlo”.

    Infine, all’inizio del 1997, si riaffaccia sulla scena mediatica un personaggio già noto, che nel 1978 aveva tentato di influenzare con un libro il conclave per l’elezione del successore di Paolo VI: è padre Andrew M. Greeley, prete dell’arcidiocesi di Chicago, che torna alla carica con opuscoli e sondaggi disegnando un identikit molto vicino a quello di Carlo Maria Martini. Le pubblicazioni di Greeley vengono diffuse in Europa dal movimento “Noi siamo Chiesa”, nato in Austria, che chiede una svolta progressista e “democratica” nella Chiesa, il sacerdozio femminile, la fine del “centralismo romano” e “l’abolizione del celibato sacerdotale”.
    Addio Tomàs
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  2. #2
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    Predefinito Wojtyla e i suoi nemici 2

    Ipotesi di complotto

    Come interpretare questi molteplici segnali che hanno caratterizzato gli inizi degli anni Novanta e sono continuati fino al ’97? Sarebbe riduttivo considerarli soltanto espressione dei desiderata di gruppi editoriali o di qualche studioso. È infatti evidente che tendono in maniera abbastanza univoca allo stesso obiettivo: dichiarare ormai finito il pontificato di Wojtyla sulla base di allarmistiche voci sulla sua salute, ipotizzare un cambio che preveda l’ascesa al Soglio di un italiano più aperto e progressista. Nell’autunno 1992 prima il francese Le Figaro e poi il quotidiano spagnolo conservatore Abc (per il quale ha lavorato come corrispondente da Roma il portavoce del Papa, Joaquìn Navarro-Valls) parlano apertamente di “complotto contro il Papa”, cioè di un’operazione per spingerlo alle dimissioni. “Settori della Chiesa, scontenti del pontificato di Giovanni Paolo II, manovrano l’opinione pubblica per offrire l’immagine di un Papa stanco, infermo, incapace di intendere agli affari ecclesiastici. – scrive Santiago Martin su Abc – Si preparano i piani per il futuro conclave”. Due anni dopo, nell’ottobre 1994, è lo scrittore Vittorio Messori a parlare di complotto: “L’opposizione al Papa si organizza. Parlo di quella clericale, interna, dei circoli catto-progressisti. Lo scopo è chiaro: farlo dimettere, o almeno screditarlo come un vecchio malato ma aggrappato al potere, uno che non vuol mollare il cadreghino e danneggia la Chiesa… I più malevoli nemici del Papa s’annidano proprio all’ombra delle cattedrali, nelle sacrestie”.

    Gli anni passano: il Papa fa la transizione a se stesso

    Nulla di quanto prevedevano i menagrami proclami dei primi anni Novanta si avvera. Il Papa non si ammala gravemente, non muore. E dice anche chiaramente, prima al compimento dei 75 anni e poi al traguardo degli 80, di non avere alcuna intenzione di dimettersi, ma di voler rimanere al suo posto “finché Dio vorrà”. All’inizio della lunga campagna pre-conclave, per segnalare come favoriti alcuni candidati, si era tracciato l’identikit del “Papa settantenne”, che potesse reggere la Chiesa per otto-dieci anni, in un pontificato di transizione verso il nuovo millennio. Il protrarsi del regno di Wojtyla ha però come effetto quello di mettere fuori gioco un’intera generazione di candidati. L’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, ha 73 anni e ha già chiesto per due volte al Papa di sollevarlo anzitempo dalla diocesi per potersi recare a Gerusalemme e dedicarsi nuovamente agli studi biblici. Inoltre, al porporato piemontese, non ha certo giovato la sovraesposione mediatica e l’essere stato indicato per quasi un decennio come papabile numero uno. Pio Laghi ha compiuto 77 anni e ha lasciato l’incarico di prefetto, Achille Silvestrini è arrivato ai 76 e il suo pensionamento è ormai questione di mesi. In scadenza è anche il fiorentino Piovanelli (76 anni compiuti), mentre l’arcivescovo di Torino Saldarini è stato costretto a ritirarsi a 75 anni per motivi di salute. Anche la candidatura del brasiliano Moreira Neves è definitivamente tramontata: il porporato sta per compiere 75 anni.

    Giovanni Paolo II ha dunque fatto la transizione a se stesso, riuscendo a trasformare i suoi handicap fisici in testimonianza. La lunghezza del pontificato, uno dei più longevi della storia, ha fatto sì che in questa fase nella Curia vaticana e in molti settori della Chiesa universale si respiri un’aria da fine impero, con una gara all’elogio del pontefice regnante da parte dei prelati di stretta osservanza wojtyliana e un’eccessiva spettacolarizzazione degli eventi religiosi, che sembrano assumere rilevanza solo se trasformati in kermesse televisive. E non è un caso che tre personaggi di rilievo del sacro collegio cardinalizio, pur espressione di tendenze diverse, abbiano sentito l’esigenza di prendere le distanze da certi atteggiamenti: l’arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi ha stigmatizzato in una lettera pastorale l’eccesso di “meaculpismo” giubilare, l’arcivescovo di Milano Martini, all’indomani dell’inizio delle celebrazioni dell’Anno Santo, ha chiesto di non moltiplicare i raduni di massa, mentre il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha auspicato un anno sabbatico per la Chiesa, senza documenti o encicliche.

