BANCA FALLITA. COOP LIQUIDATE: E LA LEGA E’ RIMASTA AL VERDE
di Luca Fazzo
La banca della Lega? Chiusa. Il villaggio turistico della Lega? Fallito. La holding delle cooperative padane? Liquidata. Il bingo padano? Barcollante. La sede del governo padano? Venduta. “Insomma” brontola un ex militante del Carroccio “nessuno pretende che la Lega sia come Re Mida e trasformi in oro tutto ciò che tocca. Ma qui si esagera”.
Certo, andando a frugare nella storia degli affari made in Padania, la sensazione è proprio quella: che il fiuto politico di Umberto Bossi e dei suoi colonnelli non sia accompagnato da un istinto altrettanto solido per il business. La Lega – come altri partiti – ha infatti da sempre affiancato all’attività politica tradizionale una rete di operazioni imprenditoriali, destinate a finanziare il movimento e ad attrarre militanti. Peccato che, una dopo l’altra, le iniziative siano andate a gambe all’aria, lasciando (in un paio di casi) anche spiacevoli strascichi giudiziari. . E soprattutto l’amaro in bocca a centinaia di militanti che nelle imprese targate Carroccio hanno investito di tasca propria, seguendo gli appelli che venivano direttamente dai vertici del movimento, e che hanno visto i loro risparmi inghiottiti nel nulla. Col risultato di polemiche, scissioni, veleni grandi e piccoli.
L’ultimo tonfo, in ordine di tempo, è stato quello della Credieuronord, la banca leghista, fortemente voluta da Bossi e affossata nel giro di tre anni da una gestione che definire approssimativa è un eufemismo. Quando alla fine, negli uffici della banca è arrivata la Guardia di Finanza, si racconta che i marescialli – gente avvezza a vederne di tutti i colori, quanto a contabilità disinvolta – siano sbottati: “Ma questi sono banchieri da operetta”.
D’altronde l’inchiesta della Banca d’Italia su Credieuronord ha ricostruito come la banchetta del Carroccio non abbia fatto altro che smentire con i fatti le promesse che il suo amministratore Gian Maria Galimberti, nel gennaio 2001, aveva fatto al popolo leghista riunito a Origlio (nel Basso Varesotto) per convincerlo ad aprire il portafoglio e a sottoscrivere le quote.
“Non faremo prestiti graziosi” garantì Galimberti. Invece di prestiti graziosi e graziosissimi ne sono usciti a pioggia, destinati a personaggi oberati di debiti e protesti ma di provata obbedienza leghista. Risultato: ogni tre euro prestati, uno ni si è puù visto. E la Credieuronord è scampata alla bancarotta solo grazie al generoso intervento della Banca Popolare di Lodi, che l’ha assorbita.
Della scomparsa della banca, la maggioranza dei cittadini del Nord non si sono però nemmeno accorti: anche perché nonostante i proclami di Bossi (“apriremo sportelli in tutta la Padania”, 5 marzo 1999, al momento del crac di Credieuronord aveva una sola, malinconica filiale in una zona poco glamour di Milano, davanti al terrapieno abbandonato dalle vecchie ferrovie Varesine.
Nel tentativo disperato di salvarla dal tracollo, il senatur un anno prima aveva inviato alla Credieuronord l’uomo di cui si fida di più per questo genere di affari: Stefano Stefani, orafo vicentino, già sottosegretario al turismo (abbandonò la carica per la famosa gaffe contro i turisti tedeschi, definiti biondi, ubriaconi, alla vigilia della stagione balneare). Stefani non è riuscito a salvare la banca, ma almeno ne è uscito senza grane. Cosa che non gli è riuscita nell’altra grande impresa leghista alla quale si era dedicato anima e corpo: lo sbarco nel turismo, la creazione di un villaggio riservato ai lumbard in terra di Croazia, un piccolo paradiso dove i padani avrebbero respirato salsedine e indipendenza. Patatrac. L’affare si rivelò un bidone, quattrini e villaggio vennero inghiottiti da una banca austriaca, e Stefani si ritrovò indagato per bancarotta fraudolenta insieme con altri big del Carroccio: il presidente del Consiglio regionale veneto Enrico Cavaliere e il sottosegretario agli Interni Maurizio Balocchi.
In realtà, al Nord, gira una voce ancora più allarmante secondo cui a barcollare sarebbero anche i conti della impresa più cara al cuore di Bossi, le Scuole padane, pilastro dell’identità lumabrd. Esaminarne i bilanci è impossibile. Ma i leghisti doc fanno sapere che, almeno dalle parti di Varese, le scuole tanto male non vanno se hanno da poco cambiato sede, allargandosi per fare fronte alle richieste di iscrizione (pare per la verità che la nuova sede non avesse licenze e destinazione d’uso in regola, ma questo è un altro paia di maniche).
Più difficili appaiono da smentire le notizie su un’altra creatura vacillante: il Bingo padano, l’idea che doveva accoppiare svago per i militanti e utili per il partito, e che si dice faccia acqua da tutte le parti. “Siamo aperti e restiamo aperti, alla faccia di chi ci vuole morti” tuonano da Arsalo Seprio, cuore della presunta identità celtica dei lumbard, i gestori del Bingo.
Ma negli ambienti leghisti si racconta che sia stato anche per supplire alle mancate entrate della tombolona di Arsalo che i vertici del Carroccio hanno dovuto compiere un sacrificio doloroso: la vendita della sede del governo padano a Venezia, cinquecento metri quadrati che dovevano ospitare i ministri della Repubblica del Nord. La Repubblica, per ora, non si è vista, e gli amministratori del Carroccio hanno deciso di liquidare la sede sul Canal Grande per fare cassa. Anche se Mario Borghezio ha già fatto sapere all’incauto acquirente di considerarlo un inquilino abusivo: “Appena avremo l’indipendenza quel palazzo lo requisiamo e ce lo riprendiamo”.
Malinconicamente liquidata, a soli due anni dalla nascita, la Pancoop, la lega delle cooperative padane voluta da Bossi in persona (e anche qui c’era di mezzo Stefani). Conti in rosso e diffusione di nicchia per “La Padania”, organo ufficiale del partito. Smantellato persino Made in Padania, il marchio dell’artigianato e del merchandising coniato per i mercatini dei prodotti lumbard doc. Insomma, un disastro. E quando Bossi, a Lugano, nel suo primo comizio dopo la malattia, ha lanciato l’idea di una federazione tra Padania e Svizzera, qualcuno tra le camicie verdi deve aver pensato: “Magari gli svizzeri ci insegnano almeno a far quadrare un bilancio”.
Dal “Venerdì di Repubblica” dell’1/4/2005




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...(che dire?)