    La nuova campagna…

    Dopo l’epoca dei candidati, l’epoca dei programmi. Per meglio comprendere quanto sta accendendo negli ultimi anni è necessaria una premessa: la storia dei conclavi recenti insegna che più che il candidato e la sua personalità, pur importanti, è l’idea di pontificato a vincere. Nell’agosto 1978 si era diffusa la tesi della necessità di un Papa pastore, che continuasse nella linea conciliare pur frenando alcune spinte in avanti degli ordini religiosi. Venne scelto il patriarca di Venezia Albino Luciani, grazie alla sapiente regia di un influente pope-maker, il cardinale di Firenze Giovanni Benelli. Poi dopo la prematura e per certi versi ancora misteriosa morte di Giovanni Paolo I, i cardinali del conclave, incapaci di accordarsi sul nome di un italiano, decisero di dar voce all’Europa dell’Est con un pontefice che ribadisse la pienezza dell’identità europea e desse voce alla Chiesa del silenzio. Decisivo, per la designazione di Karol Wojtyla, fu l’intervento del cardinale di Vienna, Franz Koenig. Oggi, anche a causa della carenza di grandi personalità nel sacro collegio, si riapre il dibattito su quale futuro sia necessario per la Chiesa del dopo-Wojtyla puntando sui programmi e non sulle persone. E si riaffaccia il problema delle dimissioni nonostante Giovanni Paolo II sia stato chiarissimo in proposito. A soffiare sul fuoco sono anche voci che provengono da oltreoceano e che profetizzano per il Papa, nel 2001, l’incapacità a parlare o la sedia a rotelle.

    La nuova campagna elettorale, se così si può chiamare, è caratterizzata da un’insofferenza sempre più diffusa a livello ecclesiale verso certe scelte papali: l’eccessiva spettacolarizzazione della religione a fronte, invece, di un processo di scristianizzazione che sembra inesorabile; l’identificazione della Chiesa con il Papa, facilitata dalla grande personalità di Wojtyla e dai suoi viaggi internazionali; l’eccesso di produzione di documenti, lettere, interventi e pubblicazioni, una montagna di carte che non fanno a tempo a leggere nemmeno i vescovi e che rischia di intasare la vita ecclesiale; l’ingigantimento della Curia romana in un’epoca, quella post-conciliare, che ci si aspettava favorisse il decentramento di decisioni e compiti. Inoltre alcuni ecclesiastici vorrebbero riaprire un vero dibattito in seno alla Chiesa per discutere le classiche posizioni sulla morale sessuale, sul celibato dei preti e sulla partecipazione effettiva dei laici alla vita della Chiesa, sulla riforma del Vaticano. Portabandiera di una riforma delle strutture curiali romane, è l’arcivescovo emerito di San Francisco, John Raphael Quinn. Anche il vaticanista Giancarlo Zizola ha dato alle stampe un volume sul tema, intitolato La riforma del papato. Coloro che richiedono di rivedere la figura del Papa sovrano e grande governatore della Chiesa si appellano a un passaggio dell’enciclica Ut unum sint, nella quale Giovanni Paolo II si dichiarava disposto a rivedere le forme dell’esercizio del primato petrino per favorire il dialogo ecumenico e la riunificazione con “i fratelli separati”.

    …e il Vaticano III

    Dall’ottobre 1999, cioè dal Sinodo sull’Europa celebrato in Vaticano, la parola d’ordine dei sostenitori di una riforma della Chiesa è diventata una sola: concilio. A lanciare l’idea, anche se sotto forma di “sogno”, è stato il cardinale Martini, che nel suo intervento in aula ha auspicato per il futuro una nuova riunione di tutti i vescovi del mondo. “Sarebbe bello e utile per i vescovi di oggi e di domani – ha detto l’arcivescovo di Milano – ripetere quella esperienza di collegialità che i loro predecessori hanno compiuto nel Concilio Vaticano II”. Martini ha fissato anche l’agenda: i punti caldi come la posizione della donna nella Chiesa, la sessualità, la disciplina del matrimonio, il rapporto tra le leggi civili e le leggi morali. L’intervento del porporato di Milano, che doveva rimanere segreto, è finito sui giornali e ha suscitato l’opposizione di molti confratelli (tra cui quella dell’arcivescovo di Genova, Dionigi Tettamanzi, che durante la conferenza stampa finale del Sinodo ha detto: “Le parole del cardinale Martini non hanno avuto alcuna eco in aula”). La bandiera del nuovo concilio, non nuova nelle mani dell’ala più progressista della Chiesa cattolica, viene ora agitata soprattutto dalla scuola bolognese dei professori Giuseppe Alberigo e Alberto Melloni. E di fatto, nelle sue intenzioni dichiarate, si ripropone di mettere in discussione quanto Giovanni Paolo II ha dichiarato indiscutibile.

    Il ruolo dell’Italia

    Parallelamente a questo dibattito sembra prendere piede l’idea che il nuovo Papa debba essere italiano. “Romano lo volemo, o almanco italiano” gridava la folla il 7 aprile 1378, il giorno dell’inizio del primo conclave dopo il ritorno dei Papi da Avignone, chiedendo a gran forza un vescovo che fosse di Roma. Oggi torna a ripetersi qualcosa di simile. Nel gennaio 2000, il vescovo Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, in un’intervista ha parlato del “ruolo della Chiesa italiana per il futuro” della Chiesa universale e tornano in auge nuove classifiche di papabili composte quasi interamente di candidati italiani. Oltre a dei veterani della porpora – come il segretario di Stato Angelo Sodano, che si dice potrebbe godere dell’appoggio dell’ala più conservatrice della Curia romana, o come il cardinale Camillo Ruini, dal 1991 vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente della Conferenza episcopale italiana – in cima ai pronostici è infatti balzato un porporato che ha ricevuto il cappello rosso durante l’ultimo concistoro, quello del febbraio 1998: è Dionigi Tettamanzi, teologo moralista, già segretario della Cei.

    Anche lo scrittore Vittorio Messori è sceso in campo auspicando, dopo il pontificato eccezionale e profetico di Wojtyla, un papato di più basso profilo, maggiormente dedito al governo dell’ordinario, ed esaltando il carisma degli italiani. Una tesi già esplicitata dal cardinale genovese Giuseppe Siri (candidato alla successione nei conclavi del 1978, scomparso alla fine degli anni Ottanta), il quale “senza nessuna prevenzione per i non italiani”, osservava però “che per divina disposizione il principe degli apostoli aveva scelto Roma come sede della Chiesa universale, e Roma è in Italia, l’Italia è in Occidente, e il Papa è vescovo della Chiesa universale in quanto vescovo di Roma… Se si guarda alla storia, i Papi italiani hanno sempre saputo essere più facilmente universali degli altri”.

    Il passaparola si fa insistente, se due mesi fa un diplomatico italiano fresco di nomina, appena preso servizio nella nuova sede in un’importante capitale del continente americano è uscito a cena con il cardinale arcivescovo della stessa città e ha cercato discretamente di persuaderlo della necessità di eleggere, nel futuro conclave, un candidato italiano. Alcuni prelati vaticani di lungo corso ricordano che un’operazione analoga venne messa in atto da un fine stratega qual era il cardinale Benelli nel 1978: esiliato a Firenze da appena un anno, il porporato era riuscito a diffondere tra gli elettori del successore di Paolo VI l’idea che si doveva scegliere un “Papa pastore”, escludendo così tutti i curiali, molti dei quali suoi avversari e artefici del suo allontanamento da Roma. L’operazione “Papa pastore” riuscì alla perfezione, l’eletto fu Luciani, cioè il cardinale italiano che aveva il carattere pastorale più marcato e che era il più lontano di tutti dai giochi della Curia romana.

    Ora potrebbe accadere qualcosa di simile: l’operazione “Papa italiano” restringerebbe di molto il ventaglio delle opzioni, riducendo la scelta tra pochi, pochissimi candidati.
    Ma non è detto che l’idea italiana abbia successo: oltre a coloro che vorrebbero un Papa calmo e italiano, e a quelli che invece desidererebbero un Papa profeta che riformi radicalmente la Chiesa in senso decentrato ed ecumenico, esiste anche una corrente d’opinione che ritiene sia l’ora di vedere sul seggio di Pietro un esponente del nuovo mondo, di quella America Latina diventata il serbatoio del cattolicesimo. Tra le figure emergenti, oltre al già citato Tettamanzi di Genova, va ricordato il primate del Messico Norberto Rivera Carrera e l’austriaco Cristoph Schönborn, teologo di fama e grande mediatore, riuscito a comporre le fratture del cattolicesimo viennese.

    http://www.ideazione.com/quotidiano/..._tornielli.htm
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  3. #3
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    Ruini, Ratzinger, Sodano: la triade della successione
    Papabili anche da America Latina e Oriente.


    Notizie non proprio confortanti da quella finestra all'ultimo piano del Palazzo Apostolico, illuminata notte e giorno, dietro la quale Karol Wojtyla trascorre la sua personalissima passione. Le condizioni di salute sono ormai giudicate da tutti «gravi, molto gravi».
    La domanda che ormai circola con sempre maggiore insistenza nelle stanze della Curia romana e non solo è: che fare, nella circostanza di un Papa molto condizionato dalla malattia e dagli anni? E un'altra domanda, mai detta platealmente perché ritenuta imbarazzante: chi prenderà il suo posto, se dovesse morire? Per quanto riguarda la Settimana Santa la risposta c'è già stata ed è una risposta che, se le condizioni del Santo Padre non doverssero mutare, è buona per l'oggi e anche per il futuro (almeno sul piano di un auspicio di parte), quando si fosse chiamati ad eleggere il nuovo capo della Chiesa. Il cardinale Camillo Ruini ha già celebrato la domenica delle Palme con la processione e la Messa solenne. è toccato al cardinale Joseph Ratzinger presiedere la liturgia della notte di Pasqua, la veglia che prepara e conduce al giorno della resurrezione. Ed è stato il cardinal Angelo Sodano ad annunciare il Cristo risorto sul sagrato di San Pietro, alla Messa della mattina di Pasqua, lasciando a Wojtyla solo l'onore di impartire la benedizione Urbi et Orbi. Una triade perfetta, rispettosa delle attribuzioni attuali e parte, assieme al cardinale Giovanni Battista Re, del quintetto che, assieme al segretario personale monsignor Stanislaw Dziwisz, interpreta le volontà di governo di Wojtyla. Sodano è il primo ministro del Papa, Ratzinger è a guardia di quel forziere (l'ex Sant'Uffizio) che custodisce i tesori della fede cattolica. Tutto perfetto. Sodano e Ratzinger hanno anche la funzione di decano e prodecano del Sacro collegio, cioè presiederebbero la riunioni dei cardinali nell'interregno da un Papa all'altro prima del Conclave. Ora, se un Papa scompare, i due perderebbero la titolarità dei rispettivi dicasteri; tuttavia conserverebbero abbastanza prestigio e potere da poter influenzare i porporati e le loro decisioni sul futuro Pontefice. Più potere conserverebbe, invece, Ruini come cardinale vicario, detentore del governo dell'Arcidiocesi di Roma, non passibile di dimissioni. Lungo la Settimana Santa sono poi disseminati altri porporati, in circostanze diverse. Il penitenziere maggiore e come tale non obbligato alle dimissioni, il cardinale americano James Francis Stafford, ha presieduto la liturgia del Venerdì Santo, anche la parte, molto spettacolare e molto popolare, della "lavanda dei piedi". Restano i cardinali Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione dei vescovi, e Alfonso Lopez Trujillo, presidente del pontificio consiglio per la famiglia, ai quali sono affidate le Messe del Giovedì Santo. Tutti papabili. Più difficile sarebbe l'ascensione al soglio per l'arcivescovo di Milano, cardinale Tettamanzi, umiliato il giorno dei funerali di don Giussani, dalla presenza ingombrante di Ratzinger, che gli ruba pubblico e applausi. Ergo: la triade mai e poi mani spenderebbe una sola parola a favore della "papabilità" del malcapitato Tettamanzi. La triade si spenderebbe, al contrario, a favore del patriarca di Venezia, Angelo Scola, cui il Papa malato ha affidato il compito di relatore generale al Sinodo dei vescovi del prossimo ottobre. Poi ci sarebbe, tra i preferiti, il cardinale di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. Poi ancora il cileno di curia Jorge Arturo Medina Esteves. E i cosiddetti progressisti, Martini e Kasper in testa? O rinunciatari o mal compresi o morti e sepolti, nel complicato calcolo delle probabilità.

    Dall'India, intanto, arriva un appello dei cattolici d'Oriente: è il cardinale Ivan Dias il "candidato" dei cattolici indiani alla successione del Papa, almeno stando a quanto riferiva ieri il quotidiano Hindustan Times. Il porporato è il titolare della diocesi di Mumbai (l'ex Bombay) e la stampa indiana sta facendo un'attiva campagna per inserirlo tra i papabili. Dias, 69 anni, è a capo della più grossa diocesi indiana e amico di Madre Teresa di Calcutta.

    http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=38006
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    IL CONCLAVE
    118 cardinali per la difficile eredità

    Il numero degli elettori è sceso sotto la soglia massima di 120 fissata dallo stesso Giovanni Paolo II: 117 più uno in pectore. Ben 114 sono stati nominati da papa Woytila. La pattuglia più numerosa è quella italiana, con 20 porporati

    In Vaticano da più di un mese i media riportano pareri di influenti esponenti ecclesiastici che si interrogano sulla successione a Giovanni Paolo secondo. Allo stato, intanto, sono scesi a 117, più uno in pectore i cardinali che parteciperebbero ad un eventuale Conclave: proprio nei giorni scorsi hanno raggiunto gli 80 anni l'angolano Alexandre do Nascimento e l'ecuadoregno Antonio Josè Gonzalez Zumarraga.
    Il prossimo cardinale ad uscire dal novero degli elettori sarà il patriarca emerito di Venezia, Marco Cè, che festeggerà il suo ottantesimo compleanno il prossimo 8 luglio.

    La 'pattuglia' degli italiani fino ad allora sarà composta da 20 porporati ed anche dopo l'uscita di Cè resterà di gran lunga la più numerosa: nel Collegio Cardinalizio, infatti, sono presenti i 5 Continenti con 66 Paesi, 52 dei quali hanno cardinali elettori e tra questi ultimi oltre all'Italia, solo gli Stati Uniti, superano il numero dei 10 rappresentanti in Conclave. Ma tra i due gruppi c'è una grande differenza numerica: gli Stati Uniti, infatti, hanno solo 11 cardinali elettori.

    E ugualmente gli italiani resteranno saldamente in testa anche se il Papa dovesse davvero convocare quello che sarebbe il suo decimo Concistoro per la creazione dei cardinali, eventualità ritenuta poco probabile sia perché l'anziano Pontefice non sembra essere in condizione di presiedere una tale assise, sia perchè egli stesso ha confermato nel 1996 il limite di 120 cardinali elettori.

    Non è certamente un caso se il gruppo dei cardinali italiani è di gran lunga il più numeroso e questa massiccia presenza non sarà ininfluente in un eventuale Conclave. I primi candidati ad essere presi in considerazione, insomma, saranno proprio gli italiani e solo nel caso non emergesse tra loro una personalità in grado di guidare la Chiesa universale, si cercherà un candidato non italiano.

    Questo copione, del resto, è stato seguito anche nel 1978, quando la scelta cadde sul polacco Karol Wojtyla dopo l'elezione di Albino Luciani.
    Ed è stato lo stesso Giovanni Paolo II che ha voluto rispettare la tradizionale prevalenza degli italiani nel Collegio Cardinalizio: ben 114 degli elettori del suo successore li ha nominati lui, essendo rimasti di nomina montiniana solo il tedesco Ratzinger, lo statunitense Baum e il filippino Sin.

    Nella Cappella Sistina si comincerà dunque con il votare un cardinale italiano e c'è tra i 20 un nome che viene ripetuto assai spesso in queste settimane: l'arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi. Brianzolo, 71enne, è stato segretario generale della Cei e poi arcivescovo di Genova. Tre anni fa il suo trasferimento a Milano per decisione di Papa Wojtyla sembrò quasi un'investitura.
    Un altro cardinale 'favorito' è l'attuale patriarca di Venezia Angelo Scola, appena 63enne. Anche per lui è arrivato un segnale di predilezione del Papa che lo ha nominato nei giorni scorsi relatore generale del prossimo Sinodo dei Vescovi. Entrambi sono teologi di grande fama e vengono dal mondo accademico. Ma se il secondo viene da Comunione e Liberazione, e questo potrebbe sfavorirlo, il primo ne è forse troppo distante, come testimoniano le recenti polemiche.
    Segni ancora più grandi di predilezione del Papa li ha ricevuti del resto anche il presidente della Cei, Camillo Ruini, che in quanto vicario per la città di Roma è con il segretario di Stato Angelo Sodano il principale collaboratore di Giovanni Paolo II. Tra gli italiani, il 74enne Ruini (teologo di fama ma pure esperto 'politico') è anche il più conosciuto all'estero, essendo stato relatore generale del Sinodo Speciale del 1990 sull'Europa e perchè la Cei ha aiutato con grande generosità le Chiese del Terzo Mondo.

    Conosciutissimo e stimato nel mondo è anche il card. Carlo Maria Martini, ma come per l'ex arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi gioca contro di lui l'età. Non godono della stessa popolarità gli altri cardinali italiani che sono in carica come arcivescovi residenziali: Salvatore De Giorgi di Palermo, Michele Giordano di Napoli, Ennio Antonelli di Firenze, Tarcisio Bertone di Genova e Severino Poletto di Torino.
    Ugualmente partono sfavoriti perchè non hanno esperienza pastorale diretta i cardinali italiani che ricoprono incarichi di Curia: Sodano, Re, Nicora, Sepe, Marchisano, Sebastiani e Martino, così come gli ex capi dicastero Pompedda e Cacciavillan.

    Tra questi, però, il card. Sodano potrebbe esercitare il ruolo di grande elettore specialmente se dopo le prime votazioni non uscisse eletto un italiano. Come nunzio in Cile, ministro degli esteri e segretario di Stato, il cardinale astigiano ha sempre curato particolarmente i rapporti con i governi e le chiese dell'America Latina, e proprio tra i 21 cardinali di questi paesi potrebbe essere scelto il nuovo Papa se sarà straniero.
    I nomi che sembrano più credibili sono cinque: Lopez Rodriguez di Santo Domingo, Maradiaga dell'Honduras, Rivera Carrera di Città del Messico, Josè Maria Bergoglio di Buenos Aires e Hummes di San Paolo del Brasile. Sono considerati papabili però anche due indiani: Ivan Dias e Toppo.
    In Europa spiccano invece, tra i non italiani, le personalità di Policarpo di Lisbona e Schonborn di Vienna. Infine, c'è chi avanza in questi giorni il nome del tedesco Ratzinger, prefetto dell'ex Santuffizio, ma i 77 anni di età, la netta caratterizzazione come 'conservatore' e le malferme condizioni di salute rendono particolarmente improbabile la sua elezione.

    http://lanazione.it/art/2005/04/01/5373003
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    In Vaticano si prepara la successione

    CITTA' DEL VATICANO - In Vaticano da più di un mese si interrogano sulla successione a Giovanni Paolo II. Allo stato, intanto, sono scesi a 117 i cardinali che parteciperebbero ad un eventuale conclave: proprio nei giorni scorsi hanno raggiunto gli 80 anni l'angolano Alexandre do Nascimento e l'ecuadoregno Antonio Josè Gonzalez Zumarraga. Il prossimo cardinale ad uscire dal novero degli elettori sarà il patriarca emerito di Venezia, Marco Cè, che festeggerà il suo ottantesimo compleanno il prossimo 8 luglio.

    La pattuglia degli italiani fino ad allora sarà composta da venti porporati ed anche dopo l'uscita di Cè resterà di gran lunga la più numerosa: nel collegio cardinalizio, infatti, sono presenti i cinque continenti con 66 paesi, 52 dei quali hanno porporati elettori e tra questi ultimi oltre all'Italia solo gli Stati Uniti, con undici, superano la soglia dei dieci rappresentanti in conclave.

    Non è certamente un caso se il gruppo dei cardinali italiani è di gran lunga il più numeroso e questa massiccia presenza non sarà ininfluente in un eventuale conclave. E' stato lo stesso Giovanni Paolo II che ha voluto rispettare la tradizionale prevalenza degli italiani nel collegio cardinalizio: ben 114 li ha nominati lui, essendo rimasti di nomina montiniana solo il tedesco Ratzinger, lo statunitense Baum e il filippino Sin. Nella cappella Sistina si potrebbe quindi cominciare con il votare un cardinale italiano.


    Tra i venti porporati italiani il nome che viene ripetuto più spesso in queste settimane è quello dell'arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi. Brianzolo, 71enne, è stato segretario generale della Cei e arcivescovo di Genova. Tre anni fa il suo trasferimento a Milano per decisione di papa Wojtyla sembrò quasi un'investitura.

    Un altro papabile è il patriarca di Venezia Angelo Scola, sessantatreenne. Anche per Scola, che proviene da Comunione e Liberazione, è arrivato un segnale di predilezione del Papa nel momento in cui lo ha nominato nei giorni scorsi relatore generale del prossimo sinodo dei vescovi.

    Tanto l'arcivescovo di Milano che il patriarca di Venezia sono teologi di grande fama e vengono dal mondo accademico. Segni di predilezione del Papa li ha ricevuti anche il presidente della Cei, Camillo Ruini, che in quanto vicario per la città di Roma è con il Segretario di Stato Angelo Sodano il principale collaboratore di Giovanni Paolo II.

    Tra gli italiani, il 74enne Ruini (teologo di fama ma pure esperto politico) è anche il più conosciuto all'estero, essendo stato relatore generale del sinodo speciale del 1990 sull'Europa e perchè la Cei ha aiutato con grande generosità le chiese del Terzo Mondo. Conosciutissimo e stimato nel mondo è anche il cardinale Carlo Maria Martini, ma come per l'ex arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi gioca contro di lui l'età.

    Ugualmente poco credibili, per il fatto che non hanno esperienza pastorale, i cardinali italiani che ricoprono incarichi di curia: Sodano, Re, Nicora, Sepe, Marchisano, Sebastiani e Martino, così come gli ex capi dicastero Pompedda e Cacciavillan. Tra questi, però, Sodano potrebbe esercitare il ruolo di grande elettore specialmente se dopo le prime votazioni non uscisse eletto un italiano. Come nunzio in Cile, ministro degli esteri e segretario di stato, il cardinale astigiano ha sempre curato particolarmente i rapporti con i governi e le chiese dell'America Latina che con i suoi ventuno cardinali potrebbe dare alla chiesa la nuova guida.

    I nomi più credibili sono cinque: Lopez Rodriguez di Santo Domingo, il salesiano Oscar Maria Rodriguez Maradiaga dell'Honduras, Rivera Carrera di Città del Messico, Josè Maria Bergoglio di Buenos Aires e Claudio Humes di San Paolo del Brasile. Sono considerati papabili anche due indiani: Ivan Dias e Telesphore Toppo.

    In Europa spicca invece, tra i non italiani, il nome dell'arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn. Infine, c'è chi avanza in questi giorni il nome del tedesco Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, ma i 77 anni di età, la netta caratterizzazione come «conservatore» e le malferme condizioni di salute rendono particolarmente improbabile la sua elezione.

    Alla morte del papa scattano una serie di adempimenti in parte dettati dalla tradizione, in parte da norme stabilite dai pontefici. Ricevuta la notizia della morte del papa, il Camerlengo deve accertarla ufficialmente, alla presenza del maestro delle celebrazioni liturgiche e del segretario e cancelliere della Camera apostolica. Questi compila il documento o atto autentico di morte. Il camerlengo, apposti i sigilli alla camera e allo studio del papa, comunica il decesso al vicario di Roma, che ne informa con una speciale notifica il popolo di Roma.

    Il portone di bronzo viene chiuso a metà e le campane di san Pietro suonano rintocchi a martello. Terminata la ricognizione della salma questa viene composta dai medici e rivestita dei paramenti pontifici: la mitria bianca sul capo, la «casula», cioè il mantello che si usa per le celebrazioni della Messa, di colore rosso che è il colore di lutto dei papi, e il pallio, una striscia di lana bianca con croci nere, simbolo di dignità. Si dispone poi l'esposizione del corpo all'omaggio dei fedeli, che si protrae per tre giorni e in genere avviene nella Basilica di San Pietro.

    Nessuno può fotografare il corpo del pontefice defunto, a meno che non abbia il permesso del camerlengo. Questi potrà concedere di fotografare il corpo a titolo di documentazione, ma solo se questo sarà rivestito degli abiti pontificali. Se il Papa non fosse morto a Roma, come è accaduto in questo secolo per Pio XII e Paolo VI, entrambi deceduti a Castelgandolfo, il collegio dei cardinali avrebbe dovuto predisporre la traslazione della salma in Vaticano. In entrambi i casi i cortei funebri sostarono fuori della basilica di san Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, per ricevere l'omaggio del popolo e del clero romano. Sono i cardinali a celebrare i Novendiali, cioè le esequie in suffragio dell'anima del pontefice defunto, che si protraggono per nove giorni. E il collegio cardinalizio, cui compete il governo corrente della Chiesa nel periodo di interregno, decide il momento in cui spezzare «l'anello del pescatore», così detto perchè rappresenta l'apostolo Pietro e il sigillo di piombo utilizzato per la spedizione delle lettere apostoliche.

    I funerali, solenni, avvengono in genere tre giorni dopo la morte, e i tecnici dell'istituto di medicina legale dell'università di Roma sono incaricati di verificare lo stato di conservazione del corpo. A tale scopo, in passato, il corpo veniva svuotato degli organi interni per rendere più duratura l'imbalsamazione. I 'precordi' dei papi venivano conservati in speciali anfore, depositate nella chiesa dei santi Anastasio e Vincenzo accanto a Fontana di Trevi. Ancora oggi ci sono i precordi di ben 22 Papi, da Sisto V morto nel 1390 a Leone XIII deceduto nel 1903. Pio X abolì questa usanza. Vari sistemi di conservazione furono successivamente provati e ancora si ricordano gli svenimenti vicino al corpo di Pio XII, a causa dell'odore della decomposizione del corpo sul quale era fallito il tentativo di conservazione. Che invece riuscì per papa Giovanni.

    La «Missa poenitentialis», cioè il funerale, viene celebrato in san Pietro, presenti anche delegazioni di Stato di tutto il mondo. Le spoglie mortali del papa, vengono chiuse in una triplice cassa (una di cipresso, una di piombo e una di noce), e tumulate nelle grotte vaticane. Questo è quanto previsto, ma per tutto ciò che riguarda il proprio corpo, dal modo al luogo della sepoltura, i papi possono però disporre diversamente: così Paolo VI volle essere sepolto nella nuda terra e alcuni papi decisero di non farsi seppellire nelle grotte vaticane. Il primo fu S. Martino I Santo, morto a Cherson (Crimea), e sepolto a Roma, a S. Martino dei Monti.

    Adriano II, anch' egli santo, morto presso Modena, nel settembre 885, giace nell' abbazia di Nonantola (MO). Silvestro II, in carica fino al 12 maggio 1003, giace, a Roma, ma nella basilica lateranense. Damaso II, al secolo «Poppone», defunto il 9 agosto 1048, a Palestrina fu tumulato, a Roma in S. Lorenzo fuori le mura. Il tedesco Vittore II morì il 28 luglio 1057 in Arezzo, ma fu sepolto in S. Maria Rotonda a Ravenna. Stefano IX, ovvero Federico di Lorena, fu sepolto a S. Reparata in Firenze, la città dov' era morto il 29 marzo 1057. Pio IX, morto il 7 febbraio 1848 - dopo 32 anni di pontificato - è in S. Lorenzo fuori le mura. L' ultimo a non scegliere le grotte vaticane per la sepoltura è stato Leone XIII, Innocenzo Gioacchino dei conti Pecci, morto il 20 luglio 1903, 83enne, e sepolto, a Roma, nella basilica del Laterano.

    Dopo la sepoltura del papa e durante l'elezione del nuovo, non può essere abitato nessun ambiente del suo appartamento privato. Se il defunto ha fatto testamento e nominato un esecutore testamentario, questi dovrà eseguire il mandato e renderne conto al nuovo papa.

    http://www.lasicilia.it/articoli.nsf...8?OpenDocument

    PER FAVORE, NON POSTATE POLEMICHE E KAZZATE QUI
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  6. #6
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    Il conclave è pronto a riunirsi: tra i papabili l'italiano Tettamanzi

    CITTA' DEL VATICANO - Con il Papa sul letto di morte, si fanno sempre più insistenti le voci sulla successione. I cardinali aventi diritto di voto sparsi in tutto il Mondo, si sono già precipitato a Roma per partecipare al conclave che designerà il successore del Pontefice. La convocazione, tuttavia, sarà effettuata solamente dopo l'annuncio ufficiale della morte del Papa.

    Secondo il codice ecclesiastico il diritto di eleggere il Romano Pontefice spetta unicamente ai Cardinali di Santa Romana Chiesa, ad eccezione di quelli che, prima del giorno della morte del Sommo Pontefice o prima del giorno in cui la Sede Apostolica resti vacante, abbiano già compiuto l'80° anno di età. Il numero massimo di Cardinali elettori non deve superare i centoventi. Non si sa ancora il nome del cardinale in pectore, che dovrebbe partecipare con pieni diritti al conclave facendo salire a 118 il numero degli elettori.

    Al momento il gruppo dei italiani è composto da venti porporati ed anche dopo l'uscita di Cè resterà di gran lunga la più numerosa: nel collegio cardinalizio, infatti, sono presenti i cinque continenti con 66 paesi, 52 dei quali hanno prelati elettori e tra questi ultimi oltre all'Italia solo gli Stati Uniti, con undici, superano la soglia dei dieci rappresentanti in conclave.Sono cinque i porporati che più degli altri sono accreditato a succedere a Giovanni Paolo II. Si tratta di Lopez Rodriguez di Santo Domingo, il salesiano Oscar Maria Rodriguez Maradiaga dell'Honduras, Rivera Carrera di Città del Messico, Josè Maria Bergoglio di Buenos Aires e Claudio Humes di San Paolo del Brasile. Papabili vengono considerati anche gli indiani Ivan Dias e Telesphore Toppo. In Europa si fa il nome dell'arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn.

    Dionigi Tettamanzi (foto), brianzolo 71enne, è il più accreditato tra gli italiani. E' stato segretario generale della Cei e arcivescovo di Genova. Tre anni fa il suo trasferimento a Milano per decisione di papa Wojtyla sembrò quasi un'investitura in vista del momento della successione.


    http://www.romagnaoggi.it/showarticl...storico=giorno
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  7. #7
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    ANSA

    CITTA' DEL VATICANO - Come negli ultimi anni, ''extra omnes', fuori tutti, sara' intimato dal Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie non meno di 15 giorni e non piu' di 20 dopo la morte del papa. Non ne e' prevista una durata massima e non e' necessario (ma non si prevedono novita') che l'annuncio del nuovo papa sia dato dalla tradizionale ''fumata bianca''. Di sicuro sara' il conclave piu' affollato della storia, al quale prenderanno parte 117 cardinali.

    Ad essere eletto sara' il 265/o vescovo di Roma che per questo sara' il Papa, cioe' il Vicario di Gesu' Cristo, il successore di San Pietro, il Sommo Pontefice della Chiesa cattolica, il patriarca dell'Occidente, il primate d'Italia, l'arcivescovo e metropolita della provincia ecclesiastica romana, il servo dei servi di Dio, il sovrano dello Stato della Citta' del Vaticano.

    La scelta spetta ai cardinali elettori, che sono i cardinali che, al momento della morte di Giovanni Paolo II, non avranno ancora compiuto gli 80 anni. Non erano mai stati cosi' tanti: nei due conclavi successivi alla riforma di Paolo VI, che innalzo' a 120 il loro numero, furono 111 nel conclave del 25 agosto 1978 (finora il piu' affollato della storia), che avrebbe eletto Giovanni Paolo I e lo stesso numero (mancava Luciani, ma venne Wright, ammalato ad agosto) in quello del 14 ottobre, dal quale usci' Giovanni Paolo II.

    A differenza di allora, l'inizio del conclave non vedra' piu' i cardinali capi dei tre ordini (vescovi, preti e diaconi) percorrere il ''recinto del Conclave'', grosso modo il Palazzo apostolico, compreso il Cortile di San Damaso, suonando la campanella per ricordare l'extra omnes. Il ''recinto'' questa volta comprendera' anche la Casa di Santa Marta e i cardinali non saranno davvero ''sotto chiave''. Non ci dovrebbero cosi' essere le ''ruote'' di metallo giallo che al cortile di San Damaso ed a quello del Pappagallo erano il contatto tra i conclavisti ed il mondo esterno.

    Ma anche cosi', i cardinali non potranno avere contatti con l'esterno, ne' via telefono, ne' via radio. Non c'e' un espresso divieto per Internet, ma sembra implicito, anche perche' i cardinali elettori, ''dovranno astenersi dal ricevere o inviare messaggi di qualsiasi genere al di fuori della Citta' del Vaticano, essendo fatto naturalmente divieto che questi abbiano come tramite qualche persona ivi legittimamente ammessa. In modo specifico e' fatto divieto ai Cardinali elettori, per tutto il tempo della durata delle operazioni dell'elezione, di ricevere stampa quotidiana e periodica, di qualsiasi natura, cosi' come di ascoltare trasmissioni radiofoniche o di vedere trasmissioni televisive''.

    In realta' nella 'Casa di santa Marta', costruita in Vaticano alla fine degli anni '90, che per la prima volta sara' residenza degli elettori (ma le votazioni si faranno sempre nella cappella Sistina) oltre ai cardinali, saranno ammessi cerimonieri, confessori, due medici, infermieri, personale di servizio. Quanti saranno, ancora non si sa, ma non sono mai stati pochi: nei due conclavi del 1978 furono 80 e 88. Tra loro, questa volta ci saranno anche ''persone di sicura fede e provata capacita' tecnica'' che accertino che ne' nella casa, ne' nella Sistina ''siano subdolamente istallati mezzi audiovisivi di riproduzione e trasmissione all'esterno'', cioe' microspie o telecamere nascoste. E non sara' possibile neppure vedere una registrazione 'ufficiale' di quanto accadra' in Conclave. E' infatti proibito ''assolutamente che, per qualunque pretesto, siano introdotti nei luoghi dove si svolgono le operazioni dell'elezione o, se gia' ci fossero, siano usati strumenti tecnici di qualunque genere, che servano a registrare, riprodurre e trasmettere voci, immagini o scritti''.

    La Casa di santa Marta, cosi' fara' parte del ''recinto'' del Conclave, allargato per decisione di Giovanni Paolo II che di conclavi ha vissuto i due del 1978 per eleggere i successori di Paolo VI e Giovanni Paolo I. Ancora in quelle occasioni i cardinali, come accadeva da piu' di cinque secoli, dalla fine del '400, avevano avuto a disposizione solo le sale intorno alla cappella Sistina. E non c'erano stati grandi cambiamenti per i porporati, uomini per lo piu' avanti con gli anni, costretti nelle 'celle' ricavate nelle antiche sale del 1400 e del 1500 del palazzo apostolico. Alloggi di fortuna, scelti a sorte, spesso senza docce, ne' acqua corrente e neppure servizi igienici in camera, col vetusto pitale che, ogni mattina, ciascun giovane segretario dei porporati, detto 'conclavista', doveva andare a svuotare. ''Dopo il terzo giorno - commento' il cardinale di Genova, Giuseppe Siri - non se ne puo' piu' di vivere in queste condizioni. Magari si prende una sedia e la si fa Papa pur di uscire''.

    E non succedera' piu' cio' che nel 1978 accadde al cardinale Suenens che, nella sua cella numero 88, si trovo' davanti il cardinale Landazuri in accappatoio che gli chiedeva il permesso di utilizzare la doccia, perche' nella sua ''cella'' non c'era. Non l'aveva neppure il futuro Giovanni Paolo II, come non l'aveva avuta, poco piu' di un mese prima, il cardinale Luciani. Entrambi, come tutti come gli altri cardinali, soffrirono anche il caldo di quell'estate. Il cardinale di Chicago, Cody, racconto' che la prima notte di conclave moriva dal sudore ed era stato costretto a farsi la doccia tre volte per lenire l'oppressione.

    Quanto agli scrutini, se dopo il terzo giorno non si fosse eletto il papa, e' previsto un giorno di ''preghiera, di libero colloquio tra i votanti e di una breve esortazione spirituale''. Stessa procedura dopo altri sette scrutini inutili ed ancora dopo altri sette. A quel punto si potra' decidere una nuova procedura: si potra' continuare a cercare un candidato che raggiunga i due terzi dei voti, oppure optare per una elezione a maggioranza assoluta o per un ballottaggio. Sempre comunque i voti saranno per iscritto e segreti.

    Arrivati alla scelta dell'eletto, a lui sara' posta la domanda: ''accetti la tua elezione a sommo pontefice?''; alla risposta affermativa, un tempo i cardinali facevano calare in segno d'ossequio i baldacchini che coprivano i loro tronetti. Erano di colore diverso (rosso o verde), a seconda se il cardinale era stato 'creato' dal papa appena morto, e quindi fosse in lutto, oppure da un predecessore. Ora non ci sono piu', anche perche' l'aumentato numero di porporati ha tolto lo spazio necessario. Ci sara' comunque l'ossequio dei cardinali, ultimo atto del Conclave, dopo che all'eletto sara' stata posta l'ultima domanda: ''come vuoi essere chiamato?''.

    Ormai papa, l'eletto verra' condotto alla Camera lachrimatoria, una piccola stanza sulla sinistra dell'altare, che prende nome dalle lacrime che i papi appena eletti versano sulla propria nuova condizione. La' saranno stati collocati i tre abiti bianchi di taglia diversa. Nonostante tale possibilita', non sempre c'e' stata la taglia giusta: per Pio XII erano tutte troppo larghe, per Giovanni XXIII troppo strette.

    Il nuovo papa indossera' la veste bianca e il cardinale protodiacono, Jorge Arturo Medina Estevez annuncera' alla gente riunita in piazza san Pietro: ''Nuntio vobis gaudium magnum: Habemus papam'' (vi annuncio una grande gioia: abbiamo il papa).


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  8. #8
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    La mia speranza e' che il prossimo Santo Padre sia uno spagnolo (per creare problemi al laicismo zapateristi e ai rivoluzionari senza Dio che stanno dilagando in america latina), esponente dell'Opus Dei (organizzazione cattolica conservatrice)

  9. #9
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    In Origine Postato da Il Condor
    La mia speranza e' che il prossimo Santo Padre sia uno spagnolo (per creare problemi al laicismo zapateristi e ai rivoluzionari senza Dio che stanno dilagando in america latina), esponente dell'Opus Dei (organizzazione cattolica conservatrice)
    pare sarai accontentato

  10. #10
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